Esseri umani (Neri Pozza, 2025 — trad. di Simonetta Frediani, € 19,00) è un racconto sull’IA che guarda oltre gli algoritmi. Madhumita Murgia, giornalista del Financial Times che segue l’IA fin dai tempi delle sue prime inchieste sui data broker per Wired, rovescia la prospettiva con cui di solito si racconta questa tecnologia: non parte dai laboratori della Silicon Valley né dai modelli linguistici di ultima generazione, ma dai margini del mondo, dove la tecnologia viene esportata e non dove viene costruita. Il titolo originale, Code Dependent. Living in the Shadow of AI, finalista al Women’s Prize for Non-Fiction, rende forse ancora meglio l’idea del libro: viviamo tutti, ormai, all’ombra di un codice che non vediamo e non comprendiamo, ma da cui dipendiamo per lavoro, salute, libertà e diritti.
Il libro è organizzato per temi — i mezzi di sostentamento, il corpo, l’identità, la salute, la libertà, la rete di sicurezza sociale, il capo, i diritti, il futuro, la società — e in ogni capitolo Murgia segue una o più persone reali, incontrate nell’arco di diversi anni di reportage in giro per il mondo. Sono vite scelte non a caso fuori dai centri di potere tecnologico, e proprio per questo capaci di mostrare con nettezza chi paga il conto dell’automazione e chi, invece, ne raccoglie i profitti.
Il capitolo di apertura, “I mezzi di sostentamento”, è tra i più efficaci del libro. Racconta la vita di Ian e Benja, due giovani di Kibera, lo slum di Nairobi, assunti da Sama, un’azienda che etichetta dati per conto di colossi come Tesla, Google, Meta e OpenAI. Il loro lavoro — disegnare riquadri attorno a pedoni, alberi e semafori per addestrare la visione artificiale delle auto a guida autonoma, oppure filtrare contenuti estremi perché non debbano mai raggiungere i nostri feed — è pagato pochi dollari al giorno e avvolto da clausole di riservatezza che impediscono ai lavoratori di sapere persino per quale azienda stiano davvero lavorando. È un capitolo che smonta con efficacia il mito dell’IA come intelligenza «che impara da sola»: dietro ogni modello ben addestrato ci sono eserciti di manodopera precaria, spesso nel Sud globale, il cui contributo resta sistematicamente invisibile. Murgia intreccia a questa inchiesta la storia di Leila Janah, la fondatrice di Sama, morta di cancro nel 2020 a soli trentasei anni, la cui missione — «dare lavoro, non aiuti» — resta sospesa tra idealismo autentico e i limiti strutturali di un modello economico che, in fondo, si regge su salari bassissimi.
Il secondo capitolo, dedicato al corpo, si apre con la storia della poetessa britannica Helen Mort, vittima di un deepfake pornografico costruito a partire da foto prelevate dai suoi profili social. È uno dei passaggi più duri del libro: Murgia usa la vicenda personale di Helen per raccontare, con rigore giornalistico, come funzionano tecnicamente le reti generative alla base dei deepfake e come, a livello legale, le vittime — quasi sempre donne — restino oggi prive di strumenti efficaci di tutela in gran parte del mondo.
Il capitolo sulla salute segue invece Ashita Singh, medico in un piccolo ospedale missionario nel distretto rurale di Nandurbar, in India, alle prese con un’epidemia di tubercolosi tra la popolazione adivasi e con un’app di IA — qTrack — capace di leggere le radiografie polmonari con la precisione di un radiologo. È forse il capitolo più equilibrato del libro: Murgia non demonizza la tecnologia, mostra anzi come possa colmare un vuoto reale di competenze specialistiche in aree remote, ma insiste sul punto che le resta più caro: la medicina, ricorda Ashita, «è una scienza, ma essere un medico è un’arte», e nessun algoritmo può sostituire la fiducia costruita visitando le famiglie nelle loro capanne di fango.
