Nel 1976 i sociologi francesi Pierre Bourdieu e Luc Boltanski pubblicavano il saggio La production de l’ideologie dominante sulla rivista Actes de la recherche en sciences sociales1 dove venivano analizzate le produzioni discorsive degli attori dominanti nella società francese. L’analisi mostrava come le stesse non avessero solo una funzione di spiegazione della realtà ma – performatività del linguaggio – ne orientassero il funzionamento e lo sviluppo della società stessa, giustificando con certe parole d’ordine un ordine sociale. Se la funzione manifesta era di rendere conto della realtà, quella latente era di orchestrarne il funzionamento e garantire la riproduzione di un sistema ristretto di relazioni di potere: l’innovazione linguistica a servizio della conservazione.
L’elemento di novità non era nel fatto che quei discorsi originassero da uno “spirito di corpo” tra attori ai punti apicali di un sistema di potere – non da ultimo quello giornalistico, centrale per la produzione della doxa, concetto bourdieusiano che contesta quello di “opinione pubblica”.
Al netto delle revisioni, tale approccio ha ispirato numerosi lavori di ricerca sui rapporti tra ordine sociale e discorso che mostrano come la funzione del discorso vada ben oltre la mera comunicazione.
Attraverso concetti e parole chiave gruppi e organizzazioni co-producono un determinato ordine sociale e l’accettabilità del suo funzionamento.
Che non tutto sia linguistico nel linguaggio è chiaro nell’interesse che hanno grandi organizzazioni nel produrre documenti e testi per definire il “quadro significativo” (frame) dei problemi, la cornice con cui significarli in un certo modo e indirizzarli verso percorsi di gestione politica.
È il caso piuttosto lampante del concetto di “resilienza”, termine che dal campo ingegneristico è passato alle questioni ambientali e alla società in generale divenendo nuovo senso comune.
Nei sistemi tecnici o artificiali definiti dall’ingegneria la resilienza si caratterizza infatti per la “reattività” a condizionamenti o stati di stress esterni a una struttura, e prevede la capacità di rispondere per ripristinare lo stato strutturale iniziale di equilibrio. Esprimendo dunque una funzione adattiva, pertinente nei sistemi fisici o artificiali, l’idea di resilienza presenta più di una criticità nei sistemi sociali o politici, dove la stessa garanzia dell’ordine sociale, benché necessaria, poggia su insiemi di valori e rapporti di forza che non sono riducibili a uno stato “naturale”. Salvo scadere nel determinismo, le disuguaglianze e il potere non sono infatti elementi naturali ma condizioni storicamente determinate da processi culturali e politici che non possono escludere l’idea di intenzionalità e di conflitto.
Benché i sistemi sociali riproducano alcune analogie di quelli naturali o artificiali, si distinguono per modalità di risposta e per la capacità di pensare alternative, innescare processi di apprendimento in grado di innovare le modalità di auto-organizzazione e i rapporti tra le componenti.
La risposta agli stati di crisi prevede dunque non solo il riferimento alle esperienze passate, a una risposta che elabori una forma di adattamento, ma anche la prefigurazione di alternative e orizzonti di senso nuovi.
Applicare il concetto di resilienza alle crisi economiche o ecologiche non fa che costringere entro certi vincoli conservativi le capacità di rigenerazione dei sistemi sociali che sono basati sulla riflessività.
Come affermano gli studiosi di democrazia deliberativa John Dryzek e John Pickering2, non è un caso che la resilienza venga invocata su palcoscenici come il World Economic Forum che si ritrova ciclicamente a Davos, in Svizzera. Un forum che pur dibattendo di temi rilevanti non può essere considerato di certo nella sua composizione come votato al cambiamento sociale. L’evocazione della resilienza non ha altro scopo che «una trasformazione che preservi il sistema»3.
Su molte questioni del nostro tempo, come quelle ecologiche, i linguaggi delle scienze naturali e quelli delle scienze sociali interagiscono in modi che dovrebbero essere analizzati in maniera più accurata di come invece non avviene nell’immensa reportistica delle più prestigiose istituzioni internazionali. Se le scienze naturali dispongono di enormi strumenti tecnici per elaborare modelli sempre più accurati e operare rilevazioni su sempre maggiore scala, è proprio sul linguaggio, ovvero sul significato di ciò che si osserva e sulla sua implicazione politica che andrebbe posto un maggiore accento. A tal riguardo, maggiore riflessività dovrebbe essere posta anche sulle gerarchie di campo – per riprendere Bourdieu – dove alcune discipline vengono sovraordinate – le scienze naturali e in particolare quelle applicate – e altre rivestono ancora un ruolo ancillare – le scienze sociali. Il dominio di campo di alcuni saperi non è solo di potere accademico, ma si riscontra anche sul lato politico, delle politics – i discorsi egemonici – e delle policy – le soluzioni.
Il caso che più richiama l’attenzione è indubbiamente quello del cambiamento climatico (o surriscaldamento globale). Nonostante sia oggi una delle questioni più rilevanti, nuove criticità sono emerse nel rapporto tra evidenza scientifica e politica ambientale. L’emergere dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha generato reti di scambio di conoscenze tra le più avanzate per numeri e scala.
Tuttavia, la predominanza di scienze fisiche, naturali e ingegneristiche, fondamentali nell’indagare la natura del cambiamento climatico, ha presentato problemi nel passaggio alla formulazione di policy e nell’immaginazione dell’ordine sociale “più adatto” ai cambiamenti di temperature rilevati.
È come se la rilevanza del clima nelle questioni odierne, trattato come questione fisica e naturale, abbia finito per trattare le questioni sociali e politiche ad esso legate con gli stessi metodi e gli stessi modelli. Il rischio che si corre seguendo il paradigma di questa “egemonia climatica” è molteplice.
