Agosto 2013 – La crescita degli interessi cinesi nel continente africano nel ventunesimo secolo appare come una realtà evidente.
Di fatto, la strategia multidimensionale della Cina tocca quasi tutte le sfere della vita in Africa, al punto che si può affermare che oggi 1 si vive l’età d’oro delle relazioni tra queste due regioni: rilancio diplomatico dimostrato dalle numerose visite di Stato, espansione degli scambi commerciali, sviluppo accelerato di comunità cinesi in Africa e africane in Cina.
Al di là della visione esclusivamente geopolitica che considera il ritorno della Cina in Africa una conquista limitata ai mercati commerciali e all’accaparramento delle risorse 2, nonché una competizione tra grandi potenze per il controllo del continente, di seguito si propone una riflessione sull’uso sempre più importante dei media cinesi come vettore di influenza.
A questo fine, si analizzerà prima di quali media di massa si tratta, si esamineranno poi gli obiettivi perseguiti dall’accelerazione di questa strategia mediatica, ci si chiederà infine se, e in che misura, la mobilitazione dei media può esercitare un’influenza effettiva sulla nuova dinamica Cina-Africa.
L’uso dei media cinesi dall’origine delle relazioni con l’Africa a oggi
Parte dalla Cina il ricorso ai media per esercitare un’influenza in Africa ed è originariamente di natura ideologica. Dalla fine degli anni cinquanta, la Cina si oppone non soltanto agli Stati Uniti ma anche al vecchio alleato sovietico. Perciò, l’apparato di propaganda maoista ha moltiplicato le iniziative allo scopo di indurre gli africani a sposare la dottrina rivoluzionaria cinese. Concretamente, agli inizi degli anni sessanta, l’agenzia di stampa Xinhua (Nuova Cina) trasmetteva giornalmente le informazioni, adattate a ogni regione, agli uffici di Algeri, Il Cairo, Conakry, Brazzaville e Dar es Salaam3.
Lo strumento mediatico più diffuso e più efficace a quell’epoca in Africa è stato, senza dubbio, Radio Pechino che, due anni dopo l’inaugurazione dei suoi programmi africani nel 1956, trasmetteva ogni giorno in lingua cantonese per le comunità cinesi in Africa austro-orientale e in Madagascar. Più tardi, sono cominciate le prime trasmissioni in inglese, portoghese, swahili e francese e anche in arabo e hausa.
Se lo scopo principale di queste radiodiffusioni era propagandistico, esse puntavano anche a divertire i loro ascoltatori. Accanto alle trasmissioni radio, esisteva anche «Peking Review», pubblicato anche in francese con il titolo «Pékin Informations», un settimanale inviato da Pechino ai lettori africani.
Oggigiorno, più consapevole dell’importanza dell’immagine per guadagnare una buona reputazione, la Cina, sulla scia delle potenze tradizionali o emergenti, è impegnata a inserirsi nello scacchiere mediatico internazionale, tra cui quello africano. Alcuni eventi salienti accaduti nel 2012 illustrano in modo chiaro la tendenza a volersi imporre su tutti i tipi di media, dal digitale alla televisione satellitare.
A gennaio 2012, viene lanciata CCTV Africa, una rete della televisione centrale cinese, la cui sede è a Nairobi e che è dotata di un proprio centro di produzione d’informazione, il primo di questo genere fuori dai confini cinesi. Un secondo esempio è rappresentato da «Beijing Review», membro di China International Publishing Group, che fonda nel marzo 2012 la casa editrice Chinafrica Media and Publishing nell’Africa del sud 4.
Si tratta, tra l’altro, del gruppo che pubblica «ChinAfrica», mensile lanciato nel 1988 e rivolto ai lettori africani. «ChinAfrica» viene ora stampato in inglese e in francese, con una versione cinese on line. Altro fatto importante: a dicembre 2012, il quotidiano «China Daily» mette in piedi «Africa Weekly», un settimanale di taglio economico specializzato sull’Africa. Ultimo da sottolineare, sul piano digitale, l’apertura da parte dell’agenzia Xihnua di un sito Internet chiamato «African News», che propone notizie sul continente e sugli scambi commerciali tra la Cina e i paesi africani.