Il capitolo “Il futuro” cambia registro e si sposta sul terreno della sorveglianza di Stato, seguendo Maya Wang, ricercatrice di Human Rights Watch che da anni documenta il sistema di sorveglianza digitale usato dal governo cinese contro la minoranza uigura nello Xinjiang: riconoscimento facciale onnipresente, raccolta forzata di dati biometrici, campi di «rieducazione». È il capitolo più esplicitamente politico del libro, e Murgia lo affronta senza sconti, lasciando che sia la voce di Maya — «non c’è mai stato nessun altro impero nella storia dell’umanità in grado di esercitare una sorveglianza così ampia e approfondita» — a portare il peso dell’argomentazione.
Ciò che distingue Murgia da tanta pubblicistica sull’IA è il rifiuto sia del catastrofismo sia dell’entusiasmo acritico. L’autrice racconta di essere partita da una posizione di tecno-ottimismo, maturata scrivendo di editing del DNA e interfacce cervello-macchina per Wired, e di essersi trovata, inchiesta dopo inchiesta, davanti a una realtà «più cupa»: sistemi che promettono neutralità e oggettività ma che, costruiti su dati storici già discriminatori, finiscono per riprodurre e amplificare le disuguaglianze esistenti, colpendo in modo sproporzionato donne, minoranze, migranti, persone povere e disabili.
Il filo teorico che tiene insieme le storie è quello del «colonialismo dei dati» dei sociologi Nick Couldry e Ulises Mejias, insieme al lavoro di studiose come Timnit Gebru, Joy Buolamwini, Kate Crawford e Safiya Umoja Noble: l’idea che la trasformazione delle vite umane in flussi continui di dati da estrarre e vendere sia, in fondo, una nuova forma di sfruttamento con radici storiche antiche. Murgia cita la letteratura accademica e la fa vivere attraverso le persone che racconta, con un piglio da reportage che rende il libro scorrevole anche per chi non mastica il lessico tecnico dell’IA.
Il libro si chiude su un registro quasi inatteso: nell’Epilogo, Murgia segue padre Paolo Benanti, teologo francescano e consulente del Vaticano sull’etica dell’IA, nei giorni in cui organizza l’incontro tra papa Francesco e Brad Smith, presidente di Microsoft, e racconta la genesi della Rome Call for AI Ethics, il documento con cui cristianesimo, islam ed ebraismo hanno provato a mettere per la prima volta la propria voce comune sull’«algoretica». È una chiusura che allarga lo sguardo dal singolo individuo colpito dalla tecnologia alla domanda più ampia — chi decide i valori morali che finiscono scritti nel codice? — lasciando il lettore, giustamente, senza una risposta rassicurante.
Murgia scrive con l’occhio della reporter abituata a costruire scene, non solo a riportare dati — ma che a tratti, come hanno notato anche altre recensioni italiane, lascia in secondo piano un’analisi più sistemica delle possibili soluzioni politiche e regolatorie: il libro è più forte nel diagnosticare il problema che nel proporre rimedi strutturali. Anche la scelta di dedicare interi capitoli a singoli casi umani, per quanto efficace sul piano narrativo, a volte diluisce l’argomentazione più ampia, che il lettore deve ricostruire da sé attraverso i fili teorici — il colonialismo dei dati, l’agentività di Bandura — che l’autrice dissemina nell’introduzione e riprende solo a tratti.
Resta comunque, come ha notato anche chi lo ha recensito per testate come Linkiesta, CriticaLetteraria e Satisfiction, un libro «inquietantemente attuale»: non racconta il futuro ipotetico dei chatbot, ma il presente già in corso di sistemi automatizzati che, spesso senza che ce ne accorgiamo, decidono chi ottiene un prestito, chi viene assunto, chi viene curato prima. Il matematico Marcus du Sautoy ha sintetizzato bene la differenza rispetto ad altri saggi sull’IA: dove molti mettono al centro la tecnologia, qui al centro ci siamo noi umani — eroi, ma in questo caso anche vittime.