La partecipazione civile. Uno strumento di apprendimento collettivo

Un’utopia ‘concreta’ che non si accontenta dei suoi successi. Tale è la motivazione che la spinge da voler diventare parte organica dell’amministrazione della cosa pubblica. Essa va continuamente riaffermata a contro di ogni istituzionalizzazione.

Autore

Riccardo Emilio Chesta

Data

6 Novembre 2023

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7' di lettura

DATA

6 Novembre 2023

ARGOMENTO

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Partecipazione è forse una delle parole più evocate, citate, adottate nelle democrazie contemporanee. Eppure, se da un lato la continua evocazione è indice di un successo, di un valore condiviso, essa è inevitabilmente anche segno di una normalizzazione della partecipazione, quando non banalizzazione. Anche i concetti – o le prassi – sono soggetti a un’economia e a rischi inflazionistici tali da svuotarne il significato discorsivo e operativo.

Negli ultimi decenni, le iniziative e i richiami alla partecipazione sono tutt’altro che mancati, dalla scala transnazionale come le European Citizens’ Initiatives, fino agli strumenti di partecipazione nazionale messi in luogo dall’esperienza francese, dalla legge Barnier sui dibattiti pubblici alla Convention citoyenne, o alle più locali ma non per questo meno innovative esperienze italiane come la legge regionale sulla partecipazione, forgiata negli anni Duemila nella Firenze del Social Forum.

Ma nonostante il ricorso a esperimenti partecipativi sia aumentato esponenzialmente, a livello numerico, di scala geografica, di contesto operativo – dai partiti politici, alle aziende, alle amministrazioni pubbliche e private – in molti casi la partecipazione viene confusa con forme di consultazione o sondaggio, oppure la si impone dall’alto come una modalità strategica di declino da responsabilità di guida.

Si sa che gli esperimenti e le esperienze democratiche sono caratterizzate soprattutto da momenti e bisogni specifici con una loro autenticità. Ed è destino implicito di una prassi quella di non poter essere semplicemente riprodotta e trapiantata su di un terreno estraneo.

Per non concepirla come un mero strumento di ingegneria gestionale, la democrazia partecipativa ha bisogno di soggetti che ne conoscano l’origine e gli scopi, la teoria e le prassi concretamente messe in atto. Essa rientra pienamente in un ciclo di riflessione teorica ma anche di costituzione politica specifica, che affonda le sue radici tanto nella discussione teorica delle tendenze critiche delle democrazie mature, quanto nelle prassi assembleari sviluppatesi dai nuovi movimenti sociali, dal ’68 fino alle esperienze di transizione democratica.

Riflessioni che partono dal dilemma partecipativo dentro le democrazie come duplice sfida che presenta sempre anche un rischio. Lo svuotamento e la fine del progetto democratico risiedono tanto nella scarsa o assente volontà di partecipazione quanto nel suo eccesso di mobilitazione.

È un dato di fatto come le più rilevanti forme di riflessione e sperimentazione di partecipazione popolare siano sorte come progetto di rinnovamento che ha coinvolto teorici, scienziati e militanti politici proprio in momenti di grande espansione democratica, sull’onda di una durkheimiana effervescenza collettiva dove i movimenti sociali hanno non solo ridiscusso i bisogni concreti e ideali ma anche ridisegnato i processi decisionali.

La partecipazione è uno di quei progetti di ‘utopia reale’1, una gramsciana ‘fantasia concreta’, che irrompe ciclicamente in alcuni momenti storici e si innesta come innovazione utopica dentro istituzioni democratiche catturate da poliarchie che, altrettanto ciclicamente, rimanendo prigioniere di una semplice competizione tra élites, non rispondono più alla complessità dei bisogni materiali e delle aspirazioni ideali di una società complessa.

La partecipazione, come ‘utopia reale’, è dunque già un paradosso. Porta con sé tutta la carica ideale e dirompente dei (bi)sogni individuali e collettivi che aspirano a divenire protagonisti del proprio destino, a essere veramente riconosciuti come ‘parte’ di una società e di divenirne parte attiva, com’è, d’altronde, nell’etimologia della parola stessa. Al contempo però, il progetto non può fare conto solo sulla carica utopica, ma prevede la messa in atto di un processo altrettanto rilevante di esercizio di responsabilità democratica, di governo popolare che pone gli stessi partecipanti di fronte a un compito. Quello di saper e voler dare continuità all’esercizio e alla prassi della partecipazione, come se fosse una missione. L’utopia ha bisogno di farsi realtà per sostenersi, senza che dal sogno si lasci nuovamente corrodere da processi patologici e si trasformi in incubo ideologico, e dall’aspirazione tradita sorga il disincanto.

L’esperimento del budget partecipativo di Porto Alegre ha mostrato più di altri in maniera paradigmatica come la sovranità popolare fattasi innovazione procedurale abbia dovuto costantemente rapportarsi alla duplice contraddizione tra il mantenimento del principio, del contenuto originario di partecipazione spontanea e l’inevitabile professionalizzazione tanto dei processi quanto dei partecipanti. E questo è uno dei primi punti rilevanti e distintivi: per essere autentica, infatti, la partecipazione deve essere un processo di apprendimento e di espertificazione dei partecipanti. 

È uno strumento che nasce come condivisione di problemi tra soggetti che hanno a cuore una questione e sentono il bisogno di affrontarla, di prendersene cura. Non è un caso che la tradizione pragmatista americana abbia coniato in inglese una parola apposita, l’affected citizen, il cittadino che si sente toccato da un problema, proprio così come è ‘affetto’ da una profonda passione, che è insieme individuale e collettiva. 

