Disturbi alimentari in adolescenza

Anoressia e bulimia danno oggi voce in modi nuovi a conflitti evolutivi di ogni tempo. Che cosa chiedono i ragazzi agli adulti, che cosa cercano in rete?

Autore

Paola Morra

Data

2 Giugno 2025

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5' di lettura

DATA

2 Giugno 2025

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PAROLE CHIAVE


Covid

Psicologia

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A partire dalla pandemia abbiamo assistito a un’impennata della sofferenza psichica giovanile. La portata di questo fenomeno è ancora da comprendere: al di là degli effetti immediati, occorre tempo perché un disagio successivo a un trauma si strutturi. La nostra mente dà un senso agli eventi dirompenti soltanto a posteriori, quando incontra un ostacolo che la costringe a risignificarli e a metterli in rapporto con il proprio tempo di vita. Adolescenti chiusi in casa con famiglie disorientate e spesso in conflitto, fortemente limitati nella normale socialità, sottratti ai riti di iniziazione (il passaggio alla scuola superiore, il diciottesimo, l’esame di maturità) hanno talvolta stretto i denti e resistito, per poi infrangersi contro la ripresa delle normali attività e i passaggi di vita successivi.

 Così, in tutto l’Occidente assistiamo a una crescita netta delle richieste di presa in carico di giovani (perlopiù ragazze) con disturbi alimentari1. Sarebbe ovviamente scorretto interpretare ciò come una semplice conseguenza della pandemia; nondimeno, una riflessione in merito sembra opportuna.

 La diffusione del Covid ci ha improvvisamente confrontato con la vulnerabilità del corpo, minacciato di intrusione da parte di un patogeno sconosciuto e di vaccini nuovi, percepiti come salvifici, ma spesso come infidi; d’altro canto, ha sottratto il corpo al contatto umano, dissociandolo dalle attività quotidiane e relegandolo in un’area esclusa dal campo delle videocamere. Questo paradosso, l’invasione e l’assenza, la centralità e l’obliterazione del corpo, richiama in effetti un nodo dei disturbi alimentari, specie dell’anoressia, in cui si osserva una dissociazione simile. Da un lato c’è il corpo, segnato da angosce di intrusione e negato nel suo bisogno vitale di apporti agognati e aborriti, dall’altro la mente, sovrainvestita e vissuta come incorporea garanzia di salvezza. Non a caso molte anoressiche, da allora, hanno accolto con sollievo l’opzione della cura online. A volte questo ci ha aiutato ad aggirare le loro barriere, con l’ovvio rischio però di lasciar fuori, alla lettera, un aspetto centrale del problema: il corpo, appunto. Il loro, dove si annida la psicopatologia, ma anche il nostro: entrambi fonte di stimoli sensoriali e di fantasie che sono parte essenziale di ogni incontro. Può essere rischioso differenziarci troppo dai compagni virtuali con cui le ragazze intrattengono rapporti, così come è dannoso ri-alimentare in eccesso qualcuno che sia denutrito; pure, non possiamo dimenticare di avere dei corpi.

A tale proposito, vorrei ricordare che da tre decenni esistono siti e forum dedicati alle persone con disturbi alimentari, dove le ragazze si incontrano virtualmente. Questi ‘luoghi’ hanno oggi una doppia valenza: da un lato di sana ricerca di condivisione e mutuo riconoscimento, dall’altro di creazione di comunità settarie a impronta paranoide. Così, vi troviamo, a volte fianco a fianco, una miscela di contenuti: genuine richieste di soccorso («non riesco a smettere di abbuffarmi, qualcuno può darmi aiuto?») e offerte di supporto da chi già si sta curando; d’altro canto, condivisione di trucchi per nascondere il proprio stato («come eliminare l’odore del vomito»)2, per giungere fino ad orgogliose rivendicazioni della propria ‘scelta di vita’ anoressica o bulimica. Storicamente, i primi a nascere sono stati proprio i siti ‘pro-ana’ e ‘pro-mia’ (pro-anoressia/bulimia), perlopiù americani, ora in parte oscurati (ma accessibili nel dark web), che propagandano tale ‘scelta’ come il fondamento di un percorso di ascesi delirante. Leggiamo nel Credo dedicato alla dea Ana: «Io credo nel controllo, l’unica forza abbastanza potente da portare ordine nel caos che è il mio mondo». E ancora: «Io credo di essere la persona più vile, senza valore ed inutile mai esistita al mondo, indegna del tempo e dell’attenzione di chiunque»; «Io credo nella salvezza attraverso l’inedia»3. Immagini di ragazze scheletrite dagli occhi vuoti come nei ritratti di Schiele sottolineano, qua e là, questi contenuti. Sono immagini a forte impatto, magnetiche e respingenti. Si comprende come possano indurre una fascinazione perversa e sostenere condotte di dipendenza. Navigando nei blog dove le ragazze si parlano, si coglie un mondo caotico e frammentato, in lotta contro un vuoto cosmico e in disperata ricerca di una forma, sia essa vitale o mortifera: lo stesso vissuto che caratterizza l’incontro con molte di loro.

