Sta emergendo in Italia un cambio di paradigma silenzioso ma profondo: il modo di “prendersi cura” non coincide più soltanto con l’intervento sanitario o l’assistenza sociale, ma si estende al terreno della cultura, delle relazioni e dei luoghi condivisi. Il recente protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura e il Ministero della Salute sulla prescrizione sociale e culturale sancisce questa trasformazione, riconoscendo formalmente il valore terapeutico e preventivo della cultura.
Non è un atto neutro. È, piuttosto, una scelta politica e culturale che ridefinisce il perimetro del welfare: riconoscere alla cultura la capacità di incidere sul benessere significa ammettere che la salute è un fatto complesso, che riguarda il corpo ma anche l’anima, le relazioni, il senso di appartenenza e la possibilità di immaginare il proprio futuro1.
Dall’assistenza alla generatività: la strada dell’innovazione sociale
Il welfare tradizionale è stato storicamente chiamato a intervenire laddove si manifestava una mancanza: povertà, marginalità, isolamento, fragilità. Oggi, però, questo modello mostra i suoi limiti di fronte a vulnerabilità sempre più mobili, intrecciate e diffuse, che attraversano dimensioni sociali, economiche, culturali ed educative.
Per questo si fa strada un’idea di welfare anticipatorio e generativo, capace non solo di rispondere ai bisogni, ma di intercettare desideri, aspirazioni e potenzialità. Non basta più “riparare il danno”: occorre costruire le condizioni perché le persone e i territori possano fiorire.
Ciò implica un passaggio concettuale rilevante: dalla logica delle reti di servizi a quella del “paesaggio culturale sociale”, inteso come un ecosistema di relazioni e spazi condivisi. In questa prospettiva, diventano centrali luoghi che tradizionalmente non appartengono al welfare: biblioteche, musei, teatri, parchi, scuole, piazze, ma anche bar, stazioni, aziende. Luoghi quotidiani che, se ripensati, possono trasformarsi in infrastrutture sociali, capaci di produrre incontro, ascolto e cura.
Il benessere come paesaggio condiviso
Questa visione ci invita a considerare il benessere non come una condizione individuale, ma come un bene relazionale. La salute di ciascuno è intrecciata con la qualità delle relazioni che lo circondano, con la possibilità di sentirsi parte di una comunità, di partecipare, di essere riconosciuto.
Il welfare culturale, in questo senso, svolge una funzione strategica: non si limita a colmare carenze, ma attiva risorse latenti, valorizza territori fragili ma ricchi di senso – come molte aree interne – e sostiene le persone non solo come destinatari di prestazioni, ma come soggetti attivi di trasformazione.
Prendersi cura, allora, significa custodire relazioni perché sono fragili ma, soprattutto, perché sono preziose. È un gesto che ha una dimensione etica e politica insieme: costruire legami, aprire possibilità, tenere insieme speranza e realtà.
Che cosa significa “prescrizione sociale” nel contesto del welfare culturale
La prescrizione sociale non è una terapia in senso stretto. Non prevede farmaci, ma percorsi: partecipazione ad attività culturali, laboratori artistici, pratiche creative, momenti di socialità, esperienze comunitarie. Il tutto accompagnato da una relazione di cura che è accogliente, motivante e abilitante.
Al centro non c’è la prestazione, ma la persona nella sua interezza. L’obiettivo è rafforzare le capacità di prendersi cura di sé e degli altri, contrastare la solitudine, alimentare il senso di appartenenza e favorire processi di guarigione che sono tanto emotivi e relazionali quanto, indirettamente, fisici.
Il protocollo sulla prescrizione sociale, in questo senso, è anche un investimento sulle connessioni: riconosce che la cura autentica è sempre un racconto condiviso, un processo collettivo, un’apertura verso scenari nuovi.
Una nuova narrazione dell’arte nel welfare
L’ingresso dell’arte nel campo del welfare produce un effetto trasformativo. L’arte ricuce legami dove c’è distanza, crea comunità dove c’è isolamento, rompe la logica puramente funzionale della prestazione e apre quella, più feconda, della possibilità.
Il welfare culturale ci educa ad abitare non semplicemente “case”, ma “città”, per riprendere l’intuizione di Giorgio La Pira2: non spazi chiusi e solitari, ma luoghi di relazione, confronto e crescita reciproca.
In definitiva, prendersi cura non significa solo intervenire sul ‘disagio’, ma creare le condizioni perché qualcosa di nuovo possa nascere. È un’idea di welfare che non guarda solo alle ferite, ma anche alle germinazioni; non solo alle fragilità, ma alle potenzialità. Un welfare che, alleandosi con la cultura, prova a costruire non solo società più protette, ma società più vive.
Note
- Il presente contributo è una rielaborazione di: A. Percoco, Welfare e cultura: un’alleanza politica che cambia il modo di ‘prendersi cura‘, in “Vita”, 10 febbraio 2025.
- Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, nel 1954, in occasione della consegna delle chiavi agli assegnatari dei primi 5.500 vani costruiti nella città “satellite” di Firenze sulle Rive dell’Arno, NdA.