Pubblico o privato?
Se chiedete allo studente del primo anno, fresco del suo esame di Microeconomia, se sia più efficiente un sistema di concorrenza o uno di monopolio, questi non avrebbe dubbi nel rispondere, così come lo stesso studente a valle dell’immediatamente successivo esame di Macroeconomia avanzerebbe dei dubbi sulla proprie precedenti conclusioni, sapendo che molte decisioni economiche fanno necessariamente poi capo ad un soggetto solo: lo Stato. Quindi, contraddicendo parzialmente l’assunto precedente (d’altra parte le funzioni fiscali non sono né delegabili, né mettibili all’asta), è vero che i mercati possono venire regolamentati mentre lo Stato non può essere diviso ma, proprio per questo, esiste già nelle cose la ragione per cui alcun decisioni che riguardano la vita materiale degli individui sono lasciate alla libera partecipazione e altre vengono riassunte da Stato, Regioni o Comuni (o dal monopolista di turno come capita oggi nel mondo dei dati).
Ovviamente se dico Difesa (esterna e interna) in nessuno Stato del mondo questa può venire appaltata ad altri che non siano uomini in carico allo Stato, così se dico Salute o Previdenza i sistemi mutualistici nazionali, pur con tutti i loro limiti ampiamente scalabili a fronte di volontà politica, si dimostrano superiori a quelli assicurativi privatistici, assai più inquadrabili in un regime di concorrenza, fatto reso evidente dall’aspettativa di vita degli USA ferma a nemmeno 77 anni mentre quella europea si attesta sugli 82.
I trasporti che in epoca thatcheriana avevano fortemente propeso verso una privatizzazione senza se e senza ma, alla lunga e proprio dietro l’esempio inglese con la sua triste decadenza infrastrutturale hanno invece dimostrato che ove siano necessari piani di lunga visione che coinvolgono anche la infrastrutturazione di territori oggi marginali o sottoimpiegati, nessun privato può scommettere a fronte di orizzonti spesso inevitabilmente nebulosi oltreché lontani, cosa che invece gli Stati sono in grado di fare.
Le infrastrutture energetiche di produzione e distribuzione, anch’esse man mano deregolamentate pur essendo assoggettate ad autorità di controllo, poco possono oggi contro l’erraticità e la distanza delle produzioni rinnovabili senza un piano di orizzonte temporale assai lungo su incrementi nelle sezioni, nelle magliature, nelle interconnessioni e negli accumuli al fine di garantire che l’utente finale costretto alle soluzioni elettriche non si ritrovi al buio, al freddo o fermo in mezzo alla strada.
L’Istruzione e la Ricerca offrono invece il contrasto più evidente fra la necessità ‘infrastrutturale’ di incrementare la cultura media europea, specie quella tecnologica e quella di un forte legame con il mondo dell’industria che consenta la traduzione pratica di quegli studi: il modello americano essenzialmente privatistico e dotato di strumenti finanziari imponenti, rende l’azione dei singoli Stati europei sulle ricerche più ricche di implicazioni economiche, un piissimo desiderio, manifestando l’evidente difficoltà di trattenere capitale umano di fronte alle altrui remunerazioni e alle dotazioni autoctone più svantaggiose. Ovviamente altre considerazioni sulla ricerca di base dove il convitato di pietra industriale è meno pressante.
In molti casi non esiste dunque una preferenza fra organizzazione pubblica e privata se non in funzione delle condizioni: proprio l’Italia, come abbiamo già ricordato nella prima parte di questi articoli, ha mostrato un esempio chiarissimo di questa ambivalenza della tipologia di governo economico con la creazione dell’IRI che nelle sue due prime stagioni (quella voluta da Mussolini con a capo il socialista e massone Beneduce e quella del dopoguerra con l’erede di Beneduce, Oscar Sinigaglia) riuscì a trasformare un Paese agricolo uscito malconcio dalla guerra in un Paese industriale proprio grazie ad un pesante provvidenziale intervento dello Stato sul capitale di aziende e banche, mentre per contro l’ultimo IRI, figlio degli accordi Fanfani-Nenni che trasformarono la Partecipazioni Statali in un inefficiente bacino di influenze elettorali, ne decretarono l’ingloriosa fine, gravida di strascichi sino ai nostri giorni, come hanno mostrato le vicende legate a Autostrade e Telecom.
Come sottolineano entrambi i rapporti commissionati dalla UE a Letta e Draghi, occorre sorpassare l’attuale atteggiamento asettico e mercatista tenuto dalla Comunità Europea, ovviamente non per una difesa nazionalistica di settori o aziende decotte ma per consentire la formazione di campioni continentali in grado di competere e per avere una massa d’urto nei settori chiave della ricerca e dell’innovazione dove si genera il vantaggio competitivo di USA e Cina, innovazioni che ad oggi hanno creato ‘mostri’ universali che spesso sfuggono alle tassazioni europee dopo aver costretto in difesa intere filiere produttive e creato posizioni monopolistiche nel mercato dei dati sensibili, come ben sa qualsiasi possessore di iPhone o Samsung cui ormai è imposto di imparare l’alfabeto muto per discorrere in famiglia perché se c’è un cellulare nelle vicinanze ciò significa venire ricoperti di consigli non desiderati su qualsiasi scemenza (nel mio caso bacinelle per l’acqua dei gatti o gli interventi di blefaroplastica notiziatici da una conoscente) ma ancor più venire profilati o controllati in quanto soggetti attivi: il diffondersi dell’IA e la sua evidente extra-territorialità incrementerà tali rischi.
