Perché mi sono soffermato così a lungo su questa vicenda? Perché è proprio questo mondo che sta rilanciando l’idea del mutualismo. L’ultimo libro scritto da Sara Horowitz reca infatti il titolo Mutualism: Building the Next Economy from the Ground Up, Random House 2021. È un mutualismo profondamente diverso da quello ottocentesco, È un’idea di mutualismo che non parte dalla miseria del proletariato, come nell’Ottocento, ma dalla crisi della middle class. È un mutualismo degli anni Duemila.
A livello internazionale forse ancora più interessante è stato l’incontro con SMART, Société Mutuelle des Artistes, un ente con sede a Bruxelles e filiali in nove paesi europei, tra cui l’Italia (https://smartbe.be, www.smartit.coop). È un ente mutualistico che offre tutele al mondo di coloro che lavorano nello spettacolo mediante diversi servizi, il più importante dei quali è l’anticipo dei loro compensi dietro pagamento di una percentuale, a dimostrazione che il problema della puntualità dei pagamenti è fondamentale per soggetti che lavorano in maniera intermittente. SMART in pratica rileva il contratto di prestazione del socio, anticipa il pagamento e poi si rivale sul committente firmatario del contratto. In Italia è utile in particolare a quei professionisti indipendenti che non hanno partita IVA, perché versano i contributi previdenziali al Fondo ex ENPALS dell’INPS e sono numerosi tra i lavoratori dello spettacolo e gli sportivi professionisti.
L’Associazione ACTA non ha certo raggiunto l’estensione e la popolarità della FU e tantomeno di SMART, ma qualche risultato significativo è riuscita a portarlo a casa, come l’emanazione dello ‘Statuto del Lavoro Autonomo’ da parte del governo Renzi (L. 81/2017, entrata in vigore il 1 giugno 2017). Più di recente, all’interno di ACTA si sono costituiti dei gruppi specifici per attività professionale, come quello dei collaboratori esterni delle case editrici (Redacta) che sta tentando ora di mettere in pratica una prima azione di contrattazione collettiva. ACTA è riconosciuta come rappresentanza dei freelance ed è presente nella Consulta sul lavoro autonomo e le professioni del CNEL. Svolge anche un importante lavoro di ricerca, come quello sul mondo dell’audiovisivo (cinema, televisione ecc.) che ha messo in luce il drammatico peggioramento delle condizioni di lavoro e soprattutto dei diritti dei lavoratori. La ricerca, pubblicata dalla Fondazione Brodolini, ha lanciato un grido d’allarme sullo strapotere di multinazionali come Netflix e Amazon Prime (Dietro le quinte. Indagine sul lavoro autonomo nell’audiovisivo e nell’editoria libraria, 2022). Proprio contro questo strapotere si sarebbe scatenato un anno dopo, nell’estate del 2023, lo sciopero durato tre mesi degli sceneggiatori e degli attori di Hollywood, iscritti alla WGA, Writers Guild of America, e alla SAG, Screen Actors Guild.
Dalle società di mutuo soccorso ai quasi-sindacati, dai proletari del primo Ottocento ai freelance del nuovo millennio. Io penso che non è possibile parlare di storia (e il libro di Paolo Perulli è un libro che parla della storia del genere umano, come ho scritto all’inizio), senza le lenti della dimensione di classe. È come se in un libro di filosofia mancasse il vocabolo ‘ragione’. Anche l’uso del termine ‘anima’ non mi convince, preferisco parlare di corpi. E quando penso ai ‘creativi’ non riesco a vederli come quegli abitanti felici di spazi urbani di cui parlava Florida (lui stesso poi ha corretto questa immagine), penso piuttosto a quei freelance che non riescono nemmeno a fatturare 10 mila euro in un anno e ritengono i 50 (cinquanta) euro d’iscrizione a ACTA una cifra eccessiva. Oppure penso a figure come quella di Rafael Espinal, Executive Director della Freelancersunion, uno di quelli che ha assicurato la successione di Sara Horowitz.