Obiettivi dell’offensiva mediatica della Cina
Cosciente del ruolo cruciale dei media per diffondere la voce ufficiale cinese ed esportare la sua cultura all’estero, il gruppo dirigente cinese non risparmia nell’utilizzo dei mezzi. Nel 2009, Pechino ha stanziato circa 5 miliardi di Euro per creare una rete di uffici all’estero, con la mission di presentare il volto moderno della nuova Cina a ogni paese del mondo5.
Questo progetto di espansione mondiale dei media cinesi si rivolge anche all’Africa. A questo proposito, il governo cinese ha recentemente annunciato di voler aumentare i fondi delle società di media che desiderino espandersi soprattutto in Africa, America Latina e nei paesi vicini alla Cina6.
Quattro sono gli obiettivi principali di tali manovre.
Primo: questa penetrazione è esercitata come un’arma difensiva per riequilibrare la pubblicità negativa fatta dai media dominanti, perlopiù occidentali, che a volte confondono rumors o dicerie con la realtà7.
In Africa, i commenti e le analisi sulle relazioni sino-africane si sono focalizzati sulle questioni di sfruttamento, inquinamento, corruzione ecc. La Cina punta a contrastare questa visione unilaterale tramite una maggiore voce in capitolo.
Secondo: i media di massa cinesi sono concepiti come uno strumento con cui poter sedurre le popolazioni africane. Essi ambiscono a conquistare «le menti e i cuori» in tutto il continente. La comunicazione di massa diventa, quindi, un elemento di diplomazia pubblica, ovvero uno sforzo effettuato da un governo nei confronti di un pubblico straniero al fine di incentivare la comprensione della sua cultura, dei suoi ideali e dei suoi obbiettivi nazionali8. Di fatto, è interessante sottolineare che CCTV Africa valorizza la forza lavoro locale affidando i ruoli di conduttori e conduttrici a cittadini del Kenya.
Il terzo obiettivo, inedito e spesso ignorato, è legato alla volontà del governo di Pechino di avere un peso sulle comunità cinesi presenti in Africa, instaurando un legame con la Cina continentale. È per questo motivo che alcuni settimanali pubblicati in cinese in Africa (Nigeria, Africa del sud, Botswana) beneficiano di un partenariato con il «People Daily», l’organo di stampa ufficiale del Comitato centrale del Partito Comunista Cinese (si tratta all’occorrenza del «The Oriental Post» che esce in Botswana dal 2009). Anche il mensile «ChinAfrica» ha una versione digitale in mandarino.
Il quarto obiettivo è di natura economica. Per esempio, l’agenzia Xinhua, che vanta oggi una ventina di uffici in Africa, espande la sua clientela offrendo bollettini d’informazione a un prezzo più che accessibile rispetto a quello delle agenzie tradizionali.
I limiti della strategia mediatica cinese
Nonostante alcuni obbiettivi perseguiti tramite la diffusione dei media cinesi in Africa sembrino realizzarsi a priori, questi stessi media devono far fronte a varie difficoltà relative alla loro natura e all’ambiente mediatico circostante.
Innanzitutto, tutti i ripetitori mediatici attivi in Africa sono strettamente legati al Partito Comunista Cinese.
Di conseguenza, tendono a privilegiare esclusivamente i punti di vista ufficiali definiti direttamente dall’esecutivo. In rapporto alla concezione stato-centrica della strategia cinese in Africa, alcuni studiosi sottolineano che la crescita delle attività economiche sino-africane favorisce la repressione dei media in Africa, così come la soppressione della libertà di stampa.
Si afferma che «potenti interessi economici e politici legati agli investimenti cinesi cercano di eliminare l’inchiesta indipendente»9.
