Tecnologia al servizio del mare: il Cluster BIG
Quello dell’economia del mare (o blue economy) è un settore considerato strategico per l’Italia: non solo per questioni geografiche – lo intuiamo dalla morfologia stessa della Penisola – ma anche perché è in grado di offrire potenzialità di crescita industriale, di creazione di posti di lavoro, oltre che di leadership politica ed economica sull’area mediterranea. Ma è anche un comparto che, per esprimere tutto il suo potenziale, ha bisogno di tecnologie specifiche, collaborazione tra attori istituzionali ed economici, il supporto del mondo accademico e della ricerca e strategie di lungo periodo che coinvolgano Paesi diversi. Perché il concetto di confine nell’acqua è solo un limite allo sviluppo. Per rafforzare il lato tecnologico della blue economy italiana nel 2017 è nato il Cluster BIG, il Cluster Tecnologico Nazionale dell’Economia del Mare italiano, con sede a Napoli. Il suo presidente Giorgio Ricci Maccarini, Technology Valorization & Ventures di Eni, ci ha raccontato di più su questo mondo.
Sul concetto di “blue economy” c’è molta confusione, a quali comparti ci riferiamo con questa espressione?
G.R.M – L’economia del mare è un settore molto ampio ed eterogeneo al suo interno, che integra filiere industriali e non e competenze diversificate, da intendersi – secondo i dettami dell’Unione europea – sempre in ottica di sostenibilità. Include in primo luogo lo shipping: il trasporto merci e passeggeri è una filiera che oggi è chiamata a fare i conti con scenari geopolitici e ambientali mutevoli e ridurre le emissioni. Poi l’intermodalità, con i porti italiani che stanno conoscendo un processo di decarbonizzazione per diventare hub smart e sostenibili, e la cantieristica navale, una filiera molto presente in Europa che sta vivendo una forte competizione con la manifattura, più a basso prezzo ma tecnologicamente avanzata, della Cina. Per questo è necessario comprendere su quali specialties puntare a livello europeo, oltre che intervenire su motori ed efficienza delle navi per rendere il comparto più energivoro. Una filiera poco nota che rientra nella blue economy è quella delle cosiddette “biotecnologie blu” legate non solo al food, alla farmaceutica, alla nutraceutica e alla cosmetica, ma anche la desalinizzazione e il riuso delle acque depurate, per tramite l’uso di alghe. Poi ovviamente c’è il turismo, sempre inteso in un’ottica di sostenibilità: il cluster ha da poco terminato un progetto europeo proprio su questo tema, sempre più valorizzato nell’ambito delle attività della fascia costiera e degli usi sostenibili del mare. Turismo richiama ovviamente leisure, quindi nautica da diporto e subacquea. Una filiera che si nutre di innovazione tecnologica è quella dell’energia e delle infrastrutture a mare: si va dai cavi (elettrodotti, pipeline per il gas e in futuro magari per l’idrogeno) ai sistemi legacy, fino alle piattaforme di estrazione e alle soluzioni per l’eolico offshore. Su quest’ultimo sono già avviati diversi progetti e sono previsti investimenti consistenti, in particolare al Sud. Non dimentichiamo ovviamente piscicoltura e acquacoltura, due attività che stanno subendo mutamenti importanti legati all’impatto del cambiamento climatico, che modifica le specie alloctone e mette a repentaglio la biodiversità marina. In quest’ambito si giocano rapporti tra gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo e la condivisione a livello di bacino delle “regole del gioco”. Ma non solo: studiamo anche la filiera che dal mare porta questi prodotti sul mercato e gli impatti della plastica presente nel mare sulla catena alimentare.
A livello economico quanto vale la blue economy?
G.R.M – La premessa è che è molto complicato mappare l’economia del mare. I più recenti dati elaborati dal Centro Studi delle Camere di commercio Guglielmo Tagliacarne evidenziano che la blue economy rappresenta circa l’11% del Pil italiano, impiega poco meno di un milione di addetti, coinvolge circa 230mila realtà imprenditoriali, di cui il 95% è costituito da piccole imprese.
Insomma, una fetta importante della nostra economia. E qui entra in gioco il Cluster BIG. Come è nato? Chi sono attualmente i soci?
