Lo sviluppo socioeconomico in Africa subsahariana: decollo o falsa partenza?
Agosto 2013 – Le condizioni economiche e sociali dell’Africa subsahariana sono rapidamente migliorate negli ultimi dieci anni. Le morti per malaria sono diminuite del 30% in molti dei paesi tradizionalmente più colpiti dalla malattia e le infezioni da HIV hanno registrato un calo tendenziale che ha raggiunto persino delle punte del 74%. La speranza di vita nel continente è aumentata di circa il 10% e il tasso di mortalità infantile è sceso vertiginosamente nella maggior parte dei paesi. Questo netto progresso sociale è in parte dovuto al vero e proprio boom economico che il continente vive da ormai un decennio. In quest’arco temporale, infatti, il reddito reale pro capite è aumentato di oltre il 30%, facendo dell’Africa il continente a più rapida crescita economica al mondo. Nel prossimo decennio il PIL del continente dovrebbe aumentare a un tasso di crescita medio annuo del 6%, anche grazie all’effetto benefico dei crescenti Investimenti Diretti Esteri (IDE), passati da 15 miliardi di dollari nel 2002 a 46 miliardi nel 2012.

Tuttavia, l’Africa ha già sperimentato nel suo passato delle fasi di repentina crescita seguite da altrettanto fulminee crisi di carattere sia politico sia economico e sociale. Violenza, corruzione e malgoverno sono fenomeni oggi ancora largamente diffusi nel continente. La domanda cruciale rimane dunque la seguente: quanto è da considerarsi reale e sostenibile l’attuale crescita africana? Gli ottimisti già parlano dell’attuale come del «secolo africano», vedendo nel continente «la Cina di domani» o la «nuova India». Gli scettici ritengono invece che la situazione presente altro non sia che una delle innumerevoli false partenze alle quali l’Africa ci ha abituati nel corso dei decenni.
«The Economist» ha recentemente proposto ai suoi lettori uno special report dal titolo emblematico: Africa Rising: A Hopeful Continent. Partendo dall’esperienza maturata nei suoi 25.400 chilometri di viaggio attraverso il continente, l’autore del rapporto, Oliver August, ha lanciato uno dei tradizionali Economist Debates, portando attorno a un tavolo due importanti esperti internazionali di questioni africane: il primo, Wolfgang Fengler, economista dell’ufficio di Nairobi della Banca Mondiale e ferreo assertore del rinascimento africano; il secondo, Rick Rowden, consulente presso la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) di Ginevra e analista presso la ONG ActionAid, fermamente scettico sulle reali prospettive di crescita del continente.
Questo articolo si propone innanzitutto di riassumere gli elementi essenziali di questo dibattito che, nella sua spiccata polarizzazione, può essere considerato come uno specchio fedele dei due principali punti di vista – ottimista e scettico – oggi quanto mai vivi nelle questioni riguardanti il futuro del continente africano. In conclusione si cercherà, invece, di formulare una sintesi di questo dibattito, proponendo una «terza via» capace di riassumere in modo pragmatico gli elementi migliori dei due punti di vista dominanti.

Il rinascimento africano nella visione degli ottimisti
Secondo i sostenitori di questo punto di vista, esistono due ragioni fondamentali per essere realisticamente ottimisti sul futuro del continente. In primo luogo, l’Africa si trova in una migliore posizione economica oggi di quanto non lo fosse alla fine del secolo scorso. In secondo luogo, i recenti progressi in termini di crescita economica e progresso sociale vanno considerati come le prime manifestazioni di una transizione profonda e di lungo termine, che racchiude in sé il potenziale necessario per accrescere lo sviluppo dell’Africa in modo progressivo e sostenibile.