Inoltre, il moltiplicarsi dei media di massa allo scopo di mostrare i successi della Cina in Africa non si traduce necessariamente nella loro efficacia. A tal fine bisognerebbe non soltanto conoscere a quale pubblico si rivolgono, ma anche valutare il loro peso nella società e in rapporto alla costellazione mediatica. In Africa, i media cinesi, di qualunque tipo, non si rivolgono che a un piccolo segmento della popolazione; ciò limita il loro campo di influenza.
Inoltre, nel contesto dell’offerta mediatica di massa, devono fronteggiare la dura concorrenza delle potenze coloniali, in parti colare BBC, RFI France 24 rispettivamente per Regno Unito e Francia, così come dei nuovi arrivati, a loro volta molto dinamici.
Il lancio, nel 2010, di TV Brasil Internacional, che trasmette in portoghese via Maputo in Mozambico, ne è un esempio. Più di recente, Al-Jazera del Qatar, paese sempre più presente in Africa, ha annunciato il lancio prossimo di un canale in francese di cui Dakar ospiterebbe gli uffici, rivolto principalmente ai francofoni che in Africa sono la grande maggioranza10.
In ultima analisi, si può affermare che la penetrazione delle strutture mediatiche cinesi in Africa va a sostenere la strategia cinese nel continente, dimostrando come gli interessi di Pechino non si limitino esclusivamente a una ricerca sfrenata di materie prime e di nuovi mercati. La Cina dichiara di voler contribuire a mostrare il nuovo volto positivo del continente africano.
Tuttavia, è impegnata prima di tutto a diffondere in modo attivo la sua «visione del mondo» e molto probabilmente a raccogliere i paesi e le popolazioni dell’Africa attorno ai suoi valori. È significativo il fatto che il punto di vista privilegiato, anche se appare diverso da quello dei media dominanti, non sia tuttavia quello africano, bensì quello della Cina.
Fonte/Testo originale: Oliver Mbambia ‘L’incursione mediatica cinese in Africa. Volontà di influenza o strategia di promozione di un’immagine positiva?’ –pubblicato su Equilibri, Fascicolo 2, agosto 2013, Il Mulino.
Note
- Occorre precisare che le relazioni della Cina con l’Africa non sono recenti. Ci sono stati contatti commerciali documentati sin dal II secolo d.C. con l’Egitto. Nel XV d.C. l’ammiraglio Zheng He effettuò molti viaggi in Africa orientale. Si veda T. Filesi, Le relazioni della Cina con l’Africa nel medio-evo, Milano, Giuffrè, 1962. C’è anche stato un avvicinamento intenso durante gli anni sessanta e settanta.
- Si veda per esempio C. Brighi, I. Panozzo e I.M. Sala, Safari cinese: petrolio, risorse, mercati. La Cina conquista l’Africa, Milano, O Barra O edizioni, 2007.
- J.K. Cooley, East Wind over Africa, New York, Walker & Company, 1965, p. 195.
- Beijing Review Launches China’s First New Africa-Oriented Print Media Company in South Africa, in «Chinafrica», 31 marzo 2012 (http://www.chinafrica.cn/english/The_Latest_Headlines/txt/2012-03/31/ content_444396.htm).
- Beijing in 45B Yuan Global Media Drive, in «South China Morning Post», 12 gennaio 2009.
- Chinese Media to Get Boost Overseas, in «China Daily», 10 gennaio 2012.
- Li Anshan, Neither Devil nor Angel: The Role of the Media in Sino-African Relations, in «Pambazuka News», n. 585, 16 maggio 2012.
- H.H. Frederick, Global Communication and International Relations, Belmont, CA, Wadsworth, 1993.
- M. Keita, Africa’s Free Press Problem, in «The New York Times», 15 aprile 2012.
- Al-Jazeera: les vraies ambitions de la version française, in «Le Figaro», 7 aprile 2013.