Anche lui di Brooklyn, quartiere di Cypress Hills, dove criminalità, disoccupazione e mancanza di servizi sono all’ordine del giorno. Si è raccontato in un’intervista pubblicata sul sito dell’associazione (https://thegreatdiscontent.com/interview/rafael-espinal/). Le sue prime parole:
«I have been a creative all my life. I was always interested in the visual arts, specifically photography and filmmaking. My dream was to become an independent filmmaker».
Invece deve pensare prima a campare. Studia per diventare insegnante, segue corsi di scrittura e un giorno un tipo del suo quartiere gli dice che c’è un posto vacante per diventare assistente di un membro del City Council. Viene assunto e lì scopre quanto potere può esercitare una carica di quel genere («In that role, it immediately became clear that a lot of the issues we encounter as residents of communities can be solved by the power of local political office»). S’impadronisce sia della normativa che dei meccanismi di funzionamento della macchina amministrativa, con un occhio sempre rivolto alle problematiche sociali, in particolare alla condizione degli artisti e dei professionisti indipendenti. Lavora fino a tardi la sera, il suo capo nota il suo talento e la sua dedizione ed è lui a proporgli di candidarsi, come rappresentante del suo quartiere, per la New York State Assembly. Viene eletto a 26 anni, il più giovane del Consiglio. Un giorno arriva una donna, che vuole presentare una proposta di legge, e cerca tra gli eletti chi è disposto ad appoggiarla. È Sara Horowitz con il suo progetto “Freelancers Isn’t Free Act”. Da quel momento Rafael ha trovato una causa cui dedicarsi. La legge passa nel 2017 come legge della città di New York, ma lui vorrebbe estenderla ad altri Stati e farla diventare una legge federale. Diventa socio della Freelancersunion, uno come lui, che conosce l’apparato amministrativo della metropoli dove l’associazione ha la sua sede, può essere assai utile. Durante la pandemia è già ai vertici dell’organizzazione. Il momento è propizio per far passare dei provvedimenti che tutelano i freelance. Chiusi in casa per evitare il contagio, la loro posizione sul mercato diventa ogni giorno più debole. Espinal prende contatti con altri eletti, a Los Angeles, a Minneapolis, a Seattle e riesce a far passare la legge nello Stato di New York, in Illinois, in California, nel Kansas, nel Missouri.
Il 5 gennaio 2025 è uscito su ‘Washington Monthly’ un articolo sui freelance piuttosto pessimista. Hanno ben poco di ‘creativo’ perché sono contractor, microimprese, gente precaria e intermittente della gig economy. Rischiano di peggiorare la loro situazione sotto Trump, dove a rimetterci saranno anche i dipendenti, perché l’amministrazione repubblicana allarga a dismisura la possibilità per le imprese di declassare i dipendenti ad autonomi, a collaboratori esterni (misclassification).
In Italia con il governo Meloni le cose non stanno in maniera molto diversa. La Ministra del Lavoro Maria Elvira Calderone i freelance non li considera proprio, ritiene che non meritano nemmeno di essere chiamati professionisti. Secondo la sua visione possono esser considerati tali solo quelli iscritti agli Ordini (è stata Presidente dell’Ordine dei Consulenti del Lavoro dal 2005 al 2022, con una brillante laurea alle spalle, anche se conseguita presso un’Università, che non si trova nelle classifiche dei migliori Atenei del mondo, ma dove si lavora molto, anche di domenica). Se i salari dei dipendenti italiani sono rimasti fermi, a maggior ragione sono rimasti fermi i compensi dei freelance, aggravati dai crescenti ritardi nei pagamenti. La Freelancersunion ha uno staff di una trentina di persone pagate, in ACTA regna il volontariato. In queste condizioni mi sento a disagio parlare di ‘creatività’.