Tuvalu: il turismo della catastrofe

L'immaginario ecologico occidentale trasforma luoghi reali e vulnerabili in proiezioni simboliche della crisi climatica

Autore

Nicola Manghi

Data

7 Aprile 2026

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DATA

7 Aprile 2026

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Tuvalu è un arcipelago collocato grosso modo al centro dell’Oceano Pacifico, poco sotto la linea dell’equatore, circa a metà tra l’Australia e le Hawaii. Palme slanciate a frastagliare il cielo, atolli che abbracciano lagune cristalline, bianche spiagge coralline: lo si direbbe – per ricorrere a un luogo comune – un “paradiso tropicale”, la meta ideale di turisti in cerca di ristoro dal logorio della vita moderna. Eppure, non è così. Al contrario, alcune classifiche segnalano Tuvalu come il paese meno visitato del mondo. D’altronde, per arrivare a Tuvalu è obbligatorio uno scalo alle Figi, che del “paradiso tropicale” ha costruito un’industria già da decenni, e dove oltre alle spiagge incontaminate si possono anche intraprendere cannibal tours alla ricerca delle tribù primitive tanto care ai nostri immaginari, o miracolose camminate sulle pietre roventi. (Qualcuno ricorderà Truman Burbank, protagonista del film The Truman Show, che dalla sua inconsapevole prigionia sogna proprio le Figi, dove vi sarebbero ancora «isole […] su cui nessun essere umano ha mai messo piede»). Se a ciò si aggiunge che la pur breve tratta aerea per arrivare a Tuvalu, monopolizzata da Fiji Airways, costa pressappoco un migliaio di euro, e che per trovare qualche spiaggia sarebbe poi necessario proseguire il viaggio dalla sovraffollata capitale Funafuti verso qualcuna delle isole periferiche dell’arcipelago, si capiscono facilmente le ragioni di questa scarsa attrattività.

Curiosamente, però, è proprio questa fama a spingere qualche sparuto turista a includere Tuvalu nei propri itinerari. È facile riconoscerli quando scendono dal piccolo aeroplano che ogni due o tre giorni atterra a Funafuti, spesso con il bastone da selfie teso verso il cielo già mentre scendono le scalette, altre volte con l’aspetto più discreto del backpacker. Li si incontra poi a girovagare per la capitale nei due o tre giorni di permanenza, spiazzati dall’assenza di attività a loro dedicate, sfiancati dal calore, a volte un po’ delusi dall’esperienza. Funafuti non offre molto di quello che i viaggiatori si aspettano di trovare: niente resort, niente cocktail bar sul mare, niente escursioni organizzate. In fin dei conti, nessun paradiso è mai stato attrezzato per ricevere visitatori occasionali…

In altre versioni di questa classifica, a primeggiare è invece Nauru, altro stato insulare oceaniano, un tempo importante per le sue cave di fosfati – per un breve momento fu tra i paesi con il reddito pro capite più alto del mondo – e ora noto, perlomeno presso qualche pubblico curioso, per via dei centri di detenzione offshore per richiedenti asilo che l’Australia paga per collocare là, ben lontano dalle proprie coste. L’alternanza in testa a questa singolare classifica dà luogo a una buffa circostanza: in un format ormai canonizzato nel mondo degli youtuber di viaggio, l’avventuriero di turno si reca in quello che un motore di ricerca gli ha detto essere il paese meno visitato del mondo; e a seconda di quale classifica finisca a consultare, si ritrova ad atterrare in un paese oppure nell’altro. Nell’economia narrativa del video, che si tratti di Tuvalu o di Nauru è un fatto privo di qualunque importanza: a motivare il viaggio non è un interesse specifico per quel luogo, né la sua cultura o la sua storia, ma la sua eccezionalità statistica. 

