I marziani siamo noi

Il piano di Musk per colonizzare Marte come specchio dei desideri e delle fragilità umane

Autore

Tiziana Panizza Kassahun

Data

15 Settembre 2026

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5' di lettura

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15 Settembre 2026

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La distanza tra la Terra e Marte è di circa 225 milioni di chilometri. Enormi le quantità di propellente e scorte necessarie per un viaggio che dura circa 6-9 mesi.

Ecco perché i lanci avverranno appena le orbite della Terra e di Marte si allineano con il Sole, quando cioè la Terra si trova in mezzo e la distanza da Marte diventa di soli 56 milioni di chilometri. Ormai lo sappiamo tutti, il decollo senza equipaggio di Starship verso Marte è una questione di pochi mesi. Forse settimane. Prima comunque della fine dell’anno in corso. Per lo sbarco umano su Marte invece si dovrà attendere il 2029. Forse il 2030. Dai media, nuovi e vecchi, le informazioni e gli aggiornamenti sul piano muskiano sono giornalieri. Sarà impiegata una flotta di 1.000-2.000 astronavi. Veicoli spaziali Starship riutilizzabili, progettati per trasportare sulla superficie marziana attrezzature industriali e milioni di tonnellate di merci prima e un milione di coloni dopo. I voli cargo senza equipaggio che anticipano l’arrivo umano, verranno utilizzati per schierare rover automatizzati, pannelli solari flessibili ed eventualmente reattori a fissione nucleare in miniatura per costruire l’infrastruttura energetica e di supporto vitale.

La ragione per la quale Elon Musk ci vuole portare su Marte è chiara. È sua convinzione che l’umanità abbia bisogno di una civiltà di “riserva” nel caso in cui sulla Terra si verifichi una catastrofe di livello estintivo. Quella su Marte sarà dunque una città autosufficiente in grado di trasformare l’umanità in una specie multi-planetaria, per garantire la sopravvivenza a lungo termine. Vigeranno leggi autonome e non soggette ad alcuna autorità giuridica presente sul nostro Pianeta e a giudicare i coloni non saranno i tribunali e giudici di quaggiù. Chi lo dice? Parrebbe anticipare questa direzione una clausola legale che sta nei Termini di servizio di Starlink e che di fatto esclude la risoluzione di controversie attraverso autorità non marziane. Marte è un “pianeta libero”. Non riconosce competenze giudicanti di qualsiasi Governo né Commissioni Internazionali e quindi neanche leggi vigenti o tribunali sul nostro Pianeta. Qualsiasi controversia occorra durante il transito o sul suo suolo sarà risolta attraverso principi di autogoverno. Come? È decisamente troppo presto per arrischiarsi di fare un’analisi degli aspetti giuridici, sociali, politici, governativi, ideologici.

Più terra-terra molti esperti globali si sono invece sforzati di conoscere quali siano i costi di tale progetto e su come risolvere il dilemma delle radiazioni e della biologia. A cominciare da uno studio di fattibilità del modello di insediamento su Marte, datato 2014 del Massachusetts Institute of Technology (MIT), secondo il quale il progetto non era fattibile in modo schiacciante e agghiacciante. Molte sono le ragioni. I trasporti su Marte erano finanziariamente impraticabili. I coloni sarebbero morti soffocati o morti di fame nel giro di poche settimane. L’agricoltura all’interno di un habitat marziano sigillato genererebbe molto rapidamente livelli di ossigeno pericolosamente tossici e instabili. I viaggi di lunga durata nello spazio profondo espongono il nostro corpo a livelli estremi di radiazioni cosmiche e microgravità compromettendo la semina umana su Marte.

Sia i costi necessari per la missione sia la sopravvivenza umana una volta su Marte rappresentavano secondo lo studio della fattibilità sfide insormontabili. Sul versante dell’insostenibilità finanziaria relativa al trasporto ci sono state però alcune sorprese. A differenza dei vettori tradizionali, sia il booster Super Heavy sia la navicella Starship sono progettati per atterrare verticalmente e ripartire. Per compiere il tragitto interplanetario, Starship viene rifornita di propellente direttamente in orbita terrestre bassa tramite navicelle cisterna, ottimizzando i consumi energetici. I motori Raptor e i serbatoi della Starship prodotti da SpaceX utilizzano la stampa 3D su metallo per i componenti complessi, mentre i serbatoi sono assemblati tramite saldatura automatizzata di grandi anelli in acciaio inossidabile. Chapeau!

