Ecofemminismo

L’importanza di osservare i cambiamenti climatici e i loro effetti attraverso lo studio delle disuguaglianze e delle disparità di genere.

Autore

Ilaria Ghaleb

Data

6 Marzo 2023

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5' di lettura

DATA

6 Marzo 2023

ARGOMENTO

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«La lotta per l’uguaglianza di genere è una realtà per le donne di tutto il mondo. 

L’SDG 5 è uscito fuori dalla sua rotta. Questo significa che ciò è successo anche all’Agenda 2030, poiché gli SDGs non possono essere raggiunti senza l’uguaglianza di genere.

Avrete visto che secondo le nostre stime la parità di genere al ritmo attuale è lontana 300 anni. Il nostro lavoro collettivo qui – in questo Consiglio – è un rifiuto di ciò, un rifiuto di accettare di tradire generazioni e generazioni di ragazze a cui è stato chiesto di accettare di essere nate in un mondo disuguale a causa dei nostri fallimenti.» 1

Questa è stata la dichiarazione di apertura della Direttrice Esecutiva di UN Women Sima Bahous alla prima sessione ordinaria del comitato esecutivo delle Nazioni Unite del 13 e 14 Febbraio 2023.

Secondo il report del 2022 di UN Women 2, infatti, la pandemia da COVID-19, i recenti conflitti armati e i cambiamenti climatici hanno provocato, in pochi mesi, un incremento notevole del divario di genere.

Mentre le prime due sono emergenze degli ultimi anni la terza voce dovrebbe invece lasciarci stupiti. Sì, perché già otto anni fa, nel 2015, lo European Parliament’s Policy Department for Citizens’ Rights and Constitutional Affairs commissionò un report 3 che dimostrasse come uomini e donne subissero gli effetti della crisi climatica in maniera differente, in particolare nei Paesi in via di sviluppo.

Secondo questo studio la causa principale di tali disparità sarebbe da riscontrarsi nei secoli di disuguaglianze sociali, a causa delle quali le donne non hanno tuttora accesso alle stesse opportunità degli uomini in ambito di risorse, educazione e lavoro. Nonostante i dati raccolti, però, le misure e le risorse volte alla risoluzione di questo problema sono state praticamente assenti.

Figura 1. Ecofemminismo

Il ruolo delle pandemie nell’incremento delle diseguaglianze sociali

Gli effetti di queste disuguaglianze sono apparsi ancora più evidenti durante la pandemia da COVID-19. Prima della pandemia era stato stimato che donne e ragazze di tutto il mondo fossero in media responsabili del 75% del lavoro di cura di casa e famiglia non pagato 4, mentre solo nei primi mesi di pandemia questo dato è salito al 79%5

A tal proposito, secondo un recente articolo pubblicato su Nature 6, la crisi climatica potrebbe essere il principale fattore di rischio per lo sviluppo di nuove pandemie. In quest’ottica bisognerà aspettarsi come conseguenza un abbandono sempre maggiore di studi e lavoro da parte di donne e ragazze – per prendersi gratuitamente cura della famiglia e della casa 7.

L’approccio intersezionale come lente per osservare il mondo

Le correlazioni teoretiche e pratiche tra i cambiamenti climatici, l’ambiente e la difesa dei diritti delle donne (e di tutte le persone socialmente marginalizzate) sono messe al centro dell’ecofemminismo, una branca dell’ecologia. 

Questo termine venne coniato dall’attivista per i diritti civili Françoise d’Eaubonne nel 1974 8 per creare un parallelismo tra il dominio dell’uomo sulla natura e quello dell’uomo sulla donna. Secondo d’Eaubonne, infatti, il genere umano deve mirare a una riconciliazione con la natura che negli ultimi decenni è stata sfruttata e depredata; e l’unico modo per raggiungere questo obiettivo è porre le donne alla guida di questo cambiamento.

Per diffondere questi principi nel 1978 fondò Écologie et féminisme, il primo movimento ecofemminista che ispirò numerose donne in tutto il mondo. 

Gli scritti e i report ecofemministi degli ultimi 50 anni ci hanno dimostrato che per comprendere a fondo la crisi climatica c’è bisogno di un approccio ‘olistico’, col fine di osservare la realtà come il complesso risultato di tutte le parti che la costituiscono. 

Questo tipo di analisi, applicata allo studio delle diseguaglianze sociali, ambientali ed economiche, è detta intersezionale. Tale termine venne coniato alla fine degli anni ’80 dall’attivista e giurista Kimberlé Crenshaw 9 per descrivere le diverse forme di oppressione e discriminazione derivanti dalla sovrapposizione delle multiple dimensioni dell’identità (genere, etnia, disabilità, orientamento sessuale, religione, ecc.) e delle ‘sovrastrutture’ alle quali ognuno di noi è sottoposto (ambiente, società, situazione economica o politica del proprio Paese, ecc.). 

Studiare i cambiamenti climatici con la lente dell’intersezionalità è quindi oggi fondamentale, poiché ci fornisce gli strumenti per identificare quali categorie siano assenti in un determinato caso studio e, quindi, agire di conseguenza 10.