Nondimeno, consultando le statistiche online, si può vedere come il numero di turisti registrati a Tuvalu si sia impennato negli ultimi quindici anni, triplicando tra il 2012 e il 20191. Certo, bisognerebbe capire come sia calcolato quel dato: è probabile, infatti, che esso includa i funzionari delle molte agenzie e organizzazioni internazionali che visitano il paese con frequenza sempre crescente, o ai giornalisti che vi si recano per scrivere reportage su un evento politico o una catastrofe naturale. Questa tendenza, poi, è sicuramente in parte legata allo sviluppo complessivo del paese, guidata dalla rendita garantita dall’affitto del suffisso internet nazionale, “.tv”, e dall’ottimizzazione dello sfruttamento della Zona Economica Esclusiva, che ha incrementato la fama del paese e permesso un’espansione del settore ricettivo. Ma l’aumento dei turisti è anche strettamente correlato a una circostanza specifica che, in quello stesso periodo, ha determinato una repentina crescita in popolarità globale di Tuvalu: la minaccia ecologica che incombe sul suo futuro. 

Da una trentina d’anni ormai, infatti, si parla di Tuvalu come uno di quegli arcipelaghi che rischiano di “scomparire”. Composto di atolli e isole coralline che raggiungono un’elevazione media di circa tre metri, il suo intero territorio potrebbe diventare inabitabile per l’effetto combinato dell’innalzamento del livello del mare, dell’erosione costiera e del cambiamento dei pattern meteorologici nel giro di qualche decennio. Per questo motivo, il paese ha finito per rappresentare l’incarnazione dell’“isola che affonda”, un topos narrativo che, recuperando elementi del mito di Atlantide e trasponendoli nella contemporaneità, fa parte delle icone che – insieme a orsi polari deperiti, indomabili incendi forestali e terreni grinzosi assetati dalla siccità – illustrano la crisi climatica nell’immaginazione ecologica contemporanea. La geografa australiana Carol Farbotko ha coniato il termine wishful sinking per definire questa caratterizzazione: «l’isola che scompare è un laboratorio che [un pubblico cosmopolita] definisce come spazio dove localizzare e contenere le speranze e le angosce legate al cambiamento climatico», per il quale i Tuvaluani «vengono sussunti come prova di una crisi di cambiamento climatico globale2».

Nel tentativo di prepararsi al futuro incerto che incombe sull’arcipelago, nel 2023 il governo di Tuvalu ha firmato con la propria controparte australiana il Falepili Union, un trattato che molti quotidiani – anche alle nostre latitudini, dove raramente filtrano le notizie d’Oceania – si sono affrettati a definire epocale. Tramite questo accordo, ogni anno 280 cittadini tuvaluani otterranno il diritto di stabilirsi permanentemente in Australia. Il trattato riconosce esplicitamente la vulnerabilità di Tuvalu, ed è stato rappresentato come un’affermazione del sostegno australiano al tentativo del paese di autodeterminarsi di fronte a questa minaccia. La copertura mediatica ha assecondato questa rappresentazione, enfatizzando la dimensione umanitaria dell’accordo, spingendosi a parlarne come de “primo trattato sull’asilo climatico” nella storia. 

Bisognerebbe specificare che questa lettura tralascia un aspetto decisivo, ovvero che in cambio della quota migratoria annuale, Tuvalu concede all’Australia una sorta di diritto di veto sulle proprie decisioni di politica estera in materia di sicurezza; e che preso nel suo complesso, il trattato testimonia dunque non tanto di uno sviluppo innovativo e interessante del diritto umanitario, quanto piuttosto della progressiva cattura geopolitica del tema del cambiamento climatico. Apparentemente, tuttavia, non sono questi gli aspetti che hanno maggiormente interessato il pubblico globale. Quando l’Alta Commissione australiana a Tuvalu ha pubblicato le cifre dell’adesione al primo turno di candidature per il sorteggio dei 280 fortunati, quotidiani di tutto il mondo si sono affrettati a scrivere che «l’80% della popolazione di Tuvalu hanno fatto domanda per emigrare in Australia», a testimonianza dell’urgenza con cui il futuro apocalittico preme sul fragile territorio dell’arcipelago, e della conseguente fretta dei Tuvaluani di lasciare quelle terre. A rendere questa copertura sensazionalistica ancor più interessante è che simili speculazioni sull’imminente spopolamento di Tuvalu si fondassero su un dato riportato senza contesto. Esse tralasciavano di specificare almeno due aspetti decisivi per comprendere il contesto di quella notizia: da un lato, che tutti i cittadini tuvaluani – con la sola eccezione di quelli che abbiano anche la cittadinanza neozelandese – possono candidarsi alla lotteria che distribuisce annualmente le quote, e che, di conseguenza, il bacino complessivo da considerare è più ampio dei 10.500 abitanti del Paese e la percentuale di chi si è candidato per la lotteria del Falepili Union significativamente più bassa; dall’altro, che chi venga sorteggiato non sarà costretto a emigrare immediatamente, ma potrà decidere di esercitare quel diritto acquisito in un momento successivo della propria vita. 

