Transizione energetica e carbone

Il carbone è una risorsa altamente inquinante ma anche economica e dall’ottima resa. Saremo in grado di sostituirla completamente?

Autore

Sergio Vergalli

Data

24 Gennaio 2023

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3' di lettura

DATA

24 Gennaio 2023

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Londra, sabato 6 dicembre 1952. Una fitta nebbia avvolge la città. La fredda umidità penetra nelle ossa. Un signore distinto, alzandosi il bavero, si stringe nel cappotto per cercare un po’ di tepore. Nel buio dello smog, un fischio sordo. Uno sbuffo. Una fioca luce fende la nebbia, avvicinandosi, diventando sempre più intensa. La locomotiva sta entrando in stazione. A bordo, il fuochista riordina il carbone per alimentare il fuoco del motore a vapore. Il ‘Grande Smog’ (la parola, non a caso deriva dalla crasi fra smoke, fumo, e fog, nebbia) colpì Londra nel 1952, e causò la morte, in soli 5 giorni, di migliaia di persone. Fu la combinazione, letale, tra un mondo fortemente alimentato a carbone e sfavorevoli condizioni climatiche. 

Il carbone ha da sempre un impatto ambivalente sullo sviluppo economico e sull’ambiente. 

Da un lato ha giocato un ruolo cruciale nella rivoluzione industriale. Ha sicuramente condiviso la scena con il progresso tecnologico, che la locomotiva ben rappresenta. Di fatto, è la fonte energetica utilizzata nelle prime fasi di sviluppo economico di un Paese. Ciò avvenne in passato per i paesi sviluppati, e si sta verificando anche ora per i paesi in via di sviluppo. 

Dall’altro lato il carbone rappresenta anche ‘il pericolo pubblico’ numero uno, essendo la fonte che contribuisce maggiormente alle emissioni globali di carbonio (43% medio annuo dal 1990 al 2019, su dati IEA – International Energy Agency) e quindi il maggior responsabile del cambiamento climatico. È pertanto imperativo limitarne l’uso al fine di frenare l’aumento delle temperature. In questa linea si stanno sviluppando le politiche globali volte alla riduzione delle emissioni di CO2. La transizione energetica deve quindi avere tra i suoi obiettivi anche quello di sostituire il carbone. Con quale velocità? Chi dovrà farlo? Per cercare di rallentare l’oramai irreversibile cambiamento climatico, sarebbe opportuno che tutti i Paesi azzerassero il suo utilizzo nel minor tempo possibile.

Tuttavia, è più facile a dirsi che a farsi. Soprattutto per i Paesi che sono ancora fortemente dipendenti dalla più inquinante delle fonti fossili. La Cina, che nel 2021 ha emesso quasi 10400 MtCO2 (primo paese nel ranking mondiale), è il maggiore consumatore al mondo di carbone, ma al contempo contribuisce a più della metà della produzione mondiale. L’india, con più di 2000 MtCO2 nel 2020, è il secondo consumatore e produttore mondiale. Quando uno stato deve crescere in maniera rapida, utilizza risorse energetiche a basso costo e non si pone, inizialmente, il problema del cambiamento climatico. In primo luogo, l’obiettivo è aumentare i livelli dei redditi dei suoi cittadini. Solo ad un certo punto, quando si è raggiunto un certo livello di benessere monetario, ci si rende conto delle altre questioni da tenere in considerazione, come l’ambiente.

Da questo momento in poi, la spinta è anche quella di inquinare di meno. In questo caso si parla di ‘decoupling’, ovvero di un disaccoppiamento fra crescita ed emissioni. Dato che, di fatto, la situazione globale è caratterizzata da una forte differenza nei livelli di sviluppo dei Paesi, osserviamo orientamenti totalmente difformi in merito all’utilizzo del carbone. Da un lato esso viene correttamente escluso dalla tassonomia verde dell’Europa, e quindi si pianifica il suo azzeramento (phase-out), dall’altro si progettano nuove centrali (Cina ed India in primis) e se ne programma una graduale riduzione (phase-down) ma in tempi più dilatati.

Nel primo caso viene definito un obiettivo ben preciso (zero), nel secondo è a discrezione di chi definisce la politica. In questo contesto, l’eterogeneità degli attori rende molto complessa la cooperazione. Purtroppo, ulteriori fattori complicano il cammino verso la transizione energetica: la ripresa green post-covid ha iniziato a surriscaldare i prezzi del gas, a conseguenza di un aumento della domanda; la successiva guerra in Ucraina ha fatto lievitare ulteriormente il costo dell’energia a causa di una riduzione della offerta (potenziale e, in alcuni casi, effettiva).

Visto il rischio di rimanere a corto di energia, in Italia si è paventata l’ipotesi di ricorrere all’energia elettrica prodotta con il carbone, rimandando a tempo da definire, la chiusura di alcune delle 7 centrali al momento attive. Recenti dichiarazioni del Governo hanno negato che questa ipotesi venga attuata ma resta dubbia la copertura del gas che potrebbe mancare in Italia nel caso si inasprissero gli scambi commerciali con la Russia (quasi 10 miliari di smc, standard metri cubi, su un totale di 73 miliardi).

Se in Italia si persegue il phase-out dal carbone, non è escluso che ci possano invece essere rallentamenti in altri Paesi, a causa dell’attuale congiuntura. Anche la Germania, che importa circa il 51% del gas dalla Russia, potrebbe trovarsi in forte difficoltà nel caso di una riduzione delle forniture da Mosca. Il futuro della transizione energetica è quindi una strada in salita, costellata da grandi opportunità ma anche bivi impervi. 

Da un lato oggi il cielo di Londra è più limpido anche grazie alle politiche che vennero adottate come conseguenza di quei giorni terribili e la città è attraversata da treni di ultima generazione, anche alimentati da risorse rinnovabili. Dall’altro, quasi settanta anni dopo, il 5 novembre 2021, Pechino, avvolta dallo smog, ha dovuto chiudere autostrade scuole e attività all’aperto.

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