Sul libro di Natasha Dow Schüll, Architetture dell’azzardo. Progettare il gioco, costruire la dipendenza

Autore

Veronica Ronchi

Data

24 Aprile 2026

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5' di lettura

DATA

24 Aprile 2026

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Mollie non gioca per vincere. Gioca per sparire. Seduta davanti a una video poker in un casinò di Las Vegas, descrive la propria esperienza come «stare nell’occhio di un uragano»: tutto intorno ruota, ma lei è ferma, sospesa, protetta dalla macchina. Questa immagine — potente e inquietante — apre Addiction by Design di Natasha Dow Schüll, antropologa del MIT, e ne condensa l’intera ambizione: comprendere come un oggetto tecnologico — la slot machine digitale — possa diventare il centro gravitazionale di un’esistenza. Il libro è stato tradotto all’italiano con il titolo Architetture dell’azzardo da Luca Sossella Editore nel 2015 ed è a cura di Marco Dotti e Marcello Esposito, due dei maggiori esperti italiani in tema di ludopatie.

Il libro è il frutto di quindici anni di ricerca a Las Vegas (1992–2007), condotta tra giocatori compulsivi, designer di macchine, manager di casinò e ingegneri del software. Schüll non documenta solo la dipendenza: la seziona nei suoi componenti materiali, mostrando come l’industria del gambling abbia trasformato la tecnologia in un sistema di precisione per l’estrazione del tempo, del denaro e dell’attenzione umana.

La tesi centrale è provocatoria: la dipendenza dal gioco d’azzardo elettronico non è semplicemente una patologia individuale, ma emerge dall’interazione tra soggetto e macchina. Le slot non sono strumenti neutri: sono oggetti progettati — deliberatamente, meticolosamente — per generare quello stato dissociativo che i giocatori chiamano la zone, una bolla sospesa in cui il tempo, il denaro e l’identità sociale si annullano. L’autrice cita il ricercatore Howard Shaffer: la dipendenza emerge quando «l’interazione ripetuta con un oggetto specifico produce in modo affidabile uno spostamento soggettivo desiderato». Il contributo di Schüll è mostrare che questo oggetto non è passivo.

La struttura del libro, divisa in quattro parti (Design, Feedback, Addiction, Adeguamenti), segue la logica di un sistema: prima si mostra come l’ambiente venga costruito per attrarre e trattenere il giocatore, poi come la macchina lo ancori e lo sfrutti, infine come i tentativi di cura si rivelino paradossalmente contigui alla dipendenza stessa.

La sezione sul design è la più originale e spiazzante. Schüll analizza le “tredici leggi” del guru del design dei casinò Bill Friedman, che prescrivono soffitti bassi, corridoi sinuosi, nicchie isolate, atmosfere sonore calibrate al decibel: tutto concorre a produrre quello che Friedman chiama «happy imprisonment», un intrappolamento piacevole. Il casinò non costringe: seduce. Un profumo ambientale ha aumentato i ricavi delle slot del 45% in un esperimento. Le macchine rispondono al tocco prima ancora che il dito le raggiunga. I sedili si regolano all’altezza del corpo. Il sistema TITO elimina le monete e con esse ogni pausa di riflessione. Il denaro diventa «carburante per la zone»: non un fine, ma un mezzo per comprare continuità.

Particolarmente acuta è l’analisi del generatore di numeri casuali (RNG) e della mappatura virtuale dei rulli: tecnologie invisibili che consentono all’industria di controllare con precisione millimetrica l’esperienza del giocatore — i “quasi-miss”, la frequenza delle piccole vincite, il ritmo delle perdite — pur mantenendo l’apparenza del caso puro. Il caso, insomma, è progettato.

Uno dei meriti più significativi del libro è il rispetto con cui Schüll tratta i suoi informatori. I giocatori compulsivi non vengono presentati come vittime passive o soggetti irrazionali: sono, al contrario, testimoni lucidissimi della propria condizione. Katrina scrive all’autrice: «anche mentre una parte della mente è perduta, un’altra è acuta e consapevole di ciò che accade, ma sembra incapace di intervenire». Sharon, ex medica, gioca «per tenere il caso a bada»: nella macchina, a differenza del mondo umano, sa sempre cosa aspettarsi. Mollie disegna una mappa della propria vita quotidiana — il lavoro, il supermercato con le slot, il casinò, i Gamblers Anonymous — e si ritrae al centro, davanti a una macchina, sospesa nel “nessun luogo” della zone.

Queste narrazioni in prima persona, lungi dall’essere semplici illustrazioni qualitative, costituiscono il nucleo teorico del libro. La zone non è un capriccio psichiatrico: è una risposta razionale alla precarietà dell’esistenza contemporanea, all’ansia, alla solitudine, all’instabilità economica. La macchina offre ciò che il mondo sociale non garantisce: continuità, risposta immediata, certezza dell’interazione. In questo senso, la dipendenza dalle slot è leggibile come un sintomo culturale, non solo clinico.

Il libro tiene insieme livelli di analisi molto diversi: etnografico, tecnico, teorico e politico, senza che nessuno sovrasti gli altri. La scrittura è densa ma mai oscura; l’apparato concettuale — che attinge a Foucault, Deleuze, Latour, Winnicott — è sempre al servizio dell’analisi concreta, mai fine a sé stesso.

Se c’è un limite, è la tendenza a enfatizzare la macchina come fattore causale privilegiato, talvolta a scapito delle variabili biografiche e socioeconomiche che pure l’autrice riconosce. La sezione conclusiva sulla regolazione, pur puntuale, rischia di scivolare in un registro più descrittivo che propositivo. Resta aperta, infine, la domanda su quanto le conclusioni — elaborate sulla specificità estrema di Las Vegas — siano generalizzabili ad altri contesti.

Tuttavia, in un’epoca in cui algoritmi, notifiche e interfacce sono progettate con le stesse logiche di ottimizzazione dell’attenzione e del tempo che Schüll documenta nelle slot machine, il suo lavoro acquista una risonanza che va ben oltre le sale da gioco di Las Vegas.

La tesi che la dipendenza sia una co-produzione — né solo dell’individuo né solo della macchina, ma del loro incontro — è al tempo stesso semplice e radicale. Costringe a ripensare la responsabilità come qualcosa che emerge dalla relazione, e che deve essere affrontata a quel livello.

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