In questa seconda puntata della miniserie dedicata ai sindacati e alle sfide della transizione ecologica, Angelo Colombini racconta il percorso di aggiornamento della Cisl sui grandi temi contemporanei.
«Se hai 100 lavoratori in una centrale a carbone e 200 nell’indotto, in termini occupazionali il passaggio a una centrale elettrica ha un costo: rimarranno una quarantina di lavoratori nella centrale e una cinquantina nell’indotto. E del delta che non puoi occupare cosa fai? Se stiamo parlando, poniamo, dell’Eni (di grandi imprese), si accompagnano parte degli addetti alla pensione e si fa formazione ai lavoratori dell’indotto. Ma se si tratta di PMI, è probabile che siano posti perduti. La transizione ecologica è prima di tutto una transizione del lavoro e come tale va studiata, interpretata e progettata». E Angelo Colombini, già Segretario Confederale Cisl e membro del Consiglio di vigilanza dell’Inail, da anni si occupa delle conseguenze che questa affermazione può e deve avere sul movimento sindacale.
La sfida di mantenere la produzione sui territori
Sul piatto, uno storico emblematico della minaccia occupazionale portata dalla transizione e alcune risposte possibili. Le raffinerie di Porto Marghera una decina di anni fa e Gela negli ultimi cinque anni sono state teatro di cambiamenti molto sofferti. «Due impianti che l’Eni aveva deciso di chiudere. Abbiamo allora proposto di cambiare la produzione: non più raffinare petrolio, bensì olii grassi, biocarburanti. Assemblee su assemblee, rabbia, preoccupazione. Alcuni si sono trasferiti lontano da casa e dalle famiglie, nelle raffinerie del gruppo a Pavia o Siracusa, per non rimanere in cassa integrazione. Altri in mobilità o accompagnati alla pensione, altri ancora formati per la nuova attività, così da mantenere il posto nella stessa sede».
Per Colombini non si tratta di un esempio ideale, bensì pragmatico. Questa realpolitik centrata su una visione di rinnovamento produttivo condivisa tra sindacati, lavoratori e impresa ha infatti avuto il risultato di mantenere la produzione sul territorio. «La forza lavoro è diminuita, ma non si è azzerata. Le raffinerie non sono state riconvertite in qualcos’altro, il PIL di quei territori è rimasto sostanzialmente costante. Finché un’attività produttiva sopravvive a una transizione, c’è sempre una possibilità futura di espansione sul mercato e dunque della produzione e dell’occupazione. Opzione che non esisterà mai se la fabbrica diventa un centro commerciale».
Un percorso di formazione partito da lontano
Sono anche simili vertenze ad aver spinto i sindacati ad acquisire nuove competenze specifiche, indispensabili per fronteggiare scenari segnati da cambiamenti profondi. Nel 2020 la Cisl Lombardia mette in piedi con il supporto di ASviS, Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, un percorso formativo rivolto ai segretari delle federazioni e unioni sindacali regionali sui temi dell’Agenda 2030, con un’attenzione all’impatto sulla negoziazione sindacale. In altri termini: sulla necessità di cambiare paradigma come organizzazione sindacale tout court, in questo caso fautrice essa stessa di quella formazione di alto profilo e qualificante che è necessario estendere a tutti i lavoratori.
«Al sindacato spetta anche questo grande compito: preparare e far crescere i sindacalisti sulla sostenibilità» spiega Colombini. «Non è affatto scontato come potrebbe sembrare. Fino a pochi anni fa, su questi temi i sindacalisti erano molto più influenzati dalle informazioni reperite sui social, sui media o sulle piattaforme ambientaliste, che non da una chiara e articolata posizione del proprio sindacato». Arrivare a questa posizione è stata un’impresa sviluppata negli anni. «Dal 2017 al 2022 abbiamo ideato un percorso a livello nazionale, incontri vis-a-vis con una trentina di sindacalisti. Siamo partiti da queste conversazioni per creare percorsi formativi con il nostro Centro Studi nazionale a Fiesole. Per sviluppare un giudizio nostro, determinato dalla nostra storia e competenze, tutti noi della Cisl avevamo bisogno di capire che la transizione ecologica non è un tema soltanto nazionale o aziendale e che era il mondo intero a muoversi. Da allora siamo addirittura riusciti a realizzare due documenti unitari sul clima e su come affrontare i problemi, un fatto senza precedenti nella storia di Cgil, Cisl e Uil».
