Mimmo: un delfino in laguna tra ecologie fragili e narrazioni urbane

La presenza di un delfino a Venezia rivela la fragilità dell’ambiente lagunare e la complessità della convivenza multispecie.

Autore

Maria Viktoria Bittner

Data

13 Gennaio 2026

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9' di lettura

DATA

13 Gennaio 2026

ARGOMENTO

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Ottobre. Una giornata come un’altra nella laguna di Venezia. Flotte di turisti invadono le calli e si accalcano in piazza San Marco per scattare selfie in uno dei luoghi più iconici d’Italia. Ad un certo punto però, tra le acque, proprio davanti a Palazzo Ducale qualcosa di insolito attira l’attenzione. Prima un guizzo, poi una pinna, infine il dorso grigio che rompe la superficie: è un delfino! Le barche rallentano, i gondolieri smettono di remare, la città improvvisamente sembra fermarsi, sospesa in un’emozione collettiva. Poi, come a spezzare l’incantesimo, qualcuno grida in veneziano: «Un delfin! Ghe xe un delfin!» (Un delfino! C’è un delfino!). Risate, stupore, un vociare eccitato. Tutti i presenti, turisti e non, si apprestano a tirare fuori i cellulari per immortalare quella apparizione quasi irreale.

In poche settimane il mammifero, ormai stabilizzato nel bacino di San Marco, diventa un personaggio, un evento mediatico, un’attrazione turistica. I suoi video fanno il giro di tutto il mondo e qualcuno decide persino di dargli un nome: Mimmo. Ciò che risulta sorprendente e straordinario non è tanto la sua presenza in laguna ma il fatto che si sia stanziato così a lungo in una delle zone più trafficate e rumorose. Gli esperti iniziano quindi a preoccuparsi e a lanciare appelli alla cautela. Il delfino, infatti, nuota indisturbato tra le imbarcazioni, mostrando un insolito grado di confidenza che rischia di metterlo in pericolo. Cittadini e turisti vengono invitati a trattare l’animale selvatico con rispetto, mantenendo le distanze ed evitando di dargli cibo. Ma Mimmo è ormai diventato una celebrità acquatica e molti tentano di avvicinarsi a lui per scattargli foto o lanciargli qualcosa da mangiare.

Dopo settimane di monitoraggio, per paura che possa venire ferito, viene presa una decisione: il delfino deve essere accompagnato in mare aperto. L’operazione impegna Capitaneria di Porto, Guardia Costiera, Vigili del fuoco, oltre a un’équipe di esperti che, utilizzando un sonar, guidano Mimmo verso le bocche di porto che collegano la laguna al mare per metterlo così in salvo. Il “salvataggio” inizialmente sembra aver avuto successo, ma dopo appena sei ore, il delfino è di nuovo lì a nuotare nel cuore della laguna. Torna esattamente dove aveva scelto di stare, sotto il riverbero del campanile che si specchia nell’acqua, accanto a quella boa gialla, divenuta ormai per tutti i veneziani il simbolo della sua presenza.

Da allora Mimmo è rimasto nel bacino di San Marco, fedele a quel tratto d’acqua che sembra attrarlo più di qualsiasi vastità marina. Tra gondole, motoscafi e il brusio incessante della città, continua a emergere e scomparire, lasciando tutti ogni volta senza fiato.

Un incontro multispecie

La storia di Mimmo non è solo un bel racconto. Apre invece interrogativi profondi, non solo sul comportamento di questo singolo animale, ma soprattutto sulle nostre narrazioni culturali, sulle fragilità della laguna e su ciò che significa convivere con la fauna selvatica in un ecosistema così delicato.

Gli animali che entrano nelle nostre vite diventano veri e propri agenti relazionali che modificano le nostre percezioni, emozioni, immaginari e pratiche quotidiane. Questa prospettiva è al centro degli studi multispecie, un campo emergente che indaga come esseri umani e non umani si influenzino a vicenda, co-producendo mondi condivisi1. Secondo l’antropologo Eben Kirksey, infatti, gli incontri multispecie sono eventi trasformativi che rendono visibili connessioni ecologiche e culturali solitamente invisibili2. Quando un essere non umano appare all’improvviso interrompendo il flusso della nostra normalità, ci troviamo costretti a rinegoziare le categorie di natura, città, selvaticità, vicinanza, rischio e cura.

La comparsa di Mimmo nel bacino di San Marco non è forse esattamente questo? Una frattura improvvisa nel ritmo urbano che mette in discussione la separazione tra fauna selvatica e spazio cittadino, tra natura e cultura, tra quotidianità e meraviglia. Il nostro incontro con il delfino non rimane un evento senza conseguenze, ma crea relazioni, suscita paure ed emozioni, genera aspettative e responsabilità. Non ci siamo limitati a guardarlo ma l’abbiamo filmato, condiviso, raccontato e persino dato un nome.

