L’accordo Trump-Zelensky

Durante i funerali di Papa Francesco, un breve incontro tra Trump e Zelensky nella Basilica di San Pietro ha anticipato un accordo strategico tra Stati Uniti e Ucraina. Il ‘Patto del Vaticano’ garantisce accesso alle risorse ucraine in cambio di investimenti e supporto politico.

Autore

Sergio Vergalli

Data

13 Maggio 2025

AUTORE

TEMPO DI LETTURA

6' di lettura

DATA

13 Maggio 2025

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Geopolitica

CONDIVIDI


26 aprile 2025, Basilica di San Pietro, Roma. Sullo sfondo la faccia interna della bronzea ‘Porta della Morte’ di Giacomo Manzù. Disegni geometrici del pavimento a commesso marmoreo si inerpicano lungo le enormi colonne che salgono verso il cielo. Al centro dell’inquadratura si stagliano due sedie rosse ed oro. Due persone discutono chinandosi leggermente l’una verso l’altra. Sembrano due pedine su una variopinta scacchiera di marmo. L’immagine ha fatto il giro del mondo ed è diventata altamente simbolica.

Un colloquio, seppure breve, tra il presidente Trump e il presidente Zelensky, dentro la Basilica di San Pietro, il giorno dei funerali di Papa Francesco, ha generato delle forti aspettative verso possibili accordi di pace. Qualche giorno dopo, il 30 aprile, Stati Uniti ed Ucraina hanno firmato un partenariato economico che qualcuno ha definito ‘Patto del Vaticano’ e che garantisce a Washington l’accesso ai minerali e alle risorse naturali essenziali dell’Ucraina, istituendo un ‘fondo di investimento per la ricostruzione’ dell’Ucraina. La bozza che è circolata, e che è stata esaminata dalla Reuters, riporta che l’Ucraina dovrebbe mantenere la piena proprietà e il controllo su tutte le risorse del proprio territorio, decidendo quali saranno quelle da estrarre. Il fondo servirà per investire nell’estrazione di minerali critici, petrolio e gas, nonché nelle relative infrastrutture e lavorazioni. Esso sarà gestito congiuntamente su una base ‘50/50’ tra Stati Uniti e Ucraina, senza che nessuna delle due parti abbia un ruolo dominante. La quota statunitense potrebbe aumentare come pagamento di ulteriori consegne di aiuti militari. Per il primo decennio, tutti gli utili generati dal fondo saranno reinvestiti in Ucraina. Kiev ha ottenuto di non dover restituire i 300 miliardi che Trump aveva chiesto come rimborso per gli aiuti elargiti finora ed è garantita la possibilità per l’Ucraina di poter entrare nella Unione europea.

L’accordo fornisce alle aziende statunitensi un accesso preferenziale a progetti e risorse chiave ucraine: petrolio, gas naturale ed in particolare venti minerali critici, tra cui alluminio, litio, manganese, titanio e grafite. I minerali critici sono fondamentali per lo sviluppo industriale di un Paese e, in particolare, sono cruciali per la transizione energetica e per le tecnologie militari. Il concetto di criticità dipende principalmente dal rischio di approvvigionamento e dall’importanza economica di un materiale. Se un minerale è necessario ma per qualche motivo si fa fatica ad ottenerlo, allora esso viene definito ‘critico’. Come si può comprendere, ogni Paese stila periodicamente (ogni 3 anni per l’Europa) una propria lista di materie critiche che divergono tra Stato e Stato: ad esempio l’uranio al momento è critico solo per il Giappone, mentre il cobalto è critico per USA, Unione Europea, Regno Unito, Giappone e Corea. Questo concetto si evolve nel tempo perché possono mutare le condizioni geopolitiche o le catene di fornitura; possono essere scoperti nuovi giacimenti oppure nuove tecnologie possono rendere obsoleti alcuni materiali.

In questo momento storico USA (e UE) hanno una forte dipendenza per alcuni minerali di cui la Cina è monopolista nella estrazione e nella produzione. L’Occidente ha accumulato un forte ritardo verso Pechino a causa del processo di delocalizzazione della globalizzazione guidata dalla ricerca di minori costi di produzione. Sul fronte della domanda, gli Stati Uniti importano dal 50 al 100% di ciascuno dei 41 dei 50 minerali critici elencati dall’US Geological Survey. E, a marzo 2025 la Cina era leader nella produzione di 30 minerali. Questo predominio si estende in tutta la filiera fino alla raffinazione, con il Dragone che controlla oltre l’80% della lavorazione dei minerali critici. Tra le materie critiche, la Cina detiene una posizione ancora più monopolistica, sulla lavorazione delle ‘terre rare’ che, nonostante il nome, sono relativamente abbondanti nella crosta terrestre ma sono difficili da estrarre a basso costo e in modo ecocompatibile. La Cina si è avvantaggiata negli anni di una configurazione geologica favorevole (32% delle riserve mondiali) per costruire una filiera interna ad alto valore aggiunto sfruttando anche, in passato la congiuntura economica favorevole di una passata globalizzazione che delocalizzava la produzione, senza interessarsi della sicurezza degli approvvigionamenti.