Le bussole: gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e l’Enciclica Laudato Sì
«Abbiamo puntato forte sulle nuove competenze: tecniche, certamente, ma anche trasversali, umanistiche, utili a riflettere sul ruolo stesso dell’uomo nella società. Le competenze non bastano a creare degli ottimi sindacalisti, è cruciale il valore che si è in grado di accordare all’individuo, da accompagnare in base alla sua realtà. Nell’ambiente c’è prima di tutto il tema della centralità della persona. Il coté umanistico della transizione ecologica è per noi imperniato su due documenti chiave (entrambi del 2015, ndr). Da un lato i Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite, i 17 obiettivi globali che nel complesso rappresentano la volontà delle società mondiali di occuparsi di ciò che è fondamentale per la costruzione del futuro. Dall’altro, la Lettera Enciclica Laudato Sì di Papa Francesco sulla Cura della Casa Comune».
A rappresentare questi riferimenti durante gli incontri del percorso formativo nazionale, due figure che a essi si ispirano: Enrico Giovannini, già ministro nei governi Letta e Draghi e presidente dell’Istat, primo portavoce della già citata ASviS dalla nascita dell’associazione, nel 2016 e fino al 2021; Don Bruno Bignami, Direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e lavoro della Confederazione Episcopale Italiana, nonché autore e saggista sui temi dell’ecologia e commentatore dell’Enciclica di Francesco.
«Se il primo ha portato in dote il modo in cui l’Associazione declina gli Obiettivi di sviluppo sostenibile in progetti concreti sul territorio, il secondo ha condiviso la traduzione della parola del Pontefice sul grande tema della cura di quella che chiama ‘la casa comune’, sottolineando la centralità dell’essere umano. Due letture della società da cui abbiamo imparato e su cui ci siamo confrontati, per formarci opinioni salde e condivise all’interno del sindacato».
Contrattazioni aziendali, la filosofia della corresponsabilità
Anche il mondo aziendale ha preso parte a questi consessi, ideati da Colombini e dal Centro Studi Cisl per catalizzare esperienze concrete e da più direzioni. «Tra i relatori, direttori generali e amministratori delegati di aziende come Eni e Enel, che da tempo hanno imbastito percorsi industriali più sostenibili, o l’ex viceministro Claudio De Vincenti, che dentro al Ministero dello Sviluppo Economico ha sempre avuto la politica energetica come punto di riferimento. È con questo livello di relatori che si sono confrontati i nostri sindacalisti, partecipando a esercitazioni su casi reali di transizioni produttive e industriali, per comprendere come cambia la contrattazione».
Così è cambiato anche il sindacato, con la Cisl che ha creato la figura del Responsabile regionale per clima, ambiente e transizione, investito dall’onere di formare i delegati del proprio territorio sui temi della transizione. Aperta la via, anche i responsabili regionali hanno potuto partecipare a seminari e workshop con figure autorevoli, tra cui Ermete Realacci di Legambiente, l’economista Leonardo Becchetti, l’ambientalista e dirigente d’azienda Walter Ganapini, il già citato Giovannini e naturalmente Colombini.