In primis quello di pensare che le decisioni sul tipo di società in cui viviamo dipendano solo dalle evidenze scientifiche, e non invece, che le scienze servano a dare evidenza del tipo di società che immaginiamo, di idee di giustizia e libertà che abbiamo in mente e perseguiamo. E proprio per questo appaiono paradossali gli attacchi delle nuove forze populiste reazionarie che anche negli Stati Uniti hanno preso come obiettivo “la scienza” e le università definite come covi di forze progressiste. All’attacco esplicitamente ideologico di forze libertariane della destra americana e internazionale che mobilitano quadri discorsivi strumentali – l’IPCC come espressione di una scienza cosmopolita e di sinistra, che limita la libera impresa e i diritti individuali – è rischioso rispondere con una simmetrica difesa reattiva della scienza come neutra e oggettiva.
Il secondo elemento di rischio riguarda invece quella che il climatologo Mike Hulme ha definito il “riduzionismo climatico” ovvero la valutazione di rilevanza dei fenomeni solo in virtù della loro correlazione col clima4.
Riprendendo Hulme, fenomeni come la guerra civile in Siria non possono essere spiegati con l’aumento delle temperature, riducendo quindi questioni sociali a effetto di fenomeni atmosferici.
Anche l’altro grande tema planetario del nostro tempo, la biodiversità, corre il rischio di cadere in simili vicoli ciechi. L’emergere dell’Intergovernmental Panel on Biodiversity and Eco-system Services (IPBES) ha in parte emulato struttura e funzionamento dell’IPCC. Divenendo così un oggetto di confine, la biodiversità ha attraversato diverse discipline divenendo problema conteso tra biologi, ingegneri, economisti. La progressiva estensione del campo di osservazione di problematiche legate alla biodiversità ha fatto sorgere contese riguardo la priorità di conservazione di alcune specie su altre. E in altri casi, ha finito per passare da problema di “estinzione” a questione di “promozione” e “valorizzazione” del proprio apporto alla natura e alla società come “servizio eco-sistemico”.
Non solo un problema di riduzionismo economistico intaccherebbe i discorsi sulla biodiversità, ma anche una tendenza a vedere una varietà di problemi assai diversi tra loro dentro un unico concetto ombrello, porterebbe a nuove forme di determinismo, come quando si tenta di spiegare addirittura la biodiversità come strumento per la coesione sociale. O come quando si cerca nella promozione di alcune specie un’utilità in termini di servizi ecosistemici a prezzi o costi inferiori rispetto a opere di altro tipo, così svincolandosi da origine e responsabilità sociali di fenomeni di deterioramento ambientale. Il lavoro dei castori sarebbe quindi utile e più conveniente nella prevenzione delle alluvioni, riducendo le alluvioni a problema contingente, risolvibile con “soluzioni ispirate alla natura” (nature-based solutions), deresponsabilizzando i processi politici con cui si accetta o no uno stato di cose e un determinato ordine sociale esistente.
O ancora, utilizzare l’intelligenza artificiale per esplorare riserve di natura inaccessibili all’umano e “scoprire” nuove forme di biodiversità è tanto interessante quanto rischioso se non si tengono a mente forme di consumo di risorse legate a nuove tecnologie e l’alimentazione dei data center. Sostituire fattori di produzione non rinnovabili con fattori rinnovabili è sicuramente preferibile ma non pone in discussione il modello produttivo. In entrambi i casi si cela un certo dominio discorsivo del soluzionismo tecnologico che riduce le idee di società e le vincola a un certo business as usual. In molti casi, come anche ha riscontrato lo stesso IPBES nei suoi ultimi report, il riduzionismo economicistico opera una forma di violenza simbolica nei confronti di altri tipi di saperi, quali quelli indigeni, quindi riduce la biodiversità dei saperi, costringendola al linguaggio delle grandi agenzie internazionali quali la World Bank o il WTO, i veicoli principali del concetto di capitale naturale.
La sempre più evocata – ma necessaria – co-produzione tra scienze naturali e sociali sulle questioni ecologiche richiede quindi maggiore reciprocità e simmetria, anche a partire dal linguaggio e dai suoi effetti performativi. In particolare, concetti come quello di resilienza non possono passare dall’ecologia alla società senza un esame di quali vincoli del sistema preso in oggetto consideriamo passibili di critica, quali tipo di mutamenti consideriamo necessari. E, per dirla con Merton, quali funzioni sono in realtà disfunzionali alla realizzazione di un sistema più giusto ed è giusto correggere. Più che un’integrazione che unifica i paradigmi c’è bisogno di recuperare nel linguaggio e nella prassi l’idea di pluralismo e di critica. Riconoscere l’aspetto performativo del linguaggio e degli interessi sociali che esprime è il primo passo per rendere giustizia e trasparenza al processo democratico. Tanto i linguaggi quanto gli strumenti della scienza sono mezzi dentro un campo di relazioni e di forza che decidono in che modo co-produciamo l’ordine sociale ed ecologico in cui viviamo.
Note
- P. Bourdieu, L. Boltanski, La Production de l’Ideologie Dominante, in “Actes de la recherche en sciences sociales”, 2,2,3, 1976, pp. 3-73
- J. Dryzek e J. Pickering, The Politics of the Anthropocene, Oxford University Press, 2019.
- L. Olsson, Why Resilience Is Unappealing to Social Sciences: Theoretical and Empirical Investigations of the Scientific Use of Resilience in “American Association for the Advancement of Science”, 2015, pp. 1-11
- M. Hulme, Reducing the Future to Climate: A Story of Climate Determinism and Reductionism in “Osiris. The History of Science Society”, 26, 1, 2011.