Naturalmente, il web non è la causa della diffusione dei disturbi alimentari negli ultimi decenni, ma può influenzarne la forma e fornirvi nuovi canali d’espressione, permeando la cultura adolescente e la sintomatologia con i modelli della nostra società. Nei disturbi alimentari, Elena Riva rileva, ad esempio, uno spostamento dalla ricerca di magrezza di tipo ascetico, caratteristica della seconda metà del Novecento, a forme più salutistiche e prestazionali, conformi ai nuovi ideali femminili di forza e autonomia4. Questi modelli si intrecciano con le costanti del processo di sviluppo adolescenziale e con i suoi ostacoli. Se infatti l’odierno dominio dell’immagine rinforza l’espressione corporea del conflitto, le radici di questo toccano l’essenza di un compito evolutivo senza tempo, che investe, a partire dal corpo e dalla sua immagine, la riorganizzazione globale dell’identità. 

Sono le trasformazioni corporee della pubertà, normalmente, a mettere in moto il processo adolescenziale. È dunque ben comprensibile che la sofferenza psichica dei ragazzi si organizzi perlopiù attorno a questioni che riguardano il corpo. Le manifestazioni di disagio, d’altra parte, non hanno per forza un significato patologico, e in ogni caso veicolano un messaggio agli adulti, non solo ai clinici, in quanto persone che hanno vissuto la propria adolescenza. I ragazzi sembrano implicitamente chiederci come noi abbiamo risolto il nostro problema identitario attorno al corpo; com’era stato per noi, alla loro età, affrontare la vergogna, la paura e la gioia di scoprirci in una nuova pelle; in quali modi abbiamo messo in gioco il nostro corpo e se l’abbiamo mai messo in pericolo; se abbiamo il coraggio di immergerci di nuovo nella nostra pubertà per cercare di capire la loro, che è necessariamente uguale e diversa, perché la stessa biologia e gli stessi compiti evolutivi danno forma, nel tempo, a menti e a culture del corpo differenti; infine, se sappiamo guardarli mentre sbocciano, e noi decadiamo, senza invidiarli e colpevolizzarli. 

Certamente a molti ‘vecchi’ la contemporaneità appare poco comprensibile o respingente. Siamo tentati di disconoscere le analogie con ciò che abbiamo vissuto, rinunciando alla curiosità per un mondo, quello degli adolescenti ipermoderni, che ci appare alieno. Questo può rinforzare il loro normale sentimento di solitudine e perdita di protezione. La domanda di onestà intellettuale e affettiva a noi posta riguarda tutti gli adolescenti, dal ragazzo ‘sano’, a quello che attraversa una crisi evolutiva, magari eclatante, che forse rientrerà se insieme ne troviamo il bandolo, alla ragazzina gravemente anoressica che pare aggrapparsi alle proprie ossa per restare psichicamente viva.

Molte ragazze, confrontate con un fisico che sfugge loro di mano, attraversano una fase di sfumato disturbo alimentare. Il corpo infantile è perso per sempre, con la sua armonia e con le cure amorevoli e non conflittuali che sollecitava. Il corpo nuovo è irreversibilmente femminile e inizia a perdere sangue, come dotato di intenzione propria. È troppo simile a quello della madre, con cui spesso ci sono stati conflitti. È capace ormai di godere e di procreare, prerogative, fino a quel momento, della madre stessa; e questa potrebbe non tollerare di cedere il testimone alla figlia, almeno nelle fantasie di lei, o sentirsene danneggiata; o, ancora, per la ragazza può esservi un rischio concreto di confondersi con lei, perdendo i propri confini e la propria identità.