Dal 2000 i paesi africani hanno conosciuto un tasso di crescita medio annuo superiore al 5%. Tale fenomeno non ha interessato solamente i paesi ricchi di risorse naturali, ma il continente nel suo complesso: da paesi costieri come Senegal e Mozambico a paesi senza sbocco sul mare come il Burkina Faso; esportatori di materie prime come Zambia e Nigeria a importatori come Etiopia e Ruanda; da paesi a basso reddito come l’Uganda a economie a medio reddito come Mauritius e Botswana. Tutte queste nazioni hanno sperimentato alti livelli di crescita economica, dimostrando che tale andamento positivo non è dovuto solamente a un aumento dei prezzi delle materie prime, bensì a un più generale miglioramento delle politiche economiche implementate nei vari paesi.
Tale crescita economica ha comportato evoluzioni positive anche in termini di progresso sociale e sviluppo umano. Infatti, i tassi di povertà stanno registrando un rapido calo e gli indicatori sociali stanno migliorando ancor più rapidamente. Tra il 1999 e il 2012, il tasso di povertà del continente africano è sceso dal 58% al 43%, circa un punto percentuale all’anno. Nonostante la persistenza di guerre e malattie infettive, gli africani vivono ora più a lungo che mai: 55 anni in media, cioè sette anni in più rispetto alla durata media della vita che si registrava un decennio fa. Questa tendenza sembra, inoltre, destinata a continuare.
Le stime confermano, infatti, che nei prossimi dieci anni l’aspettativa di vita nel continente raggiungerà il livello –i mpensabile sino a qualche anno fa – di 60 anni, soprattutto grazie alle forti riduzioni previste negli indici di mortalità infantile. Per fare un esempio, in Kenya tale mortalità infantile è diminuita del 38% dal 2000 a oggi: un traguardo che va già ben oltre quanto fissato dagli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite.
Queste tendenze positive possono essere considerate come i primi segni di un più profondo cambiamento storico già in atto nel continente africano. Un cambiamento che affonda le proprie radici nel triplice paradigma demografia-geografia-tecnologia. Innanzitutto, l’Africa rappresenterà nei prossimi decenni l’epicentro della crescita demografica mondiale. Le stime affermano, infatti, che metà della crescita demografica futura sarà guidata dall’Africa; sorprendentemente tale incremento non sarà trainato da una maggiore fertilità (che è già oggi in declino nel continente), bensì dall’aumento dell’aspettativa di vita.
Tale dinamica è fortemente favorevole all’economia africana, in quanto una crescita della popolazione adulta significa di fatto un incremento della futura forza lavoro: da 460 milioni di persone nel 2010 a circa 800 milioni entro il 2030. Al contrario, i bambini e gli anziani (non rientranti nella forza lavoro) saranno in futuro relativa mente meno. Una simile transizione demografica spiega circa un terzo della performance di crescita in Asia orientale nel corso degli ultimi tre decenni.
In secondo luogo, l’Africa sta vivendo una transizione anche in termini geografici. Il processo di urbanizzazione avanza in modo molto rapido: se oggi il 40% degli africani vive in città, entro il 2030 si raggiungerà circa il 50%. In tutto il mondo il processo di urbanizzazione è stato associato a migliori prospettive economiche, in quanto tende a favorire lo sviluppo di mercati più efficienti e competitivi e, al tempo stesso, la crescita di quel settore dei servizi necessario per rendere le condizioni di vita nelle zone urbane superiori rispetto a quelle delle zone rurali.
In terzo luogo vi è la tecnologia che, combinata con l’educazione, sta realmente rimodellando le prospettive di sviluppo dell’Africa. Le telecomunicazioni si stanno diffondendo rapidamente in tutto il continente, rendendo più semplice la partecipazione alla vita sociale e politica, specialmente nelle aree rurali. In particolare, i benefici sociali della connettività mobile sono accresciuti dal loro utilizzo nel settore dell’istruzione. Quella primaria non è più un lusso in Africa e il continente sarà presto in grado di recuperare il proprio educational divide grazie alla rapida espansione dell’istruzione secondaria. In questo rinnovato contesto, aziende come IBM, Nokia e Google stanno attraversando il continente in cerca di opportunità di business e di talenti.
