Come nutrire nove miliardi di abitanti?

I prezzi delle materie prime alimentari stanno segnando nuovi record, mettendo in pericolo il sostentamento di milioni di persone - quali le soluzioni possibili?

Autore

Lester R. Brown

Data

12 Ottobre 2023

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10' di lettura

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12 Ottobre 2023

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Agosto 2011 – L’Earth Policy Institute, con sede nelle vicinanze di Dupont Circle, cuore della «Old City» di Washington DC e sede di numerose ambasciate, è stato fondato da Lester Brown nel 2001. Agronomo ed economista, Brown nel 1974 è stato fondatore anche del Worldwatch Institute, primo istituto di ricerca indipendente dedicato all’analisi delle problematiche ambientali globali e autore del noto rapporto annuale State of The World (quest’anno dedicato alla crisi alimentare globale, Innovations that Nourish the Planet). L’Earth Policy, con uno staff di quattro ricercatori incluso Brown, lavora a tempo pieno per fornire strumenti utili alla realizzazione di uno sviluppo sostenibile, quali pubblicazioni, articoli settimanali inerenti gli indicatori ambientali (agricoltura, popolazione, sanità, energia ecc.) oltre a una sempre aggiornata banca dati degli stessi. L’importante centro di ricerca agisce quotidianamente, tramite il suo lavoro, come gruppo di pressione per un futuro sostenibile sia ambientale sia economico.

Questa intervista è stata resa possibile per gentile concessione del prof. Brown e grazie alla preziosa intermediazione di Reah Janise Kauffman, vice presidente dell’Earth Policy Institute. Un ringraziamento particolare a Emanuele Bompan, giornalista a Washington DC, appassionato studioso della società americana e paziente revisore della traduzione in italiano.

I prezzi delle materie prime alimentari stanno segnando nuovi record, mettendo in pericolo il sostentamento di milioni di persone. Quali sono le previsioni per il raccolto del grano di quest’anno?

Il raccolto del 2011 sarà uno dei più seguiti degli ultimi anni. Nel 2010 la produzione mondiale di grano è stata di 2.180 milioni di tonnellate: ne sono stati consumati 2.240 milioni, un eccesso di consumo che è stato reso possibile solo attingendo a 60 milioni di tonnellate di scorte. Per evitare di ritrovarci con lo stesso deficit e riuscire a coprire la crescita della domanda, stimata in 40 milioni di tonnellate, il raccolto mondiale di cereali quest’anno dovrebbe  aumentare di almeno 100 milioni. Quantitativo che, comunque, sarebbe appena in grado di mantenere l’attuale precario equilibrio tra domanda e offerta. Per poter abbassare i prezzi avremmo bisogno di circa 50 milioni di tonnellate in più, per un incremento complessivo di 150 milioni.

La produzione mondiale sarà in grado di raggiungere tale obiettivo?  

In passato è stato possibile, ma quest’anno non sembra probabile. Vediamo perché, analizzando i quattro grandi produttori di grano – Cina, India, Stati Uniti e Russia – che insieme coprono la metà della produzione mondiale. La Cina ha sofferto fino a poco tempo fa della peggiore siccità degli ultimi 60 anni, situazione che potrebbe facilmente far diminuire il suo raccolto dai 115 milioni di tonnellate del 2010 ai 110 milioni di oggi. L’India si aspetta ufficialmente un raccolto di 82 milioni di tonnellate, un milione in più rispetto all’anno scorso. Negli Stati Uniti, le Grandi Pianure del Sud soffrono la siccità: il Dipartimento dell’Agricoltura (USDA) stima che il raccolto scenderà da 60 milioni di tonnellate a 56. La Russia, infine, dovrebbe raccogliere circa 58  milioni di tonnellate di grano, 16 in più dell’anno precedente. Analizzando velocemente i numeri a livello mondiale, potremo contare su un aumento di 20 milioni di tonnellate per il raccolto del grano, di 10 milioni per il riso e 40 milioni per il mais. Supponendo che i cereali minori aumentino di 10 milioni di tonnellate, avremmo comunque un incremento complessivo di 80 milioni (vedi tabella 1), non abbastanza per impedire ulteriori aumenti dei prezzi. 

Sembra quindi più plausibile andare verso un’ulteriore riduzione degli stock, piuttosto che verso un aumento delle risorse. E non senza effetti secondari. Le faccio un esempio. Io compro il pane locale. Quando i prezzi del grano aumentano del 75% a livello mondiale, come è accaduto nel corso dell’ultimo anno, significa che qui negli Stati Uniti una pagnotta di pane da 2 dollari può arrivare a costare al massimo 10 centesimi in più, senza che io ne risenta in maniera importante. Se invece si vive in India, dove le persone preparano il pane in casa, tali aumenti stellari hanno il loro peso in quanto il costo del pane può addirittura raddoppiare. I prezzi aumentano quindi, ma l’impatto non è uguale per tutti: per gli americani, che spendono meno di un decimo del loro reddito al supermercato, gli aumenti dei prezzi alimentari sono un problema, ma non una calamità. Per i 2 miliardi di poveri del pianeta, che spendono il 50 o il 70% del loro reddito per il cibo, prezzi più alti possono significare dover passare da due pasti al giorno a uno solo. 