G.R.M – Il cluster è nato da un’iniziativa del Ministero della Università e della Ricerca a partire da uno stimolo dell’Unione europea. Bruxelles chiedeva infatti agli Stati Membri di costituire degli aggregatori verticali – dei cluster appunto –, che includessero tutti i soggetti di un particolare settore, come enti pubblici, imprese e cooperative. All’interno del Cluster BLUE dunque partecipano aziende, realtà accademiche, enti territoriali, associazioni di categorie, consorzi e cooperative che operano nell’ambito della blue economy. Oggi i soci sono una novantina, equamente divisi tra due macrogruppi: da una parte università e centri di ricerca, dall’altra operatori di business (non solo Eni, Fincantieri, Saipem, Terna ma anche tante piccole e medie imprese). In tutti gli altri Paesi dell’UE opera un cluster analogo, relativo all’economia del mare, oltre che altri soggetti aggregatori per l’innovazione in altri ambiti, come quello dell’economia circolare o dello Spazio. Esiste dunque una rete di reti a livello europeo.
Qual è la vostra mission?
G.R.M – Facilitare l’innovazione tecnologica applicata, ovvero la ricerca che si trasforma in innovazione nell’industria e che costituisce una leva di crescita del Pil e sviluppo (o addirittura stimolo per la nascita) di filiere industriali. L’idea che sta alla base è che industria, università e stakeholder istituzionali debbano collaborare per la promozione dell’innovazione con ricadute sul mondo economico. In particolare, noi lavoriamo a partire da innovazioni con Technology Readiness Level intermedio (4 o 5) fino a un prodotto/servizio pronto per essere immesso sul mercato.
Come opera il cluster?
G.R.M – Si compone di un Consiglio direttivo, l’organo di gestione del cluster, e di un Comitato tecnico-scientifico, che delinea le traiettorie tecnologiche, cioè i focus di ricerca del cluster e la base scientifica del nostro operare. Attualmente sono nove: Ambiente marino e fascia costiera; Biotecnologie blu; Energie rinnovabili dal mare; Risorse abiotiche marine; Risorse biotiche marine; Cantieristica e robotica marina; Skills & Jobs; Infrastrutture di ricerca; Sostenibilità e usi economici del mare. All’interno di queste traiettorie poi un working group elabora le priorità di innovazione tecnologica. Infine, il Comitato di indirizzo territoriale, che per semplificare potremmo definire come una sorta di “tavolo delle Regioni”, fa emergere le priorità delle Regioni nell’ambito della blue economy e quelle dei vari distretti del mare. Attualmente molte Regioni – penso a Campania o Friuli Venezia Giulia – si stanno muovendo bene nell’ambito della creazione di ecosistemi e sviluppo delle start-up, collegamenti con le università e incubatori di imprese. All’interno di questi “tavoli” vengono elaborate delle linee guida, che poi assumono una forma operativa a livello di Consiglio direttivo con il Piano di Azione.
Di che cosa si tratta?
G.R.M – Come suggerisce il suo stesso nome, il Piano d’Azione è un schema triennale (come triennale è il rinnovo degli organi sociali e della dirigenza) che delinea la strategia attraverso cui intendiamo raggiungere i nostri obiettivi, ovvero attivare ecosistemi e rimuovere gli ostacoli all’innovazione, facilitare la creazione di cordate e il collegamento tra i peer, elemento fondamentale per accedere ai bandi europei, favorire il matching tra domanda e offerta di tecnologia e la comunicazione tra mondo universitario e imprenditoriale, al fine di intercettare i finanziamenti europei. Il piano prevede degli aggiornamenti annuali e KPI per la valutazione delle performance ed è uno strumento utilizzato anche livello di advocacy: il cluster infatti sostiene i policy maker nazionali per quanto concerne le politiche verso il mare. Abbiamo supportato anche l’attuale governo, che ha riportato il tema del mare al centro della sua azione politica, nell’aggiornamento del Piano del mare, lo strumento di programmazione strategica nazionale che orienta, in modo unitario e coordinato, tutte le politiche del mare. Possiamo supportare per quanto riguarda l’innovazione tecnologica, anche organismi di controllo, come per esempio la costituenda Autorità per la regolamentazione delle attività underwater.