Missione compiuta, dunque? Troppo presto per dirlo. L’Africa resta una delle più grandi sfide di sviluppo nel mondo. I livelli di reddito e le condizioni sociali restano ancor oggi estremamente difficili. Paesi come la Repubblica Democratica del Congo, la Repubblica Centrafricana, il Madagascar, il Gabon e lo Zimbabwe sono ancora affetti da conflitti, malgoverno, profonda disuguaglianza, e spesso una combinazione di questi mali. Nel continente africano, tuttavia, tali paesi rappresentano ormai l’eccezione e non la regola.
Nell’ultimo decennio le politiche economiche non sono migliorate in tutti i paesi africani; questo spiega perché il continente non stia ancora vivendo una vera rivoluzione industriale e lascia intuire quale sia il potenziale ancora inutilizzato di cui dispone il motore della crescita economica africana. Un potenziale costituito innanzitutto da una popolazione giovane e da una rivoluzione tecnologica in corso, che si potrà sfruttare appieno solo attraverso un ulteriore sforzo nella riforma delle politiche economiche dei vari paesi e, soprattutto, se si verificherà un ulteriore passo avanti in favore della stabilità politica di molte aree, ancora oggi al centro di guerre e violenze. Andando in questa direzione, tra un decennio potremo vedere un’Africa in cui il reddito medio sarà più elevato, la povertà sarà minore e gli africani continueranno a vivere sempre più a lungo.
L’Africa, ovvero la terra delle false illusioni: la visione dei pessimisti
Più del 40% della popolazione africana vive ancora al di sotto della soglia di povertà, molti governi rimangono ancora tra i più corrotti al mondo e numerose guerre continuano ad affliggere il continente. Sono questi gli elementi fondamentali alla base della visione pessimista sulle future prospettive di crescita e sviluppo economico, sociale e politico dell’Africa. Una prospettiva secondo la quale l’Africa non è per nulla destinata a diventare la prossima potenza economica mondiale e nemmeno una sorta di «nuova Cina».
Tale prospettiva si focalizza, generalmente, sulla definizione convenziona le di sviluppo (cioè quella prevalsa in tutto il percorso d’industrializzazione di Europa, America, Giappone ed Est asiatico, Cina compresa), inteso come la transizione di economie basate sull’agricoltura e sulle industrie estrattive verso una forma più incentrata sulla produzione e sui servizi a valore aggiunto. Tale interpretazione convenzionale dello sviluppo si sarebbe interamente spostata negli ultimi decenni verso un discorso incentrato sulla nozione di riduzione della povertà e sul raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio delle Nazioni Unite. La riduzione della povertà e il raggiungimento di tali obiettivi sono certamente utili, tuttavia l’attenzione eccessiva su di loro rischia di far perdere di vista la necessità di attuare un vero processo di industrializzazione al fine di perseguire lo sviluppo tradizionalmente inteso.
Tale dinamica, incoraggiata anche dal sistema di aiuti internazionali allo sviluppo, ha portato a pensare che il semplice raggiungimento di una maggiore crescita del PIL, di un aumento degli scambi e della riduzione della povertà significhi di per sé sviluppo, mentre questi elementi rimangono su piani fondamentalmente diversi. Per esempio, se un paese africano come il Malawi raggiunge elevati tassi di crescita del PIL e aumenta il suo volume di export, questo non significa che la produzione di beni e servizi in percentuale rispetto al PIL sia aumentata allo stesso modo nel corso del tempo. Il Malawi potrebbe, infatti, aver guadagnato proventi più elevati dall’esportazione di commodity agricole sui mercati internazionali, e avere ancora un’economia prevalentemente agricola, con un aumento molto limitato di quella produzione e di quell’occupazione ad alta intensità di manodopera necessarie per un reale sviluppo della sua economia.
Guardando all’Africa di oggi attraverso la lente della definizione convenzionale di sviluppo, è dunque possibile pensare che il continente sia ben lungi dall’essere in procinto di divenire, sul modello asiatico, una potenza economica su scala mondiale. In questo senso si colloca anche uno studio del 2011 realizzato congiuntamente dalla Conferenza sul Commercio e lo Sviluppo e dall’Organizzazione per lo Sviluppo Industriale delle Nazioni Unite, secondo il quale nonostante i netti miglioramenti in alcune aree, la maggior parte dei paesi africani continua ad avere un processo di industrializzazione stagnante e/o recessivo.