Eppure Mimmo non è un personaggio, ma un soggetto che agisce, rifiutando il mare aperto e ritornando lì dove ha deciso di stare. È ciò che la filosofa Donna Haraway chiamerebbe un compagno di specie inatteso, una di quelle presenze che ci obbligano a ripensare che cosa significhi convivere con altre forme di vita e quali responsabilità abbiamo nei loro confronti3.

La laguna di Venezia, un ambiente fragile e disturbato

Se questo mammifero si è potuto stabilire nelle acque caotiche di Venezia, non è semplicemente frutto di una sua decisione, ma il risultato di un ecosistema profondamente modificato da pressioni ambientali e antropiche.

La laguna è per sua natura un ambiente in continua transizione, ma negli ultimi decenni questa dinamicità è stata amplificata, accelerata e spesso destabilizzata dall’azione umana. Dragaggi e scavi per favorire la navigazione commerciale hanno alterato in modo significativo la morfologia della laguna, rendendo il sistema idrodinamico più fragile e meno resiliente agli stress ambientali. Il traffico acqueo, poi, produce un moto ondoso che erode continuamente le barene, elementi indispensabili per la biodiversità e la protezione dall’innalzamento del mare. A questi fattori si aggiungono l’inquinamento industriale, le variazioni di salinità, l’innalzamento delle temperature medie e gli effetti accelerati dei cambiamenti climatici, che stanno modificando la composizione ecologica della laguna con rapidità crescente4.

In questa prospettiva, l’ecosistema lagunare sembra ben rappresentare uno di quei paesaggi disturbati di cui parla l’antropologa Anna Tsing, luogo ideale dove specie diverse, umane e non, imparano a convivere in condizioni di instabilità ecologica e trasformazione continua, dando vita ad assemblaggi fragili e imprevedibili5.

È proprio questa instabilità a rendere possibile l’arrivo di Mimmo, rivelando un ambiente disturbato in cui i flussi globali aprono la strada a presenze nuove e impreviste. La sua comparsa si inserisce nello stesso quadro ecologico che permette l’arrivo e l’insediamento di specie alloctone, spesso introdotte tramite l’acqua di zavorra delle navi cargo, come il granchio blu (Callinectes sapidus) e la noce di mare (Mnemiopsis leidyi), la cui diffusione sta incidendo sulla biodiversità lagunare e sulle attività di pesca artigianale6.

Questo adattamento della fauna selvatica negli spazi urbani prende il nome di sinurbanizzazione ed è un fenomeno ormai sempre più frequente in un’epoca in cui il confine tra città e natura non è netto ma un continuo interscambio di abitudini, risorse, rischi e opportunità. Gli animali attraversano le città, vi si adattano e spesso vi restano, trasformandole nei loro nuovi habitat7. La sinurbanizzazione è quindi una vera e propria strategia di sopravvivenza all’interno di un mondo che ha ridotto gli spazi del selvatico e spinto alcune specie a cercare nuove nicchie tra cemento e motoscafi.

Ma quelle che sembrano opportunità possono spesso celare nuovi rischi. La scelta di Mimmo di restare può suggerire disponibilità di cibo, assenza di predatori e condizioni temporaneamente favorevoli, ma al tempo stesso, ciò lo espone a rischi, stress acustico e interferenze con la navigazione umana. La laguna rappresenta quindi per lui rifugio e minaccia insieme.

Questa ambivalenza ci mostra come alcuni animali trovino nelle città nuove possibilità ecologiche, ricordandoci però che tali occasioni emergono dentro sistemi instabili, talvolta prossimi alla rottura. Mimmo non è solo il segno di una natura che si riavvicina alla città, ma anche la prova vivente di un equilibrio che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.

Ed è qui che la sua storia diventa politica, ecologia e narrazione.

Cultura e narrazioni sugli animali: cosa raccontano di noi?

Accanto alle questioni ecologiche, la storia di Mimmo rivela il modo in cui interpretiamo e narriamo gli animali. Fin dal primo giorno, il delfino è stato trasformato in un personaggio, al quale sono stati attribuiti desideri e stati d’animo propri dell’essere umano. Nei video e nei titoli circolati online, infatti, il mammifero viene spesso descritto come felice e giocherellone mentre salta tra le imbarcazioni, o affezionato alla città quando decide di farci ritorno dopo il tentativo di allontanamento.

Il nostro umanizzare gli animali è un gesto spontaneo ma alquanto rivelatore. Come sostiene il filosofo Steve F. Sapontzis, infatti, gli esseri umani interpretano gli animali attraverso categorie morali e psicologiche proprie, proiettando intenzioni, emozioni e ruoli che riflettono i nostri valori. In questa prospettiva, ciò che vediamo non è mai solo l’animale reale, ma una figura culturalmente elaborata, modellata dalle nostre aspettative e dal nostro bisogno di renderla comprensibile entro un quadro umano8.

