Non esistono risposte semplici. Come in ogni grande mutamento tecnologico, il dibattito pubblico privilegia nuclei narrativi che non restituiscono la complessità del fenomeno: alcuni temi si impongono, altri vengono marginalizzati, mentre la questione di fondo sfugge. La trasformazione digitale non è soltanto tecnologica: riconfigura radicalmente assetti antropologici, sociali, economici e politici. Inoltre, pur essendo globale, accentua differenze di velocità nello sviluppo tra comunità, con conseguenze geopolitiche intuibili ma non prevedibili.
Gli epicentri di questo nuovo mondo sono chiari. Uno, su tutti, domina: la Silicon Valley. La concentrazione, nella valle californiana, delle sedi dei maggiori gruppi di potere digitale segnala il carattere non esclusivamente tecnico di questa rivoluzione. Paolo Perulli mostra come l’eziogenesi del modello Silicon Valley derivi dall’intreccio fra pulsioni creative – cenacoli poetici, tensioni libertarie – e laboratori informali nei garage1. Spazi ampi, a basso costo; incontri non forzati; riflessione solitaria: ingredienti che hanno fatto della San Francisco del secondo Novecento un incubatore naturale della creatività, della lenta organizzazione del caos, a differenza di altre aree mai riuscite a diventare alter ego della Valley.
In questo milieu prende forma la promessa originaria del digitale: un nuovo accesso universale alla conoscenza e una libertà di creare. Alla luce della lente nietzschiana ripresa da Perulli, quelle tensioni creative mirano a un ideale superumano, dove la conoscenza è fine e non mezzo. L’introduzione di assistenti AI nei dispositivi spinge ulteriormente questo movimento: rende disponibile in tempo reale una massa sterminata di informazioni e abbatte barriere di alfabetizzazione, consentendo un’interazione sempre più naturale. È qui la svolta dei Large Language Models: un’AI “a portata di mano”, democratica e intuitiva. Ma le promesse del tecno-libertarismo anarcoide sono alla prova dei fatti: siamo davvero all’alba di un transumanesimo rivoluzionario o prevale altro?2
Nel mix generativo della Valley entra il capitalismo di rischio, spesso allineato con l’establishment politico-militare, pronto a finanziare i sogni delle anime creative, introducendo, tuttavia, una sistematica perversione dei fini. I capitali devono generare profitti, e la domanda politico-militare chiede applicazioni concrete (non dimentichiamo l’origine militare di Internet). Qui il sogno superumanista si scontra col mercato e si trasforma: la conoscenza torna mezzo, non fine; la rivoluzione si popola degli “ultimi uomini” (ancora Nietzsche attraverso Perulli). Lo si vede nello stile di vita dei suoi campioni, estremo e ostentato: la manipolazione della conoscenza e dell’innovazione – spesso prodotta da superspecialisti – diventa modello di business e strumento di dominio, da esibire come parte della leadership globale.
La retorica del nuovo mondo digitale funziona così da volano per un capitalismo della supremazia: un tecno-entusiasmo che illumina possibilità professionali e private, alimentando l’appeal di piattaforme AI-based. Ma a quali costi? Sul piano individuale, ogni piattaforma è anzitutto un dispositivo di raccolta dati, che abilita profilazioni sociali, politiche e di consumo: miniere preziose di informazione. In cambio di comodità ed efficienza, cediamo quote di identità digitale, esponendoci a nuove forme di sfruttamento. Zuboff (2019) ha avvertito dei rischi di questo scambio opaco, definendolo “capitalismo della sorveglianza”3. Altri parlano di “capitalismo delle piattaforme”, con sostanza analoga4.
