Guardare in faccia il pericolo

Ammettere l’esistenza di una crisi climatica non garantisce un passaggio all’azione. L'aiuto può arrivare dalla comunicazione.

Don't look up

Autore

Linda Terrafino

Data

5 Settembre 2022

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4' di lettura

DATA

5 Settembre 2022

ARGOMENTO

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Qualche mese fa ha avuto una grande risonanza mediatica l’uscita del film Don’t look up di Adam McKay. La trama è generalmente nota: la dottoranda in astronomia Kate Dibiasky (Jennifer Lawrence) e il professore Randall Mindy (Leonardo Di Caprio) scoprono una cometa in rotta di collisione con la Terra, con un impatto previsto dopo sei mesi, abbastanza grande da provocare un’estinzione di massa se non si agisce per tempo. La metafora della cometa è un escamotage molto semplice per parlare del maggior pericolo che ci minaccia come specie, il cambiamento climatico, e soprattutto per parlare delle potenziali conseguenze catastrofiche generate dall’indifferenza generale verso il tema.

L’intento del regista è stato sicuramente raggiunto, non solo perché il film ha fatto molto discutere, ma anche perché gli scienziati che si occupano di cambiamento climatico hanno dichiarato di essersi riconosciuti nella frustrazione e impotenza della coppia protagonista, come ha dichiarato lo scienziato Peter Kalmus al Guardian 1. Nel film le persone si dividono tra chi look up alla cometa (guarda in faccia il pericolo) e chi invece don’t look up (non vuole guardarlo), una categoria eterogenea che comprende politici interessati soltanto al proprio tornaconto personale, giornalisti in cerca dell’ultimo scoop sentimentale dell’attore di turno e una massa indistinta di persone comuni, sempre più irretita dalla rete dei media contemporanei.

Don’t look up è una satira pungente sull’epoca della distrazione di massa, dove i mezzi di comunicazione rendono impossibile lo sviluppo di una coscienza critica collettiva, in grado di mettere in moto una serie di azioni per contrastare un problema enorme che mette in pericolo la vita sulla Terra. In questo senso il film appare privo di una pars costruens, in grado di suggerire una possibile via d’uscita dalla catastrofe annunciata e soprattutto soluzioni concrete che possano fronteggiare quella che è innanzitutto una crisi di comunicazione di un problema globale (nel film l’arrivo della cometa, in senso metaforico i danni forse irreversibili causati dal cambiamento climatico) con un ventaglio di mezzi e risorse differenti.

Ma quali sarebbero le strategie comunicative che la comunità scientifica dovrebbe perseguire per farci alzare lo sguardo dai nostri interessi contingenti e farci interessare a un problema di lungo periodo come quello dell’innalzamento delle temperature globali, con le sue ricadute economico-sociali?

Il primo problema che deve affrontare chi si occupa della comunicazione della crisi climatica è quello di doversi rivolgere a un pubblico molto vasto ed eterogeneo di non-specialisti, al quale bisogna spiegare un fenomeno complesso e dalle molteplici sfaccettature, in parte ancora incerto e sconosciuto, e che non può essere tradotto in una serie di formule scientifiche univoche e condivise. Inoltre, la questione dei cambiamenti climatici presenta numerose implicazioni non solo dal punto di vista ecologico, ma anche dal punto di vista socioeconomico (e, di conseguenza, politico).


Qualsiasi soluzione proposta dalla comunità scientifica e dalle istituzioni dovrà dunque essere necessariamente olistica, capace di tenere conto di una serie di variabili interconnesse di tipo sociale e psicologico, che inevitabilmente orienteranno la risposta della popolazione di fronte alla communication crisis. La transizione energetica, che la sfida dei cambiamenti climatici ci impone, comporterà inevitabilmente un cambio del paradigma economico attuale, con ricadute importanti sull’assetto delle società odierne.

Di fronte a un problema di portata globale e di proporzioni gigantesche, alcuni psicologi tra cui Peter Sandman hanno ipotizzato reazioni di ansia e paura che porterebbe molte persone a trasformarsi in ‘asintomatici del clima’: lo stato di apatia e indifferenza in cui sono caduti impedirebbe il cambiamento delle abitudini tradizionali di consumo e l’appoggio a riforme politiche orientate allo sviluppo sostenibile 2.

Alla coscienza dell’esistenza dei cambiamenti climatici non conseguirebbe in automatico una presa di posizione netta e la ricerca attiva delle soluzioni al problema. La tesi di Sandman sembra in qualche modo rispecchiare i dati di un recente sondaggio europeo fatto tra marzo e aprile 2021: secondo l’Eurobarometro, il 93% dei 27mila cittadini europei intervistati considera il cambiamento climatico un problema ‘serio’ e il 78% addirittura lo ritiene ‘molto serio3.

Nonostante il tasso di consapevolezza elevato che si ricava dal survey, molti scienziati sono convinti che il dibattito attorno alla crisi climatica non sia ancora centrale all’interno della società e che le persone comuni sottostimino l’impatto della crisi climatica sulle loro vite.

Come è possibile che dalla conoscenza teorica non scaturisca in automatico l’azione? Il fatto è che spesso nella comunicazione istituzionale la questione viene presentata in termini descrittivi e analitici, facendo per esempio riferimento a statistiche oppure a pattern di difficile comprensione. Come è stato invece evidenziato da Van der Linden, Maibach e Leiserowitz, non è scontato che i nostri cervelli processino le informazioni dai contorni incerti e imprevedibili legate al clima. 4 La portata globale del problema climatico rischia di restituire un’immagine troppo astratta della questione, troppo lontana in termini spaziali e temporali dalla vita quotidiana.