Allo stesso modo, il teorico politico ed eticista Alasdair Cochrane sottolinea come queste rappresentazioni culturali influenzino profondamente il modo in cui trattiamo e regoliamo l’esistenza degli animali negli spazi umani. Le nostre narrazioni diventano così veri e propri criteri di gestione e di tutela, che finiscono per dare più peso all’animale interpretato che a quello reale9.

Nel caso di Mimmo questo processo è piuttosto evidente. Il suo arrivo in laguna, infatti, viene interpretato come un segno di benevolenza o una ricerca di compagnia. Questa narrazione risponde esattamente al nostro desiderio di riconnessione con la natura, ma finisce per trascurare la sua condizione di animale selvatico e le dinamiche ecologiche complesse che lo hanno portato fin qui.

Il delfino diventa una figura mitopoietica capace di generare storie e immaginari, un evento simbolico attraverso cui rileggiamo la città, la natura e il nostro posto nel mondo. È attraverso le narrazioni sugli animali che cerchiamo di comprendere ciò che ci circonda, ma, in fondo, anche noi stessi.

Chi decide per Mimmo?

Il tentativo di allontanare Mimmo dalla laguna apre altre questioni che riguardano diritto e politica. Ogni volta che interveniamo su un animale selvatico, pur con le migliori intenzioni, stiamo in realtà esercitando una forma di potere, definendo una gerarchia ecologica e decidendo per chi non ha la possibilità di esprimersi. I dibattiti contemporanei sulla personalità giuridica di fiumi, lagune ed ecosistemi mostrano che decidere al posto di un soggetto non umano, sia esso un animale selvatico o un ambiente naturale, è sempre un atto politico10.

Da qui emergono interrogativi più ampi. Chi decide quale sia il posto giusto per un animale selvatico? Quando la tutela si trasforma in controllo? Quali diritti riconosciamo agli altri viventi che abitano nelle città? Il ritorno di Mimmo in laguna dopo il tentativo di allontanamento incrina la nostra presunzione di poter amministrare il selvatico come un oggetto gestionale. La sua agency mette a nudo i limiti delle nostre categorie di protezione e mostra che salvaguardare a volte significa anche rinunciare al controllo, accettando la presenza dell’altro come imprevedibile e non governabile.

Conclusione

La storia di Mimmo serve a ricordarci che la città non è mai abitata da una sola specie, non è uno spazio esclusivamente umano ma un territorio condiviso, fragile e multispecie. Il modo in cui rispondiamo a questi incontri inattesi rivela quale idea di convivenza stiamo immaginando e quale tipo di mondo stiamo costruendo.

Nelle acque di Venezia, dove l’immaginario si mescola al quotidiano, il delfino assume i tratti di una creatura quasi mitologica che appare e scompare, mettendo in crisi i confini tra urbano e selvatico. La sua storia ci obbliga a ripensare il nostro posto in un ambiente che resta, nonostante tutto, profondamente vivo.

Note

  1. E. Kirksey e S. Helmreich, The emergence of multispecies ethnography, Cultural Anthropology, vol. 25, 2010.
  2. E. Kirksey, Emergent Ecologies, Duke University Press, 2015.
  3. D. Haraway, The Companion Species Manifesto: Dogs, People, and Significant Otherness, Prickly Paradigm Press, 2003.
  4. C. Solidoro,  V. Bandelj, F. Bernardi-Aubry, E. Camatti, S. Ciavatta, G. Cossarini, C. Facca, P. Franzoi, S. Libralato, D. Melaku Canu, R. Pastres, F. Pranovi, S. Raicevich, G. Socal, A. Sfriso, M. Sigovini, D. Tagliapietra e P. Torricelli, Response of the Venice Lagoon Ecosystem to Natural and Anthropogenic Pressures over the Last 50 Years, in M. J. Kennish e H. W. Paerl (a cura di), Coastal Lagoons: Critical Habitats of Environmental Change, CRC Press, Boca Raton, 2010.
  5. A. Tsing, The Mushroom at the End of the World: On the Possibility of Life in Capitalist Ruins, Princeton University Press, 2015.
  6. P. Franzoi, M. Zucchetta, A. Ponzo, S. Malavasi, F. Pranovi, La pesca artigianale in laguna di Venezia. Guida di buone pratiche e tutela della biodiversità, Università Ca’ Foscari Venezia, Venezia, 2021.
  7. M. Luniak, Synurbization — adaptation of animal wildlife to urban development, in Proceedings of the 4th International Urban Wildlife Symposium, 2004.
  8. S. F. Sapontzis, Morals, Reason, and Animals, Temple University Press, 1987.
  9. A. Cochrane, Animal Rights Without Liberation, Columbia University Press, 2012.
  10. B. Latour, Politics of Nature: How to Bring the Sciences Into Democracy, Harvard University Press, 2004.
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