Il processo di re-shoring degli ultimi anni e la guerra in Ucraina hanno radicalmente modificato l’economia mondiale. Queste considerazioni fanno comprendere, probabilmente, l’origine di alcune scelte del Governo statunitense. Da tempo Donald Trump ha voltato il proprio sguardo verso le risorse della Ucraina. È in questo contesto che diventa di importanza strategica il ‘Patto del Vaticano’ tra Washington e Kiev: da un lato si crea pressione verso Mosca per trattare verso un futuro accordo di pace ma, soprattutto, gli Stati Uniti cercano di colmare il ritardo accumulato negli anni nei confronti di Pechino. Secondo le autorità di Kiev, infatti, l’Ucraina possiede riserve di 22 minerali critici, pari a circa il 5% delle riserve mondiali, valutate fino a 11,5 trilioni di dollari. La ricchezza mineraria dell’Ucraina è legata alla particolare geologia del suo territorio, costituita dal cosiddetto ‘scudo ucraino’: una superficie piatta che occupa un’area di circa 250.000 km2 ed in cui vi è la presenza di una grande varietà di minerali, tra cui: il titanio per la costruzione di aerei e per il nucleare; il litio per le batterie; le terre rare per l’energia verde, elettronica e aerospaziale e la grafite per l’acciaio ed i motori elettrici. Sul territorio sono presenti anche altre risorse minerarie, tra cui l’uranio, il ferro e l’oro.

Nel decoupling mondiale tra Cina e USA, gli Stati Uniti devono rincorrere. Sulle fonti fossili sono sufficientemente autosufficienti ma non lo sono affatto sulle materie critiche. Non sembra stridere con questa lettura geopolitica la scelta di Trump di escludere dai dazi il settore delle fonti fossili e la Russia, principale esportatrice di uranio. La recente strategia di un’autarchia neocolonialista spiegherebbe anche le recenti dichiarazioni di Trump per occupare la Groenlandia.

Ma l’Eldorado è mito o realtà? Bisogna verificare a quanto ammontano effettivamente le ricchezze stimate della Ucraina. Dobbiamo distinguere tra il concetto di ‘riserva’ e ‘risorsa’ mineraria: nel primo caso si tratta di depositi identificati e sfruttabili in modo economicamente sostenibile con le tecnologie attuali; nel secondo si tratta di depositi potenzialmente presenti, ma il cui sfruttamento non è ancora economicamente sostenibile o non è stato confermato con certezza. Nel caso dell’Ucraina, è più corretto parlare di ‘risorse’. Infatti le stime sulla quantità e la qualità effettiva dei minerali presenti risalgono a mappature effettuate ai tempi dell’Urss con tecnologie datate e con possibili obiettivi propagandistici. Si aggiunga la forte volatilità dei prezzi, la disomogenea distribuzione delle risorse (ora in parte ubicate in regioni sotto il controllo russo) ed i costi e tempi di estrazione: una miniera di rame media, per esempio, richiede un investimento iniziale tra i 500 mln e 1 mld di dollari e 17 anni per passare dalla scoperta di un giacimento all’effettiva produzione commerciale. Nel territorio ucraino, distrutto dalla guerra, i tempi necessari sarebbero maggiori.

Qualsiasi sia la linea di indirizzo adottata da Trump è però evidente il paradosso per cui, mentre da un lato gli Stati Uniti rallentano sulla transizione energetica, dall’altro cercano di ottenere i minerali strategici per lo sviluppo green. Sembra che la strategia sia quella di prendere tempo per colmare il gap con la Cina, per farsi trovare pronti nel prossimo futuro. Una mossa sulla scacchiera di marmo è stata fatta. Vedremo quale sarà la prossima. Ma ci sono molti giocatori in campo.

Leggi anche
Politiche
Freccette
4′ di lettura

Demografia. Anno 2035

di Alessandro Leonardi
Politiche
Editoriali
5′ di lettura

Venezuela tra OPEC e nazionalizzazione

di Marta Visconti
Politiche
Editoriali
5′ di lettura

Roma su ruote

di Beatrice Ala, Valerio Vinco
Società
Viva Voce

Il cibo non è un algoritmo: la battuta d’arresto del Nutri-Score

di Carlotta Benedetti
4′ di lettura
Società
Viva Voce

Digitamore

di Chiara Elettra Paioli
4′ di lettura
Scienza
Viva Voce

Ecosofia, tra metamorfismo e ibridazione. Filosofia e scienza per la biodiversità degli ecosistemi

di Alessandra Gattino Mazzini
4′ di lettura
Società
Viva Voce

Vestirsi è sempre un atto politico

di Chiara Elettra Paioli
4′ di lettura
Economia
Viva Voce

Progettare la moneta per un nuovo modello di società

di Cristina Toti
4′ di lettura
Società
Viva Voce

Il mare oltre il limite dello sguardo

di Marco Garbin
4′ di lettura

AI

Equilibri Magazine si avvale, ove necessario, di strumenti di Intelligenza Artificiale come supporto ai processi editoriali. L’utilizzo dell’IA avviene nel rispetto delle normative vigenti in materia di diritto d’autore, protezione dei dati personali e trasparenza informativa. Tutti i contenuti sono verificati e approvati dalla redazione, che ne garantisce accuratezza, correttezza e conformità legale.

Credits

Ux Design: Susanna Legrenzi
Grafica: Maurizio Maselli / Artworkweb
Web development: Synesthesia