Beef 2. L’amore ai tempi del tardo capitalismo

Autore

Andrea Portaluppi

Data

8 Maggio 2026

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5' di lettura

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8 Maggio 2026

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Samsara, avidità e la finitezza di ogni sogno accumulato

Con la seconda stagione, la dramedy coreano-americana di Netflix compie un salto di scala rispetto alla prima. Se Beef 1 era una spirale di rabbia tra due estranei costruita con la tensione di un thriller e la malinconia tragicomica di chi è incapace di smettere di combattere, questa nuova stagione allarga il perimetro fino a trasformarlo in una parabola corale sul capitalismo, sull’amore e sulla ripetizione delle vite umane attraverso le generazioni. A guidarla è ancora Lee Sung Jin, sceneggiatore e showrunner americano di origine coreana, cresciuto tra due culture e due sistemi di valori, capace di osservare il sogno americano con la distanza straniante di chi lo ha scelto senza averlo ereditato, con uno stile comico e feroce insieme, capace di far ridere e immediatamente di far pesare quella risata come un sasso.

Lee Sung Jin ha dichiarato in un’intervista al New Yorker che l’origine del progetto è stata una riflessione su due coppie e poi, per espansione naturale, su come il capitalismo nordamericano colonizzi ogni forma di legame umano, infiltrandosi nelle strutture più intime dell’esistenza. Ad Esquire ha parlato di cicli, di samsara, di un mondo in cui, parole sue, “everyone’s scamming”, inclusi sé stessi. Il filosofo coreano Byung-Chul Han ha scritto ne La società della stanchezza che la società della prestazione trasforma ogni individuo in un imprenditore di sé stesso, costretto a ottimizzare le proprie risorse interiori fino all’esaurimento. I personaggi di Beef 2 sembrano usciti esattamente da quelle pagine: esecutori volontari di una logica interiorizzata così profondamente da scambiarla per desiderio autentico.

La stagione è ambientata in un country club californiano, luogo in cui il capitale si celebra come cultura, le transazioni si travestono da conversazione e il gusto sostituisce il merito come moneta di scambio. Josh vi si muove con la disinvoltura di chi ha capito le regole prima ancora che il gioco cominciasse; Lindsay, sua partner millennial, ha costruito la propria identità sull’estetica, il design, la superficie levigata, come se la bellezza degli oggetti potesse tenere a bada il vuoto che li abita. Sono due casi di sé-come-progetto: persone che hanno trasformato la propria vita interiore in un portfolio, perdendo nel farlo il filo di ritorno verso sé stesse. Ashley e Austin, la coppia più giovane, appartengono alla Gen Z e ne portano tutto il lessico: parlano di confini, autenticità, salute emotiva, con una fluidità che suona come una seconda lingua acquisita prima della prima. 

Jake Schreier, regista di diversi episodi, ha osservato in un’analisi raccolta da Tudum che nella serie «c’è una menzogna in quasi ogni scena». Il punto più sottile è proprio questo: la menzogna più sofisticata porta l’etichetta della terapia. Slant Magazine ha colto con precisione lo scarto generazionale: i giovani hanno assorbito il linguaggio della relazione sana ma faticano a viverlo davvero. C’è un’abissale distanza tra il dire e il fare, tra il dichiarato e l’agito. Questa tensione costante produce un’infelicità già equipaggiata con gli strumenti concettuali per giustificarsi. 

Byung-Chul Han, in Agonia dell’eros, ha descritto come la società contemporanea abbia eroso la capacità di fare esperienza dell’Altro nella sua alterità radicale, riducendo l’amore a una forma di autoreferenzialità narcisistica. I personaggi di Beef 2 incarnano questa diagnosi: anche quando credono di amare, cercano conferma, riconoscimento, posizionamento. La Gen Z porta il vocabolario della coscienza; i millennial portano la competenza dell’adattamento quando non è mera sopravvivenza. Entrambi i set di strumenti finiscono per costruire la stessa prigione, con arredi diversi ma con le stesse fondamenta.

Time Magazine ha sintetizzato il tema con una formula che vale come titolo di un saggio: la serie racconta «What capitalism does to love and what love does in return». La precisione di questa formulazione sta nel suggerire una dinamica reciproca, un’infiltrazione così profonda da rendere impossibile individuare il confine tra il prima e il dopo. I personaggi hanno interiorizzato il capitale così completamente da essere incapaci di distinguere il desiderio autentico dall’investimento strategico, e questa incapacità si configura come una condizione ambientale, come respirare aria contaminata senza saperlo. La Chairwoman Park, la figura più potente della stagione, costruita attorno alla convinzione che ogni gesto umano sia riducibile a una variante sofisticata dell’auto-interesse, incarna questa logica fino alle sue conseguenze più fredde. Ed è proprio il confronto con lei a generare i momenti moralmente più fecondi della serie, quelli in cui il system of the self, come lo chiama Vulture, viene messo alla prova dalla possibilità, sempre improbabile, di un gesto autentico. È la forma di resistenza che Han invoca quando parla della necessità di reintrodurre la perdita e il costo reale come antidoti all’ottimizzazione permanente.

La tradizione buddhista descrive il samsara come il ciclo ininterrotto di nascita, morte e rinascita. In questa cornice, Lee Sung Jin ha dichiarato a Tudum ed Esquire di aver costruito la stagione attorno a una visione ciclica: la sofferenza come struttura e la ripetizione come dato fondamentale del reale. Le due coppie al centro della storia, i millennial Josh e Lindsay e la Gen Z Ashley e Austin, si muovono su gradini diversi della scala sociale e anagrafica, ma condividono la stessa traiettoria sotterranea: credono di essere diverse l’una dall’altra, di portare una correzione generazionale che possa incidere sul reale, ma la serie dimostra con pazienza che stavano lentamente ereditando gli stessi ruoli, la medesima usura, un’equivalente distanza tra il sogno e la sua sostanza. Time lo descrive con una formula geometricamente perfetta: «Everything has migrated one slot to the right». Tutto scivola inesorabilmente verso una casella che il tardo capitalismo ha previsto per ognuno di noi, la ruota ha girato ancora una volta, ma è sempre la stessa ruota con gli stessi ingranaggi. Il capitale seleziona i propri esecutori attraverso le generazioni con l’indifferenza di un meccanismo evolutivo, cambiando il linguaggio dei candidati ma lasciando invariati i requisiti del ruolo.

Beef 2 è, con una precisione che poche opere seriali raggiungono, un’indagine sulla fenomenologia dell’amore in un’epoca in cui ogni relazione tende a essere percepita come investimento, leva, exit strategy e in cui la grammatica stessa del desiderio è stata riscritta dal capitale. Han scrive che la crisi dell’amore contemporaneo nasce dall’incapacità di sopportare l’alterità dell’altro, di accettarne la resistenza senza trasformarla in risorsa da ottimizzare e capitalizzare per sé. È precisamente questa incapacità che la serie mette in scena con le coppie rappresentate i cui gesti di cura nascondo sempre una tattica. Il samsara continua, la ruota gira, ogni generazione eredita il posto di quella che precede credendo di farlo in modo diverso. Eppure, proprio dentro la ripetizione sine die, con la rarità di un’anomalia statistica, può ancora emergere un gesto che il sistema non aveva previsto, un lampo di coscienza che si sottrae alla conversione in rendimento. È poco, è fragile, è l’unica cosa che questa serie, con la sua intelligenza malinconica e la sua onestà feroce, abbia deciso di offrirci come alternativa alla ruota.

Beef (stagione 2) è disponibile su Netflix.

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