La partecipazione come strumento non può quindi che partire da problemi d’interesse pubblico che mobilitano autenticamente l’attenzione e attraggono le energie collettive di una comunità di cittadini. Al contempo, per essere condotta in maniera competente e divenire produttiva, generativa di nuove idee e strumenti, essa ha bisogno di una metodologia e di un’organizzazione che non deve però portare a perdere alcune funzioni essenziali. Da un lato l’interesse è anche un entusiasmo partecipativo, un piacere di stare assieme che alcune ricerche di psicologia sociale descrivono come ‘erotismo collettivo’ nella partecipazione. Se però il bisogno e il piacere di stare assieme può essere una funzione in sé, al contempo la partecipazione è strumento di apprendimento e di presa di coscienza.

Infine, essa ha un obiettivo specifico, pragmatico, cioè la produzione di bene pubblico o di strumenti migliori di policy. Senza quest’ultimo fine, ovviamente, la partecipazione perde il proprio senso, diventa uno strumento di intrattenimento o di decorazione propagandistica. 

La forma più celebre del participatory budgeting a Porto Alegre, per esempio, è stata paradigmatica per alcune innovazioni specifiche2. Al di là del contesto di grande entusiasmo democratico – la transizione democratica, il ruolo del Partido do Trabalhadores nella democratizzazione a livello nazionale e locale – ha posto due questioni: l’introduzione di nuove procedure di estensione della partecipazione, come assemblee aperte a tutti, definite anche uno ‘spazio tra eguali’, e l’identificazione di questioni salienti della vita pubblica – come i trasporti o gli affitti – particolarmente esposte a processi di cattura da parte degli interessi non democratici.

A contrario delle formule di partecipazione ‘a freddo’ basate su minipubblici estratti a sorte o su cittadini ‘non schierati’, non ha posto limiti alla partecipazione di individui con appartenenze in attori collettivi della società civile, evitando così di proporre aggregazioni artificiali di cittadini astratti.

Tale aspetto ha permesso così di introdurre un ulteriore livello di democratizzazione oltre alla tradizionale articolazione conflittuale che caratterizza la vita associativa nel pluralismo democratico che, come qualsiasi altra forma rilevante di rappresentanza, vedi i partiti, si espone ciclicamente alla polarizzazione ideologica o strumentale.

Se però il participatory budgeting di Porto Alegre è stato tanto paradigmatico quanto eccezionale, come caso di processo popolare che diventa riforma amministrativa strutturale, dove la partecipazione diventa parte organica dell’amministrazione della cosa pubblica, il suo successo globale ne ha fatto uno strumento spesso emulato in maniera parziale o riduttiva.

Complice anche un certo entusiasmo per le nuove tecnologie digitali che hanno offerto in molti casi nuovi strumenti di interazione tra cittadini e rappresentanti, la partecipazione è divenuta spesso un dispositivo utilizzato per impedire profonde riflessioni e forme di rinnovamento democratico. In alcuni casi è infatti stato percepito come uno strumento episodico e decorativo con cui rilegittimare, con una versione addomesticata della stessa, forme tradizionali di leaderismo o decisioni già prese altrove. 

È questa la versione populista della democrazia partecipativa, che manca dei cinque aspetti fondamentali: l’interesse spontaneo, l’estensione, la rilevanza dell’obiettivo, il processo di empowerment o apprendimento, il risultato o bene prodotto.

In altri casi, la partecipazione è divenuta anche un business, ovvero una parte della nuova cultura manageriale del governo delle cose, un ‘nuovo spirito del neoliberalismo’, dove l’idea di coinvolgimento avviene in realtà per via gerarchica e per fini strumentali, estrattivisti, cioè riducendo l’individuo a portatore di informazioni da cui estrarre valore. Che sia a fini di sondaggio elettorale o di mercato poco importa.

Benché la partecipazione democratica abbia bisogno di risorse e nel suo realizzarsi ne consumi anche molte, non può essere ridotta né a una merce, né a un bene consumabile. 

Per essere uno strumento operativo in grado di rinnovare un’architettura democratica le cui fondamenta si stanno erodendo, la partecipazione deve essere un progetto di risignificazione di un’idea di società buona, di messa in discussione delle gerarchie che dividono una società, di rimozione degli ostacoli che separano il cittadino interessato e partecipante dalle strutture rappresentative, così come deve riportare alla luce dello sguardo democratico le questioni che sono state relegate in spazi di opacità, laddove si muovono le forme di dominio e di corruzione.

Riprendendo la definizione di ‘utopia reale’, la partecipazione assume valore nel suo aspetto di visione e attuazione. Da un lato deve essere in grado di immaginare nuove forme di inclusione democratica, nuovi disegni di società di cui far parte e a cui voler prendere parte: è questo il suo lato più ‘fantasioso’, di sperimentazione teorica, di immaginazione produttiva. Dall’altro deve avere la capacità di trasformazione incisiva di questioni salienti e rilevanti, in grado di ottenere un risultato, avere una misura di quello che può ottenere, per non divenire quindi solo un’evocazione, una dimensione puramente discorsiva e così scemare nel disinteresse, favorendo così il ritorno del riflusso politico, preambolo a restaurazioni democraticamente regressive. 

La partecipazione è uno strumento di riflessività collettiva che porta tanto a prendere coscienza delle capacità di immaginazione istituzionale quanto a sviluppare competenze tecniche in modo condiviso. Non è solo la conoscenza del bene specifico che, pur fondamentale, si pone di produrre. È un apprendimento collettivo all’esercizio del potere tanto dell’immaginazione quanto del governo.

Note

  1. E.O. Wright, Envisioning Real Utopias, Verso Book, Londra, 2010.
  2. G. Baiocchi ed E. Ganuza, Popular Democracy. The Paradox of Participation, Stanford University Press, Redwood City (CA) 2017.
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