
C’è una frase, all’inizio di questo libro (Ondeggia, Oceano — Scrittori stranieri di mare, Besamuci Editore, pp. 126, €16,00), che funziona come una chiave d’accesso a tutto il resto: «Non c’è il mare nel giardino dell’Eden». Da lì, da questa assenza originaria, Teodoro Lorenzo fa partire un viaggio che è un saggio storico unito a una galleria di destini, un libro che parla del mare come ferita — la cicatrice attorno a cui si sono raccolti, per secoli, la paura, il desiderio e la scrittura degli uomini.
La Premessa ricostruisce con passo quasi epico la lunga storia per cui l’Oceano, da “Grande Abisso” popolato di Leviatani e balene-isola, diventa infine rotta, commercio, impero. È una pagina di storia che l’autore racconta con gusto affabulatorio — i Baschi che cacciano balene in segreto per non perdere il monopolio dell’olio, l’Inghilterra che «da allevatrice di pecore» si trasforma in «figlia del mare» grazie ai bottini piratati alla Spagna di Elisabetta I. Ma è una storia che serve a un solo scopo dichiarato: spiegare perché la grande letteratura marina non poteva che nascere lì, in quell’isola che aveva fatto del mare «orgoglio nazionale, identità collettiva». Da questa premessa muove poi il cuore del libro: dieci ritratti di scrittori — non solo inglesi, nonostante l’assunto iniziale, ma un intero mosaico che va da Poe a Coloane — ciascuno legato a una diversa declinazione del mare, scandita già nei titoli dei capitoli come altrettante variazioni su un unico tema: mortifero, rifiutato, inesplorato, incorniciato, infinito, professionale, sfidato, educatore, rivelatore, amato.
Il capitolo su Edgar Allan Poe è forse il più struggente. Lorenzo non racconta prima lo scrittore e poi l’uomo, ma parte da un’immagine fissa e insopportabile: la madre morente, l’attrice consumata dalla tubercolosi, in una stanza d’albergo gelida a Richmond, e il bambino di tre anni che la guarda, aspettando che si alzi «come ogni sera» — sapendo già, senza saperlo, che quella sera non accadrà. È da questa scena — scrive l’autore — che «morte e bellezza saranno per lui una cosa sola»: non il mare, dunque, come minaccia esterna, ma come specchio di un lutto originario che Poe porterà con sé in ogni riga. Il «mare mortifero» del titolo non è tanto l’oceano fisico quanto l’abisso interiore in cui l’autore di Gordon Pym farà naufragare tutti i suoi personaggi.
Se Poe apre il libro nell’ombra, il capitolo dedicato a Rimbaud lo attraversa come una vampata. Lorenzo racconta l’irruzione del diciassettenne «dalla figura rubiconda», arrivato senza bagagli a casa Verlaine con in tasca solo il manoscritto del Battello ebbro — e da lì la storia di un incontro che sarà «un colpo di fulmine nella storia umana e letteraria» e insieme una rovina reciproca. Qui il «mare infinito» è la meta di un «furioso viaggio dentro sé stessi», il punto d’arrivo di quel «sregolamento dei sensi» attraverso cui il poeta voleva farsi veggente. La parabola si chiude su un’immagine di rara pietà: Rimbaud morto, i funerali sontuosi voluti dalla madre a cui non partecipa nessuno, «tutti l’avevano abbandonato da un pezzo» — e Verlaine, l’unico rimasto fedele, che negli ultimi istanti della propria vita confessa di sognarlo «tutte le notti», «un sole inestinguibile» che ancora arde in lui.
Il libro prosegue attraverso Melville, Verne, Stevenson, Conrad, London, Kipling, Hemingway, ciascuno raccontato non con l’ambizione dell’esaustività critica ma con quella, più intima, dell’aneddoto rivelatore: la vita prima dell’opera, o meglio la vita come chiave per intendere l’opera. È un metodo che l’autore dichiara implicitamente fin dalle prime pagine e che tiene fede a un’idea precisa: che la grande letteratura di mare non sia mai stata pura invenzione, ma sempre «resoconto fedele di avventure vissute e di personaggi realmente incontrati» — come dirà esplicitamente a proposito di London, Melville, Conrad e, da ultimo, di Francisco Coloane.
Ed è proprio con Coloane che il libro trova la sua chiusura più commovente, quasi un congedo. Lorenzo racconta lo scrittore cileno bambino in una palafitta di Chiloè, cresciuto ad ascoltare, la sera, «racconti di navi stregate, santi e marinai», in un paesaggio dove «il mare non è calmo e azzurro» ma «un oceano livido e burrascoso» che «mostra le sue onde più feroci». Coloane confesserà di essere diventato scrittore «per la nostalgia, per la mancanza del mare e delle mie isole e terre australi» — l’unico, tra i dieci ritrattati, per cui il mare è davvero amore e non condanna. Il libro si chiude su una scena di morte che è anche una scena d’amore: le ultime parole dello scrittore morente, la mano stretta come fosse «la ruota del timone, abbandonato alla deriva», e un’ultima invocazione sussurrata: «Torniamo al mare». Lorenzo, di fronte a quelle parole, sceglie il silenzio: «Non sono semplici parole ma preghiere laiche. Aggiungere altro sarebbe un sacrilegio. Mi fermo qui, abbassando il capo». Ed è forse la scelta più giusta per chiudere un libro che, pagina dopo pagina, ha fatto dell’ascolto — più che del giudizio — il proprio strumento critico.
Lorenzo scrive con il piglio del narratore più che del critico, e la scelta paga: restituisce a ciascuno di questi autori — spesso ingessati nei manuali scolastici in poche righe di biografia — la carne, il dolore, la follia da cui sono nate le loro pagine più celebri. Il mare, alla fine, si rivela quello che era fin dal principio: non uno sfondo, ma uno specchio — in cui ogni scrittore ha visto riflesso, amplificato all’infinito, il proprio abisso personale.