«I responsabili regionali, con la loro visione su sicurezza e ambiente, sono cruciali nel rapporto con i delegati come con le realtà aziendali in cui operano. Le aziende medie e grandi sono più avanti di tutti nello sviluppo di policy sostenibili e sono interlocutori con cui abbiamo potuto portare avanti contrattazioni di secondo livello centrate sul risparmio dei consumi e sull’idea che una parte del salario sia legata al raggiungimento di obiettivi energetici: se i lavoratori fanno risparmiare energia e denaro all’azienda, è giusto che beneficino in parte del risparmio che hanno reso possibile. Stesso discorso per le pratiche di riciclo o di riuso. È il grande tema della corresponsabilità, che esiste da anni ma di recente ha conosciuto un’impennata significativa nelle contrattazioni. Moltissime pratiche aziendali, metalmeccaniche, chimiche, energetiche, alimentari, stanno andando in questa direzione, portando il rapporto tra sindacati e aziende nel futuro».
Concetto forte quello di una responsabilità condivisa, con ricadute molto importanti anche sulla gestione della forza lavoro. «Se passi da un impianto inquinante a uno sostenibile che occuperà meno lavoratori, da un lato le realtà sindacali interloquiscono con il governo per l’erogazione degli ammortizzatori sociali, ma dall’altro è cruciale il rapporto e la contrattazione con le aziende nella gestione della transizione: formazione e riqualificazione dei lavoratori, accompagnamento alla pensione. Serve grande pragmatismo. Un cinquantacinquenne è ‘vecchio’ per un’azienda, ma giovane per l’Inps. Se non coinvolgi il lavoratore nella riqualificazione, si chiuderà a difesa. Il senso profondo di questo periodo, ben incarnato dal Green Deal Europeo, è invece una convergenza di intenti tra diverse parti in causa. Non un processo banale o privo di scossoni. Laddove nel sindacato europeo hanno prevalso le posizioni dei Verdi tedeschi e svedesi, il Green Deal ha per esempio costretto il sindacato europeo a rivedere le proprie posizioni sul tema del lavoro».
Formazione e pragmatismo, un’occasione persa (ma si può ancora rimediare)
«Abbiamo bisogno di un approccio non ideologico. Se si parla soltanto di ambiente e non di lavoro, si perde metà della transizione. Per questo l’ambientalismo e i sindacati, che il lavoro lo difendono, possono essere alleati soltanto se si parlano in termini pragmatici. Una certa cultura troppo a sinistra (troppo ‘militante’) ha per esempio osteggiato per un decennio le politiche attive, proprio quelle che permettono di essere formati e passare a un’altra attività lavorativa. Ora che ne abbiamo bisogno, non abbiamo lo strumento. Il rapporto tra centri per l’impiego e agenzie di formazione, tra pubblico e privato, poteva essere cruciale per gestire la transizione ma è rimasto lettera morta. Deve essere chiaro che su questo terreno abbiamo perso tempo, ma che è importante e che possiamo recuperare. Centri per l’impiego e agenzie devono parlarsi, essere coordinate dal Ministero del Lavoro e collaborare per un rilancio delle politiche attive. Occorre affidare la formazione a realtà che non siano farlocche, enti formativi che abbiano rapporti effettivi e non superficiali con le imprese, così da individuare il bisogno effettivo di competenze e attività all’interno delle varie realtà produttive. É il primo passo per imbastire percorsi di formazione seri, efficaci. Siamo in ritardo, ma possiamo recuperare».
Oltre alla formazione di chi dal mondo del lavoro rischia di uscire, non si può infine prescindere da quella per chi ancora non ci è entrato: i lavoratori del futuro e dunque la scuola. «Il Ministero dell’Istruzione deve creare nuovi corsi, innovare il mondo universitario. Ma anche gli Istituti Tecnologici e Professionali sono un tassello essenziale. Educhiamo le famiglie a non scegliere soltanto i licei per i propri figli, bensì a farlo secondo le capacità e al fatto che quelli professionali non sono affatto istituti di serie B: l’80% dei loro diplomati viene assunto entro 8 mesi e nel Pnrr è previsto un miliardo e mezzo sul tema degli istituti professionali. Un grande tema, sui cui nel futuro prossimo dovremo interloquire costantemente anche con il governo».