L’ecofemminismo in Italia: Laura Conti

Essere ecofemministi ed ecofemministe pur non vivendo in uno dei Paesi più colpiti al mondo dalla crisi climatica è possibile, essendo gli equilibri ambientali estremamente fragili e vulnerabili ovunque. Questo è stato forse il più grande insegnamento di Laura Conti. Nata a Udine negli anni ’20 del XX secolo, la sua vita orbitò principalmente attorno a Milano. A poco più di cinquant’anni aveva ormai alle spalle un percorso universitario nella facoltà di medicina, una detenzione in carcere e un’altra nel campo di concentramento di Bolzano, una carriera all’INAIL e una in politica come consigliera nella Provincia di Milano e in Regione Lombardia. 

Proprio mentre ricopriva questo incarico l’Italia si trovò ad affrontare uno dei casi di inquinamento più gravi della sua storia: era il 10 luglio 1976 e dall’ICMESA (una centrale chimica della provincia milanese) fuoriuscì una nube tossica, contenente diossina, che ricoprì principalmente la zona di Seveso. Laura Conti fu una delle prime persone ad accorrere sul luogo del disastro, fornendo aiuti alle donne incinte che rischiavano di generare bambini con gravi malformazioni e chiedendo per loro il diritto all’aborto (a quel tempo ancora illegale). 

Si dedicò poi alla questione ambientale e fu tra le promotrici della costituzione della Fondazione Lombardia per l’Ambiente, creata grazie ai risarcimenti ottenuti, che si occupò di bonificare i suoli delle zone colpite.

Da questa difficile vicenda (che ebbe una risonanza tale che spinse il Parlamento Europeo a regolamentare gli impianti di produzione di sostanze potenzialmente dannose) Conti diede vita al saggio Visto da Seveso 11 e al romanzo Una lepre con la faccia di bambina 12.

Osservare da vicino un disastro ambientale di tale portata e le sue conseguenze sulle vite di donne e bambini portò Laura Conti ad avvicinarsi all’ecologia e agli studi dell’epoca, a scrivere negli anni numerosi testi sull’argomento ed esprimersi pubblicamente su alcune tematiche quali l’industrializzazione dell’agricoltura italiana e il nucleare. Infine co-fondò la Lega per l’Ambiente, oggi nota come Legambiente, della quale per molti anni ha guidato il comitato scientifico.

Ciò che Conti ci ha lasciato non sono solamente i suoi insegnamenti e studi (ancora di grande attualità) ma anche la certezza che possa esistere un connubio vincente tra politica, ecologia e ricerca scientifica.

Una figura centrale dell’ecofemminismo: Vandana Shiva

Tra le tante figure di riferimento dell’ecofemminismo spicca certamente Vandana Shiva, scienziata e attivista di origine indiana

La sua storia comincia circa cinquant’anni fa, quando stava ormai per abbandonare l’India per dirigersi in Canada a svolgere il proprio dottorato. Poco prima di partire venne a conoscenza di un movimento che si stava sviluppando nelle foreste alle pendici dell’Himalaya: tremila alberi erano a rischio abbattimento e con loro gli animali che li abitavano e le risorse necessarie al sostentamento dei villaggi vicini. Alcune donne si erano quindi riunite per dare vita al movimento di Chipko – che nella lingua locale significa aggrapparsi. Cingendo gli enormi alberi, infatti, impedirono la deforestazione e la conseguente perdita di biodiversità. 

Figura 2. Movimento di Chipko

Da quel momento i saggi e le idee di Vandana Shiva hanno fatto il giro del mondo fino a essere raccolti in numerosi libri, tra cui uno dei più importanti è sicuramente Staying alive: Women, ecology, and survival in India 13.

È stata certamente questa sua vittoria a ispirarla a creare numerosi altri scontri e progetti volti alla difesa della terra e delle donne.

Tra questi è sicuramente necessario ricordare il suo impegno per la protezione della biodiversità e delle colture autoctone dalle multinazionali, che a più riprese hanno tentato di fare proprie alcune varietà agricole locali per renderle un prodotto di massa a disposizione dell’Occidente.

Ecco perché, nel 1987, Shiva costruì a Navdanya – nove semi – un progetto che aveva come obiettivo quello di creare una rete di comunità contadine che potessero scambiarsi tra loro, gratuitamente, semi e conoscenze. Da questa realtà nacque, una decina di anni dopo, l’Università della Terra, presso la quale vengono insegnate agroecologia e agricoltura biologica.

L’interesse di Vandana Shiva nei confronti delle pratiche agricole deriva dal fatto che, secondo i suoi i suoi studi, le più importanti implicazioni dei cambiamenti climatici nelle vite delle donne sono da ricercare nella loro stretta vicinanza con la natura. Nelle zone rurali e nei Paesi in via di sviluppo l’agricoltura è il principale mezzo di sostentamento delle donne, che rappresentano il 45% della forza-lavoro in questo settore, con picchi di oltre il 60% in alcuni Paesi come il Lesotho, il Mozambico e la Sierra Leone. Le condizioni lavorative delle donne sono però di gran lunga peggiori di quelle degli uomini, a cominciare dalla differente retribuzione. 