La folla che si è mobilitata a Tuvalu per partecipare alla selezione del Falepili Union – in fondo non molto dissimile da quella che da anni sottopone la propria candidatura per lo schema migratorio neozelandese della Pacific Access Category, parzialmente simile ma ben più restrittivo del Falepili Union – non può dunque essere assunta come sintomo del desiderio collettivo di fuga da un Paese che sta affondando, ma va innanzitutto caratterizzata come l’adesione a un’opportunità migratoria allettante e storicamente rara e preziosa. Nondimeno, il fascino oscuro che la notizia dei Tuvaluani in fuga hanno suscitato dà luogo a un paradosso meritevole di attenzione. La minaccia climatica, infatti, viene rappresentata come capace di mobilitare due traiettorie di trasferibilità di senso opposto: da una parte, migliaia di Tuvaluani in attesa del proprio turno, quando la sorte lo vorrà, sulla scialuppa che li condurrebbe in salvo in Australia; dall’altra, turisti cosmopoliti che compiono quel viaggio al contrario, per vedere un pezzo di mondo – che pure mai era loro interessato in precedenza – “prima che scompaia”3.

Tanto il turismo della catastrofe quanto la presunta fuga di massa dei cittadini sono fenomeni ben più complessi di quanto certe letture sensazionaliste dei dati potrebbero indurci a pensare. Soprattutto, però, entrambi sono figure dell’immaginazione ecologica occidentale più che realtà empiriche attuali: Tuvalu non si sta spopolando e rimane troppo remoto e distante perché orde di turisti possano accalcarvisi. Proprio per questo, però, essi mettono in luce come, all’interno di quegli immaginari, Tuvalu non sia un luogo reale, ma rimanga soprattutto una proiezione di uno sguardo estraneo e in fondo disinteressato alle vicissitudini reali del paese e dei suoi abitanti. 

Sommandosi alla più classica caratterizzazione di Tuvalu come paradiso tropicale, il conto alla rovescia climatico non altera gli elementi fondamentali associati a Tuvalu negli immaginari globali, ovvero l’eccezionalità e la distanza del luogo rispetto al mondo di appartenenza dello spettatore cosmopolita, ovvero del potenziale turista – casomai li accentua. Vi è, allora, una lezione da apprendere circa le figure che illustrano nei nostri immaginari collettivi una crisi che ci riguarda in modo ben più diretto, ben più esplicito di quanto esse suggeriscano: il sensazionalismo che circonda Tuvalu non è che l’altra faccia di un orizzonte di pensiero rassicurante che, di fronte alla sopraggiunta impossibilità d’ignorare gli effetti del cambiamento climatico, si contenta di, perlomeno, localizzarli altrove. 

Note

  1. Tourism Tuvalu, The World Bank
  2. C. Farbotko, Wishful sinking: Disappearing islands, climate refugees and cosmopolitan experimentation, in “Asia Pacific Viewpoint”, 51(1), 2010, pp. 47–60.
  3. C. Farbotko, The global warming clock is ticking so see these places while you can: Voyeuristic tourism and model environmental citizens on Tuvalu’s disappearing islands, in “Singapore Journal of Tropical Geography”, 31(2), 2010, pp. 224–238.
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