 Eva, venticinquenne ex-anoressica, da preadolescente era convinta che non avrebbe mai avuto le mestruazioni. Sua madre aveva reagito con grave angoscia alla notizia della gravidanza da cui è nata questa unica bambina. Donna in carriera di famiglia benestante, aveva sempre voluto gestirsi da sola, senza dipendere da nessuno. La ragazzina era cresciuta con un’idea simile e percepiva sua madre a un tempo come fragile e potente. Il padre, gran lavoratore, era stato poco presente nella sua infanzia e molto desiderato. Eva aveva sempre fuggito le relazioni di dipendenza, specie con i ragazzi. Aveva controllato il cibo, che selezionava e razionava, nello stesso modo in cui in seguito avrebbe regolato la distanza dalle persone, a cui si sottraeva con lunghi viaggi solitari.

Per un’adolescente, controllare il cibo assume a un tempo diverse valenze: è un modo per esprimere concretamente la nostalgia del corpo infantile, non sessuale, controllandone la crescita; per affermare la propria identità e la differenza dalla madre; per negare la dipendenza da lei, stimolandone allo stesso tempo, in modo paradossale e ambivalente, l’interesse e le cure perdute; per richiamare il padre al proprio ruolo.

Ricordo Rita, una ragazza anoressica diciassettenne che cedeva ad abbuffate quando, come spesso accadeva, stava sola in casa. Era figlia di genitori separati, dediti alla carriera. La vidi poche volte, quasi sempre online «perché non aveva tempo»; ripresasi appena, partì per un viaggio di studio per lei irrinunciabile. Aveva un corpo infantile e, dopo la pubertà, le sue mestruazioni erano state sporadiche. Faticava a capire le sue coetanee e i loro interessi, che giudicava frivoli, sentendosene però esclusa. Studiava molto per affrontare esami difficili che le avrebbero aperto le porte di un’università straniera molto selettiva. Per il resto, stava fisicamente avvinghiata alla madre, che in altri momenti respingeva con rabbia. Allontanarsi per studiare rappresentava la quadratura del cerchio: distanziarsi, facendo però sue le aspirazioni della madre, senza dunque veramente separarsi da lei.

In conclusione, non si può porre una distinzione qualitativa fra i disagi fisiologici dell’adolescenza e il disturbo psichico. Come sostiene Philippe Jeammet, i nodi delle patologie alimentari non sono che un’esasperazione del paradosso vissuto nell’adolescenza normale: «ciò di cui ho bisogno è ciò che mi minaccia»5. Ogni ragazzo si sente minacciato da ciò di cui non può fare a meno: la relazione e i suoi apporti nutritivi, concreti e metaforici. In questa fase, più che mai, il rapporto riapre temi antichi e spaventosi di dipendenza, inferiorità, disagio corporeo. In alcuni casi l’intensità delle angosce porta a una rottura dello sviluppo: i disturbi alimentari conclamati possono esserne una manifestazione estrema. Sono allora le relazioni d’aiuto terapeutiche e educative che permettono di ricondurre l’angoscia a un livello tollerabile e di riprendere lo sviluppo. 

Sulla questione della cura farò un’ultima considerazione. Ho parlato dell’aumento dei disturbi alimentari e del web come risposta autogestita, a volte con valore di aiuto, a volte anti-relazionale. Ciò con cui oggi dobbiamo fare i conti non è tanto, credo, un mutato senso dei disturbi, ma il fatto che le nostre proposte, volte a sostenere l’assunzione di un progetto di vita, possono andare in direzione contraria alle rivendicazioni identitarie conformistiche sostenute dalla rete. L’omologazione nel gruppo dà forza, permette di eludere il conflitto e lo fa divenire un fatto ‘politico’. Non è certo quello che noi auspichiamo, ma dobbiamo tenere conto di questo rischio.

Note

  1. M. Pastore et al., Alarming Increase of Eating Disorders in Children and Adolescents, in “The Journal of Pediatrics”, Vol. 263, 113733, dicembre 2023.
  2. https://www.tumblr.com/communities, blog oscurato.
  3. Anastart, https://anastart.weebly.com/ana-creed-and-thin-commandments.html
  4. E. Riva, Fragili amazzoni, Franco Angeli, Milano, 2022.
  5. Ph. Jeammet (ed. or. 2004), Anoressia e bulimia, Franco Angeli, Milano, 2006, p. 14.
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