In Africa e in Asia, in media, le donne lavorano 12/13 ore in più alla settimana rispetto agli uomini, ciononostante, meno del 20% dei possidenti terrieri sono donne 14

Crisi climatica, agricoltura ed educazione: un’unica grande sfida

Uno studio pubblicato su Nature 15 mostra che entro il 2100 i cambiamenti climatici porteranno a irreparabili perdite di biodiversità, con conseguente estinzioni di numerose specie animali e vegetali. Non è difficile, quindi, immaginare come diretta conseguenza una grossa perdita di lavoro e di mezzi di sostentamento per le donne coinvolte nel settore agricolo. A tal proposito, nel 2021 il Malala Fund ha stimato che gli eventi collegati alla crisi climatica hanno impedito a circa 4 milioni di ragazze nei Paesi in via di sviluppo di terminare i propri studi. Entro il 2025 questo numero potrebbe crescere del 200% e avere come conseguenza un’ondata migratoria di massa di donne e ragazze. Non è un caso che, secondo un recente report, l’80% dei già esistenti migranti climatici siano donne 16.

Tutti questi problemi, che oggi preoccupano più che mai, sono stati discussi approfonditamente un anno fa al Consiglio Europeo 17. L’Assemblea Parlamentare del Consiglio Europeo (PACE) ha infatti dichiarato che gli effetti dei cambiamenti climatici hanno un impatto molto maggiore sui Paesi in via di sviluppo, sulle persone socialmente marginalizzate, sulle minoranze, sulle donne e sui bambini.

Il report che ne è derivato raccoglie inoltre una serie di misure per combattere le disuguaglianze. 

A tal proposito le misure più importanti hanno come obiettivo quello di rafforzare la cooperazione e gli aiuti verso quei Paesi dai quali provengono i migranti climatici, cercando anche soluzioni concrete per lenire la scarsità di cibo e di acqua potabile.

Note

  1.  S. Bahous, UN Women, https://reliefweb.int/report/world/statement-rising-challenges-2023-women-and-girls
  2. UN Women report, 2022: https://news.un.org/en/story/2022/09/1126171
  3.  A. Bonewit, & R. Shreeves, The gender dimension of climate justice, Technical Report from the European Parliament’s Policy Department for Citizens’ Rights and Constitutional Affairs, 2015, da https://policycommons.net/artifacts/1334640/the-gender-dimension-of-climate-justice/1940363/
  4. J. Moreira da Silva, Why You Should Care About Unpaid Care Work, OECD Development Matters, 2019, da: https://oecd-development-matters.org/2019/03/18/why-you-should-care-about-unpaid-care-work.
  5. K. Power, The COVID-19 pandemic has increased the care burden of women and families, Sustainability: Science, Practice and Policy, 16(1), pp. 67-73, 2020, https://doi.org/10.1080/15487733.2020.1776561
  6. C.J. Carlson, G.F. Albery, C. Mero.,C.H. Trisos., C.M. Zipfel, E.A. Eskew, … & S. Bansal, Climate change increases cross-species viral transmission risk, Nature, 1-1, 2022, https://doi.org/10.1038/s41586-022-04788-w
  7.  UN Women highlights from 2020–2021,  Annual Report, da https://annualreport.unwomen.org/en/2021
  8.  F. d’Eaubonne, Le féminisme ou la mort, 1974
  9.  K. Crenshaw, On Intersectionality: Essential Writings 
  10. A. Kaijser, A. Kronsell, Climate change through the lens of intersectionality, 2013, https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/09644016.2013.835203
  11. L. Conti, Visto da Seveso, Feltrinelli, 1977
  12.  L. Conti, Una lepre con la faccia di bambina, Editori Riuniti, 1978
  13.  V. Shiva, Staying alive: Women, ecology, and survival in India (Vol. 84), 1988, New Delhi: Kali for Women.
  14. FAO, Le donne sono la chiave per costruire un mondo libero da fame e povertà, 2016, https://www.fao.org/news/story/pt/item/461140/icode/
  15.  C.H. Trisos, C. Merow & A.L. Pigot, The projected timing of abrupt ecological disruption from climate change, Nature, 580(7804), pp. 496-501, 202, https://doi.org/10.1038/s41586-020-2189-9
  16.  K.K. Rigaud, A. De Sherbinin, B. Jones, J. Bergmann, V. Clement, K. Ober … & A. Midgley, Groundswell: Preparing for Internal Climate Migration, World Bank, Washington, 2018, da: https://openknowledge.worldbank.org/handle/10986/29461
  17.  Parliamentary Assembly, Assembly debate, 29 September 2021, Doc. 15348, report of the Committee on Migration, Refugees and Displaced Persons, rapporteur: Mr Pierre-Alain Fridez. https://pace.coe.int/en/files/29524/html
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