Il costo individuale diventa immediatamente sociale: si riorganizzano le disuguaglianze, e le “classi” si ridisegnano in base al rapporto con il digitale. Ritornano, in nuove vesti, le logiche dell’accumulazione originaria. Da un lato, chi possiede le infrastrutture per raccogliere e manipolare dati esercita un dominio capace di oltrepassare le barriere fra economia e società: è la nuova classe dominante. Accanto, una classe media di servizio – tecnologi altamente specializzati – riproduce il modello. Poi i prosumer, insieme produttori e consumatori, spesso inconsapevoli, valutati da metriche algoritmiche di produttività, espropriati di pezzi d’identità. Persino i dipendenti dei grandi capitani del digitale restano ingranaggi subordinati. La macchina oltrepassa i confini aziendali e penetra in altre organizzazioni, comprese le università, santuari della conoscenza. Infine, gli esclusi: chi non si adegua o non può, per limiti economici, logistici o di competenza. Sono spesso fragili e periferici, privati di diritti sostanziali di cittadinanza; basti pensare alle difficoltà di molti anziani nell’accesso ai servizi sanitari se privi di “cittadinanza digitale”. Per la società delle piattaforme gli esclusi sono un costo inutile: ecco perché la narrativa “user-friendly” diventa cruciale. L’inclusione è necessaria al dominio, ma resta funzionale, priva di potere. È un’inclusione secondo la geometria dell’espropriazione: possediamo sempre meno; quasi tutto è accesso in abbonamento, con canoni espliciti o impliciti; l’alienazione cambia forme ma non sostanza, fino a toccare i tratti più profondi dell’identità.
Su scala geopolitica, il digitale ridisegna centri e periferie. Chi controlla l’evoluzione algoritmica detiene un potere strategico globale. Dietro i conflitti caldi affiorano competizioni per risorse cruciali (terre rare, in primis); la nuova guerra fredda tra BRICS guidati dalla Cina e Stati Uniti si gioca in larga parte sulla supremazia digitale. Peter Thiel, fondatore di PayPal e poi di Palantir, è tra gli epigoni di questa retorica, sostenendo esplicitamente la natura tecno-militare dell’AI come strumento a favore del modello occidentale (2007). In questo scenario, anche la regolazione europea – su AI e dati personali – pur condivisibile in astratto, rischia effetti di marginalizzazione; il Sud globale, intanto, resta per lo più fuori dall’arena competitiva.
Con queste lenti, l’assioma gattopardesco – tutto cambia perché nulla cambi – sembra confermato. Le potenzialità digitali non liberano l’umanità verso uno scopo superumano di conoscenza come fine, ma la ricondannano a vecchie disuguaglianze economiche, politiche e sociali. Il capitalismo muta pelle e continua a imbrigliare lo “spirito del mondo”. Marx e Weber, dovunque siano, potrebbero compiacersi. La rivoluzione degli ultimi uomini risulta solo apparente: lo smarcamento dai limiti, auspicato da Thiel, diventa un’operazione che avvantaggia alcuni a scapito di altri, e la difesa di tale vantaggio diventa la posta in gioco.
Resta allora la domanda: è possibile un’altra rivoluzione, ancorata all’utopia creativa della prima stagione digitale? Le fiammate neoluddiste paiono destinate al fallimento, così come regolazioni locali incapaci di incidere globalmente. Forse la via passa per la riconquista dello spazio pubblico da parte del pensiero critico, che esca dalla torre d’avorio e parli alle masse. Non una demonizzazione sterile, ma una nuova retorica positiva che restituisca alla creatività il suo ruolo eversivo. In altri termini, la transizione superumana resta possibile se diventa – paradossalmente – “ultraumana”: un programma politico condiviso e sostenibile, un’ermeneutica capace, anche tramite l’arte, di spingere oltre il limite. Per ora questa consapevolezza è lontana: nemmeno la pandemia, pur accelerando il digitale, ha prodotto l’effetto eversivo sperato; si è rafforzato il capitalismo algoritmico. Ma rivoluzioni culturali ed epistemiche richiedono tempo di sedimentazione. La speranza è di averne abbastanza.
Note
- P. Perulli, Anime creative. Da Prometeo a Steve Jobs, Il Mulino, Bologna 2024.
- D. Cooper, Utopie quotidiane il potere concettuale degli spazi sociali inventivi, Edizioni ETS, 2017.
- S. Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss, Roma, 2019.
- J. van Dijck, T. Poell, M. de Waal et al., Platform Society. Valori pubblici e società connessa, Guerini, Milano, 2019.