Nel mercato dell’energia gli aspetti produttivi e quelli distributivi si intersecano inevitabilmente in modo prioritario, rendendo in qualche modo residuale la scelta di cosa succede alla consegna, mentre la passata legislatura europea ha puntato tutto solo sull’ultimo miglio, vessando così con scarso costrutto imprese e cittadini con soluzioni preordinate, a tutto vantaggio dei sistemi industriali extra-UE.
Esemplare nel caso dell’energia termica dove la spinta verso la pompa di calore, sicuramente la soluzione più razionale da un punto di vista fisico, si è tradotta nella semplice sostituzione di un generatore a combustione con un apparecchio elettrico anche se ciò comporta due problemi non di poco conto: le macchine di immediata sostituzione son quelle aria-acqua che, usando l’aria come fluido sorgente, hanno efficienza limitata, costi quadrupli rispetto ai generatori a combustione e tempi di rientro dall’investimento inesistenti se non in presenza di forti incentivi e, sull’altro fronte, questa ridotta efficienza comporta un aggravio sulle reti elettriche ben oltre la capacità di distribuzione odierna.
Ciò si somma all’altro wishful thinking sul trasporto elettrico dove al maggior costo delle macchine si aggiunge il maggior costo anche del combustibile (peraltro prodotto in larga parte con energia termo-prodotta da fossili non rinnovabili, almeno in Italia) e quindi un ulteriore duplice aggravio sulla stessa rete di cui sopra.
Diventa evidente che il vero problema per una transizione efficiente passa dai piani superiori di produzione e distribuzione e qui si impongono scelte ponderate da fare e, non ultimo, di come finanziare il tutto.
Nella produzione è chiaro che le rinnovabili soft (sole, vento, maree) hanno uno scarso impatto ambientale ma per contro una produzione fortemente erratica e una problematica distanza dal punto di consegna, specie per i grandi impianti, che determina la necessità di aumentare le sezioni nelle reti distributive e con esse gli stoccaggi destinati a razionalizzare tali produzioni verso i consumi finali.
L’urbanistica energetica non può essere in capo ai produttori ma diventa una scelta politica che pesi pure i costi distributivi e conservativi: saranno questi gli investimenti che andranno maggiormente ad assorbire risorse finanziarie comunitarie e dovranno pertanto avere un ritorno economico sostenibile anche in ottica di lungo o lunghissimo periodo.
Le rinnovabili hard (idroelettrico, geotermico e nucleare) scontano impatti ambientali assai più articolati perché coinvolgono gli assetti del territorio in modo strutturalmente irreversibile però portano con sé la stabilità nella fornitura, la scalabilità a fronte della domanda e la possibilità endogena di accumulo elettrico e termico: anche qui non saranno gli impianti di produzione a richiedere grandi aiuti per gli investimenti quanto le infrastrutture necessarie a renderli operativi, in particolare nel mondo idrico i doppi bacini per la produzione dell’energia elettrica e gli accumuli sotterranei di energia termica dove la futura produzione nucleare potrà proficuamente interagire, ma soprattutto nelle reti di distribuzione fisica con la progressiva integrazione delle reti del gas con quelle acquedottistiche a temperature accumulate – strada che, ovviamente, gli USA assai meno parolai di noi e assai più pratici stanno iniziando a percorrere seguendo la convenienza economica e non i sogni come gli europei.
È abbastanza chiaro che in vista del risultato finale dell’invarianza climatica, non esista una vera alternativa pubblico vs privato che indichi una soluzione unica – vale per l’autotrasporto, vale per la produzione di energia termica e per quella elettrica – ma un combinato impianti di produzione, distribuzione e impianti di utilizzo ovvero una programmazione industriale, infrastrutturale e finanziaria dove ognuno dovrebbe – e sottolineo il condizionale per la parte pubblica, sicuro anello debole operativo – fare la sua parte secondo un disegno unitario.
La vera differenza fra privato e pubblico, che rimanda alla favola delle api di Mandeville da cui nasce molto del ‘grettismo’ di cui è da sempre accusata la triste scienza, è che al privato, essendo attratto dai profitti di breve periodo, andranno demandate le attività dotate di rientro non oltre i dieci anni su cui costruiranno gli attivi dei propri bilanci, mentre al pubblico, la cui aspettativa di vita è illimitata, quelle di lungo periodo, confidando che la saggezza del buon padre di famiglia raccomandata dal nostro Codice Civile, pervada i suoi dirigenti e funzionari imponendo loro obiettivi quantitativi in tempi dati e non il solo uso del vocabolario ESG odierno.