Il Cluster BIG è attivo a livello nazionale, ma ha un campo di azione più esteso…
G.R.M – Portiamo avanti un’intensa attività di internazionalizzazione tramite la partecipazione ad alcune iniziative, in particolare progetti europei focalizzati sul bacino del Mediterraneo, nostro naturale campo d’azione. L’ultima sezione del Piano d’Azione recentemente approvato è proprio dedicata al al ruolo che l’Italia può giocare nello sviluppo della blue economy in Europa e nel Mediterraneo. Il Cluster BIG ha una rete internazionale di partner, tra cui i Paesi europei della sponda Sud del Mediterraneo, come Portogallo, Spagna, Grecia, ma anche Tunisia, Marocco, Mauritania. Recentemente è stato firmato un Memorandum of Understanding (MoU) con la Libia, nonostante la situazione complessa che oggi vive il Paese. Con questi peer abbiamo portato avanti dei progetti per implementare la sostenibilità, la digitalizzazione e l’innovazione in ambito blue economy. Inoltre, il cluster è molto attivo anche all’interno della WestMed Initiative, l’iniziativa dell’Unione europea per lo sviluppo dell’economia blu nel Mediterraneo occidentale.
E quali sono i temi chiave su cui state lavorando?
G.R.M – Tra le priorità dell’attuale Piano d’Azione c’è sicuramente il tema del tech transfer, mettere a disposizione dei soci strumenti affinché riescano ad attivare il mercato dell’innovazione, fatto di un need tecnologico che viene dal business e di una risposta che magari già esiste a livello di ricerca universitaria, ma che può diventare una risposta operativa.
Un altro nuovo filone, tutto ancora da scrivere, è proprio quello dell’underwater, che comprende tutte quelle attività tecnologiche, scientifiche, industriali e turistiche legate all’ambiente subacqueo. In quest’ambito è da poco operativo un nuovo attore pubblico, il Polo nazionale della dimensione subacquea che, in quanto emanazione della Marina militare, ha una funzione di difesa ma che ha come obiettivo l’innovazione e la valorizzazione delle risorse subacquee. Stiamo parlando di spazi estremi nei quali la presenza umana è impossibile e per i quali occorre studiare delle nuove tecnologie che possano operare, a diverse profondità. Per esempio, le aziende stanno chiedendo alla ricerca di sviluppare soluzioni per la sensoristica e la trasmissione di dati sottomarini. Questo incontra i temi dell’innovazione digitale e della comunicazione sottomarina, tutta da costruire. Ci sono gap tecnologici ancora da colmare.
Un altro tema chiave è quello dell’utilizzo multifunzionale degli spazi marini, con un’attenzione crescente alle energie rinnovabili offshore: su questo filone è appena partito il progetto I3FLOAT – Interregional Innovation Investments in Floating Offshore Wind, co-finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma I3 – volto a rafforzare e scalare la catena del valore europea dell’eolico offshore galleggiante. Altri progetti sono focalizzati sulla formazione, sulla disseminazione di buone pratiche e sull’implementazione di competenze e sono attualmente sottoposti a valutazione.
Un progetto futuro che vi sta particolarmente a cuore?
G.R.M – Abbiamo supportato – insieme anche alla Fondazione Eni Enrico Mattei – la candidatura di alcune realtà italiane all’interno di una cordata europea per la Call for proposal dell’European Institute of Technology per la creazione della decima KIC – Knowledge and Innovation Community nell’ambito della blue economy, che include sia le acque salate sia le acque dolci. Nel dettaglio, verrà costituita una struttura paneuropea che avrà il compito di erogare finanziamenti a cascata. Se vincerà la nostra proposta, l’Italia ospiterà un innovation centre con sede a Trieste, una città strategica che guarda anche all’Est Europa. E in questo sforzo comune è importante sottolineare come gli attori che compongono la cordata siano proprio rappresentativi del Cluster BIG: oltre alle università, alle grandi e piccole aziende e alle start up innovative, c’è anche l’Acquedotto Pugliese, azienda di rilevanza strategica per l’interesse nazionale.
L’articolo è uscito sull’Almanacco Equilibri 2026 “Energia H2O”.