Non è inusuale che il cittadino possa sentirsi schiacciato da un problema che avverte come più grande di lui e in ultima istanza come incontrollabile, sentendosi privo degli strumenti adatti a decifrarlo e ad affrontarlo. Sicuramente la complessità del fenomeno e gli aspetti in parte ancora sconosciuti che lo caratterizzano contribuiscono a minare la fiducia della popolazione nella propria personal efficacy 5, oltre che nell’effettiva utilità dell’azione di modelli di consumo più sostenibili.

In modo analogo, la sensazione della mancanza di controllo da parte delle istituzioni sulla crisi climatica, che non hanno ancora saputo indicare un chiaro percorso risolutivo, accresce la sfiducia verso le politiche sostenibili promosse dai governi, andando ad alimentare quello status quo bias che vedrebbe nella transizione energetica un pericolo per gli equilibri socioeconomici attuali.

Le istituzioni politiche, che hanno il compito di comunicare in modo chiaro e coerente con il cittadino in questo delicato momento di crisi, rischiano invece di essere percepite come powerless di fronte a processi di cambiamento che non hanno saputo governare fino a questo momento, finendo per aumentare il senso di ansia e di solitudine – nella definizione di Bauman – del cittadino globale 6.

Che fare, dunque? In realtà il ventaglio di possibili soluzioni è più ampio di quello che si crede.

Uno dei concetti su cui fanno maggiormente leva gli esperti di care communication e gli studiosi di psicologia dei cambiamenti climatici è quello del nudging. Si tratta di un concetto nato negli ambiti dell’economia comportamentale e della psicologia cognitiva. Secondo i suoi due maggiori teorici, Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, per poter risolvere problemi complessi di interesse pubblico, come quello della crisi climatica, i governi devono offrire ai propri cittadini quella che definiscono una ‘architettura della scelta’, in grado di promuovere l’adozione di nuovi comportamenti positivi per sé e per gli altri, oltre a un maggiore impegno sociale. 7.

I cittadini sarebbero dunque spinti a cambiare sotto la spinta di nudges, o pungoli gentili, che orienterebbero le loro scelte senza costituirsi come obblighi oppure ordini, attraverso interventi facili da realizzare e che rispettino la libertà di scelta individuale. Un esempio che Thaler e Sunstein propongono, in questo caso volto a incentivare uno stile alimentare sano, è quello di mettere la frutta all’altezza dello sguardo sugli scaffali, per esempio quelli di un supermercato, senza proibire l’acquisto di cibi poco salutari 8.

Un’altra strategia utile per le istituzioni che devono comunicare in modo chiaro ed efficace la crisi ecologica è quella di adattare il messaggio da veicolare al contesto locale, cercando di comprendere in anticipo, nel modo più dettagliato possibile, le caratteristiche del pubblico a cui si rivolgono.

Per evitare che i cittadini inconsciamente proiettino le conseguenze dei cambiamenti climatici in un altrove lontano, dove saranno altre persone a venirne coinvolte, gli esperti incaricati della comunicazione dovrebbero sollecitare un senso di responsabilità ecologica verso la propria comunità locale: in questo modo le persone saranno spinte a prendersi cura dell’ambiente e dei luoghi in cui vivono, costituendosi come cittadinanza attiva.

È importante sostenere processi partecipativi dal basso, affinché la comunità possa indirizzare le decisioni politiche che la riguardano 9. Infine, è importante che i comunicatori della crisi climatica scelgano di veicolare messaggi onesti, chiari e di facile comprensione, rivolti potenzialmente a tutti. Due dei parametri principali di questo tipo di comunicazione dovrebbero essere la coerenza e i riferimenti alle esperienze locali di politiche sostenibili, in modo da guadagnarsi la fiducia della popolazione.

Un manifesto della comunicazione climatica come quello recente di Ci sarà un bel clima 10, che ha coinvolto nella sua stesura figure professionali molto diverse tra loro (scienziati, giornalisti, politici e imprenditori) e singoli cittadini, può essere un ottimo punto di partenza per la progettazione di percorsi di comunicazione cooperativa tra istituzioni politiche e cittadini.

Perché l’unico modo per uscire dalla crisi climatica è quello di lavorare insieme verso un obiettivo comune, che tenga conto delle esigenze e delle (legittime) reazioni psicologiche di tutti gli attori coinvolti in questa sfida epocale. 

Note

  1. Peter Kalmus, I’m a climate scientist. Don’t Look Up captures the madness I see every day.
  2. M.P. Sandman, Climate change risk communication: the problem of psychological denial, The Peter Sandman Risk Communication Website, 11 febbraio 2009.
  3. Eurobarometro 2021 è disponibile online all’indirizzo. 
  4. S. Van der Linden et al., Improving public engagement with climate change: five “best practice” insights from psychological science, in «Perspectives on Psychological Science», vol. 10, n. 6, pp. 758-763, 2015.
  5. S. Re, La transizione ecologica, un impegno di rinnovamento sociale non più revocabile, in «Scienza in Rete», 09 aprile 2021.
  6. Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, Milano, Feltrinelli, 2014 (ed. or. 1999).
  7. R.H. Thaler e C.R. Sunstein, Nudge. La spinta gentile: la nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità, Milano, Feltrinelli, 2014 (ed. or. 2008). Cfr. inoltre P. John et al, Nudge nudge, think think: two strategies for changing public behaviour, in «The Political Quarterly», vol. 80, n. 3, 2009.
  8. Nudge, p. 6.
  9. I.V. Muralikrishna., V. Manickam, Chapter Eight – Environmental risk assessment, in Environmental Management, Science and Engineering for Industry, pp. 135-152, 2017
  10.   Ci sarà un bel clima.
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