Oltre ad un approccio industriale orientato alla produzione di massa e all’abbattimento dei costi, il motore Raptor rappresenta certamente una serie di innovazioni tecniche che lo rendono il motore a razzo più avanzato mai costruito Il risparmio sta anche nell’aver dotato Starship di una cabina capace di portare su Marte un centinaio di passeggeri in un singolo viaggio. A partire dal 2030, è previsto che SpaceX offra il servizio di trasporto merci sulla superficie marziana al costo di soli 100 milioni di USD per tonnellata metrica, cioè 100.000 USD al kg – con l’obiettivo a lungo termine di far scendere il prezzo del biglietto per passeggero sotto i 500.000 USD. Il biglietto include il viaggio di andata e il ritorno gratuito qualora si decida di rientrare è, dice Musk, accessibile a chiunque possa vendere una casa sulla Terra.

Ma in una crisi planetaria che ci porterà verso l’estinzione siamo proprio sicuri che il valore immobiliare delle nostre case rimarrà intatto? L’onere della risposta la lasciamo agli economisti e/o agli agenti immobiliari.

È un altro il dato numerico interessante sul quale riflettere. Secondo alcuni studi citati da Musk per avere una colonia con una popolazione in grado di sostentarsi autonomamente e prosperare su Marte ci vogliono almeno un milione di persone! A questo punto viene spontaneo porsi un’altra domanda. Una domanda qualitativa e non numerica. L’ultima. Quella alla quale nessuno ancora sa rispondere. Chi saranno i coloni di Marte? Cosa stanno facendo in questo momento? Cosa pensano? Che lingua parlano? Quanti anni hanno? Perché vogliono vivere su Marte invece che sulla Terra? Probabilmente parliamo di individui giovani e fertili. Forse a convincerli a cambiare pianeta saranno nuove motivazioni esistenziali. Nuovi ideali insieme ai soliti bisogni antichi di sostentamento. Magari invece a sedurli sarà la vetrina dove mettersi in mostra.

Banalmente mi torna alla mente l’esperienza di Mars One, quell’organizzazione olandese, ormai scomparsa, ma ai tempi molto pubblicizzata, che si proponeva di stabilire il primo insediamento umano permanente su Marte. L’impresa prevedeva di finanziare una missione interplanetaria da trilioni di dollari trasformandola in uno spettacolo televisivo di reality globale. I coloni di Mars One non erano destinati a tornare sulla Terra. Ciononostante oltre 200.000 persone in tutto il mondo si sono candidate per formarsi a quella missione unidirezionale. Tra loro ne sono stati selezionati 100. Una di loro, allora quindicenne, si chiama Alyssa Carson, una influencer e spazio entusiasta. A generare la passione di Alyssa per Marte, secondo le sue stesse parole, è stato un cartone animato incentrato su cinque animali antropomorfi e vicini di casa che si immaginano in fantastiche avventure nel loro cortile. Uno degli episodi del cartone animato intitolato “The Backyardigans” era proprio una missione su Marte. Ai tempi Alyssa aveva su per giù circa tre anni e oggi, venticinquenne, sebbene sia ampiamente riconosciuta dai media come candidata alla missione su Marte, non è stata ufficialmente selezionata per un corpo di astronauti o un volo.

Il progetto Mars One alla fine fallì nel 2019 in Svizzera dopo aver raccolto meno di 1 milione attraverso merci e donazioni. Nonostante la strategia di sola andata avrebbe ridotto drasticamente i costi e la complessità della missione, il fallimento è stato imputato ad un modello di finanziamento gravemente imperfetto. I ricavi derivanti dai diritti mediatici non si sono mai materializzati, costringendo l’azienda a fare affidamento sulla vendita di magliette, tazze da caffè e donazioni. Un budget per colonizzare il Pianeta irrealistico e una totale dipendenza da tecnologie inesistenti.

Ma forse a fare fallire Mars One potrebbe essere stato un format reality TV costruito su ormai logori schemi con tanto di nomination, eliminazioni, giurie, regole. Aspiranti marziani che si esibiscono sotto lo sguardo di capricciosi giudici.

A reclutare i futuri coloni marziani ci vorrà un total Marssharing (parola qui inventata e che nulla ha a che fare con il brand di moda giapponese noto per le sue borse a tracolla e a mano). Con Marssharing si intende una sorta di oversharing non per esseri bizzarri e incomprensibili ma un Oversharing da Marte per umani sopraffatti da un senso di non appartenenza.

Per loro uno “specchio interplanetario”, dove trovare conferme, approvazione e ammirazione. Dove la loro immagine appare ideale, grandiosa e di successo. Un altrove per sentirsi speciali e poter esistere al centro dell’attenzione di tutti. Essere celebrati e perfetti. E guardare la propria vita scorrere attraverso il telescopio.

Insomma, anche se forse non ce ne siamo ancora accorti, i marziani sono tra di noi. Almeno fino a quando, anziché cambiare vita, potranno cambiare pianeta. Un cambiamento che non richiede solamente nuovi razzi e tecnologia ma un nuovo modo di pensare.

Dobbiamo farlo in fretta. La società non può permettersi di aspettare che la colonizzazione di Marte sia tecnicamente fattibile per valutarne gli effetti.

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