Quanto può diventare disperata e nichilista una società che smette di fare figli? In uno scenario distopico ambientato nell’anno 2027 l’umanità non vede un nuovo bambino da 18 anni, mentre i conflitti aumentano, gli Stati collassano e le autorità sono sempre più reazionarie. Questo è il futuro descritto dal film I figli degli uomini del regista Alfonso Cuarón, uscito nel lontano 2006, ma che rivisto ai giorni nostri diventa un’inquietante opera premonitrice.
Nel mondo reale ovviamente l’umanità non ha smesso di fare di figli, e anzi secondo le proiezioni dell’Onu continuerà a crescere nei prossimi decenni fino a circa 10 miliardi di persone. Ma in modo profondamente diseguale a livello territoriale, dato che nei Paesi avanzati è in corso da decenni una crisi demografica di vaste proporzioni. Un megatrend che ha origini lontane, figlio dello sviluppo industriale avvenuto nel dopoguerra, e che ora si sta estendendo rapidamente anche ai Paesi emergenti. Tanto che diversi commentatori parlano apertamente di “inverno demografico globale” per la seconda metà del XXI secolo. Un fenomeno mai visto prima nella storia dell’umanità, che ha finito anche per ossessionare il più ricco uomo del pianeta, Elon Musk. L’imprenditore americano è conscio dei pericoli sistemici insiti in un rapido crollo del tasso di natalità, specialmente per gli attuali modelli socio-economici in vigore.
La crisi della natalità non riguarda soltanto i paesi avanzati
Per mantenere la popolazione numericamente stabile all’interno di una singola nazione, la soglia di sostituzione naturale deve rimanere intorno a 2,1 figli per donna. Un livello che nei Paesi avanzati, salvo poche eccezioni, non è stato più raggiunto negli ultimi decenni a causa del crollo delle nascite e una progressiva riduzione delle coorti femminili. La crisi demografica è stata alimentata da molteplici fattori (benessere materiale di massa, scolarizzazione, secolarizzazione, emancipazione femminile, individualismo diffuso e rapidi mutamenti socio-culturali) che hanno determinato un’inversione delle piramidi demografiche, generando società molto anziane e con pochi giovani. Dopo una fase di semi-stabilizzazione fra gli anni ’90 e 2000, negli ultimi 10 anni in diversi Paesi occidentali la caduta è tornata ad accelerare. Ma stavolta è accompagnata anche dalle repentine discese nei Paesi in via di sviluppo. Una novità che ha suscitato lo scalpore di diversi demografi, sorpresi nel vedere una tale rapidità del fenomeno in comunità ancora non pienamente industrializzate ed economicamente benestanti.
In America Latina, nelle nazioni mediorientali o in altri Paesi asiatici, il tasso di fecondità totale ha subito notevoli cali, anticipando le traiettorie di declino demografico che erano state preventivate negli anni precedenti. Uno dei casi più evidenti è quello dell’Uruguay che in pochi anni ha registrato uno dei cali peggiori del continente, attirando le attenzioni dei ricercatori. Oltre alle classiche spiegazioni basate sulle analisi delle società moderne e sullo studio dei mutamenti economici indotti dallo sviluppo capitalistico, i demografi hanno ipotizzato altre cause. Fra le quali principalmente la netta diminuzione delle gravidanze adolescenziali (o gravidanze precoci) e la posticipazione dei primi figli da parte delle giovani coppie, grazie ad una serie di programmi governativi avviati negli ultimi anni, con campagne progresso e la massiccia distribuzione di contraccettivi, che hanno ridotto le nascite indesiderate nelle fasce più giovani e povere. A questi cambiamenti va sommata anche la trasformazione dei costumi e dei comportamenti delle donne della Gen Z, più interessate a perseguire alti livelli di istruzione e una maggiore autonomia professionale.
Un allontanamento dai modelli famigliari tradizionali che si osserva anche in diversi Paesi mediorientali, dove i 20enni e i 30enni preferiscono conseguire uno stile di vita individualista, consumistico, favorito dall’abbandono delle rigide prescrizioni religiose e dei vecchi legami comunitari. Allo stesso tempo tale mutamento socio-culturale non è stato accompagnato da un rapido potenziamento delle politiche di welfare state da parte dei governi, incapaci a soddisfare le aspettative economiche ed esistenziali delle giovani coppie, incastrate fra instabilità economiche, incremento dei costi delle abitazioni e l’inflazione che erode il potere d’acquisto.
L’accelerazione tecnologica e le sue conseguenze
Queste molteplici cause che stanno accelerando il declino della natalità in gran parte del pianeta potrebbero essere alimentate anche da alcuni processi della globalizzazione, in particolare la profonda digitalizzazione avvenuta negli ultimi 10-15 anni grazie alla piena diffusione degli smartphone. Miliardi di device tecnologici che hanno permesso a numerosi adolescenti e adulti, anche nei territori più arretrati e poveri, di accedere ad una serie di informazioni, mode, usi e costumi della tarda Modernità, 24 ore su 24, senza confini. L’avvento della virtualizzazione di massa molto probabilmente mostrerà i suoi reali effetti nei prossimi tre decenni, con la piena maturazione delle generazioni Z e Alpha.
Sicuramente la diminuzione del tasso di fecondità sta producendo immediate conseguenze a livello internazionale, con diverse élite dei Paesi emergenti allarmate dai trend in atto, timorose degli impatti sullo sviluppo economico e sul piano geopolitico. Più volte per esempio il presidente turco Erdogan si è mostrato particolarmente preoccupato, varando nuovi piani per incentivare le nascite, mentre persino una nazione estremamente popolosa come l’India sta mostrando attenzione per la questione. Con decine e decine di Stati in crollo demografico, a partire da quelli europei o dell’estremo oriente, sicuramente nei prossimi decenni aumenterà la competizione per attrarre i giovani o per trattenerli, come nel caso dei Paesi emergenti.