Dallo studio è, infatti, emerso che la quota di valore aggiunto manifatturiero (in percentuale sul PIL) dell’Africa è scesa dal 12,8% del 2000 al 10,5% del 2008. Questo declino è stato inoltre affiancato dal crollo della quota di manufatti sul totale delle esportazioni africane, scesa dal 43% del 2000 al 39% nel 2008. Infine, guardando all’andamento della produzione manifatturiera, è possibile osservare come la maggior parte dei paesi afri cani sia rimasta ferma, mentre 23 paesi abbiano addirittura fatto registrare un segno meno nel valore aggiunto manifatturiero pro capite nel periodo 1990-2010. Questa situazione fa sì che l’Africa resti ancora oggi ai margini del sistema manifatturiero mondiale, in termini sia di produzione sia di com mercio. La quota di valore aggiunto manifatturiero africano rispetto al PIL mondiale ha, infatti, registrato un calo dal già misero 1,2% del 2000 all’1,1% del 2008. Inoltre, la quota di esportazioni manifatturiere africane sul totale mondiale resta estremamente bassa: 1,3% nel 2008.
Il ritardo nel processo di industrializzazione reso chiaro da questi dati, sommato alla grande porzione di popolazione che ancora vive sotto la so glia di povertà e alla persistente instabilità politica, fa ritenere al «filone scettico» che sia difficile pensare alla possibilità di un reale rinascimento economico africano nel prossimo futuro, a meno che i governi locali non intervengano in modo deciso su queste tematiche, in particolare lavorando a delle politiche industriali strutturate, capaci di rappresentare una concreta prospettiva di sviluppo per il continente.
L’auspicio di una «terza via» per un approccio pragmatico alla questione
La breve sintesi dei due principali approcci – ottimista e scettico – protagonisti del dibattito dell’«Economist» sul futuro del continente africano, permette di cogliere l’estrema complessità della tematica. Quello dello sviluppo economico e sociale dell’Africa rimane, infatti, un tema vasto e intricato, costituito da una molteplicità di aspetti riguardanti non solamente la struttura economica degli stati ma anche quella politica e sociale.
Proprio sulla scorta di tale complessità, è auspicabile che questa tematica venga affrontata con un approccio pragmatico, una sorta di «terza via» capace di riassumere gli elementi migliori dei due filoni dominanti, in una sintesi schietta e concreta. In questo senso, tale approccio non potrà che affondare le proprie radici sui fondamentali geo-economici del continente (demografia, geografia, tecnologia), già enfatizzati dal filone ottimista. Ma questi fattori non rappresentano di per sé una garanzia per il futuro sviluppo economico e sociale del continente. Per questo motivo è dunque necessario raccogliere le critiche dei pessimisti in merito al processo di industrializzazione dell’Africa e sostenere i governi del continente in un’opera di creazione e/o riforma delle loro politiche industriali. Solo tale processo trasformativo delle economie africane da estrattive a produttive potrà fare dell’Africa una forza manifatturiera a livello mondiale, via imprescindibile per uno sviluppo economico e sociale realmente sostenibile del continente.
I primi a doversi far carico di queste responsabilità sono gli stessi governi africani; organizzazioni internazionali quali la Banca Mondiale o il Fondo Monetario Internazionale dovranno infatti limitarsi a mantenere un discreto ruolo di supporto, onde evitare gli errori compiuti in passato quando la «medicina» del Washington Consensus veniva prescritta indistintamente per ogni genere di «malattia». Quel tipo di approccio allo sviluppo appartiene ormai al XX secolo; ora solo gli africani possono prendere in mano il loro destino e fare del XXI il «secolo africano».
Fonte/Testo originale: Simone Tagliapietra ‘Dialettica del rinascimento africano’ – pubblicato su Equilibri, Fascicolo 2, agosto 2013, Il Mulino.