Questa crisi era prevedibile dopo quella del 2007-2008? 

Negli ultimi cinquant’anni abbiamo avuto altri momenti in cui i prezzi dei cereali hanno registrato delle impennate, ma la situazione era diversa. Le crisi precedenti erano legate a eventi specifici, come una severa siccità o un’ondata di calore tale da danneggiare le coltivazioni. Gli aumenti dei prezzi erano temporanei, causati da eventi meteorologici che non duravano più di una stagione e, generalmente, le perdite venivano recuperate nel raccolto seguente. Oggi invece vi sono trend specifici, che spingono su entrambi i lati dell’equazione della domanda, e che stanno guidando i prezzi al rialzo.  

Quali sono i fattori che sottendono all’attuale squilibrio tra domanda e offerta alimentare? 

Le cause vanno al di là del sistema agricolo. Mi spiego meglio. Dal lato dell’offerta dobbiamo considerare: l’erosione del suolo e delle falde acquifere, la perdita di terreni coltivabili sempre più sfruttati per usi non agricoli, la diminuzione delle acque di irrigazione oggi più che mai sottratte alle città, il plateau di produzione agricola dei paesi avanzati e, a causa del cambiamento climatico, la perdita di alcune colture a causa di picchi di calore e lo scioglimento dei ghiacciai. Queste tendenze legate al clima sembrano destinate a svolgere un ruolo sempre maggiore in futuro.  

È quanto sta accadendo, per esempio, con le «bolle economiche alimentari»? 

Esattamente. L’Earth Policy Institute ha identificato 18 paesi dove l’over pumping, lo sfruttamento che eccede la capacità naturale di ricarica della falda, sta riducendo gli acquiferi. Tali Stati ricoprono complessivamente  più della metà della popolazione mondiale e includono 3 grandi produttori di grano: Cina, India e USA. Questo sovra-sfruttamento, con il conseguente abbassamento delle falde acquifere, sta creando delle «bolle economiche alimentari» basate sull’utilizzo dell’acqua, in quanto solo grazie a questo eccessivo pompaggio numerosi Stati sono riusciti a espandere la propria produzione agricola. Ogni speranza di svincolarci dalla morsa della scarsità di produzione alimentare dipende dalla nostra capacità di intervenire sui fattori precedentemente citati, così come su quelli che influenzano il lato della domanda.  

Quali sono, dunque, i fattori che fanno pressione sulla domanda?  

Il primo è la crescita della popolazione. Ogni anno, gli agricoltori del mondo devono nutrire 80 milioni di individui in più, 290 mila ogni giorno. 

Questa pressione demografica ha un’incidenza non solo sulla disponibilità di terre e risorse idriche, in costante riduzione, ma anche sulla tendenza degli agricoltori a continuare a produrre di più, con conseguente sovrasfruttamento delle risorse disponibili. Un secondo fattore riguarda gli effetti di questa crescita: 3 miliardi di persone lottano per scalare la catena alimentare consumando maggiori quantità di proteine animali – carne, uova e latticini – che derivano dall’impiego di mangimi a base di cereali. Così la domanda di cereali continua a crescere. Con circa il 35% del raccolto mondiale di cereali (760 milioni di tonnellate) utilizzato per la produzione di proteine animali, anche una modesta riduzione del consumo di carne può consentire di risparmiare grandi quantità di grano. Infine, gli Stati Uniti, che una volta erano in grado di agire come una sorta di «cuscinetto»  globale contro gli eventuali cattivi raccolti, ora stanno convertendo grandi quantitativi di cereali in carburante per auto. Nel 2010 il raccolto è stato di 400 milioni di tonnellate, di cui 124 milioni sono andati alle distillerie di etanolo. Un decennio fa, la crescita del consumo era di 20 milioni di tonnellate all’anno. Più recentemente è aumentata di 40 milioni di tonnellate ogni anno. Il problema è che la velocità con cui gli Stati Uniti stanno convertendo i cereali in biofuel è cresciuta ancora di più. 

Quali politiche dovranno adottare gli Stati per combattere questa nuova situazione di scarsità e insicurezza? 

Abbiamo bisogno innanzitutto di un programma educativo globale. Devono essere compresi concetti come quello di «capacità portante  dell’ambiente»1 e di food security. Viviamo su un pianeta con risorse finite, non possiamo più permetterci di aumentare all’infinito. Questo richiederà uno sforzo educativo che coinvolga tutta la popolazione e aiuti a far comprendere quanto il rapporto fra noi e gli ecosistemi che ci supportano si stia deteriorando. Dobbiamo quindi muoverci con urgenza per ridurre le emissioni di carbonio, sradicare la povertà, stabilizzare la popolazione e allo stesso tempo ripristinare i sistemi naturali di supporto dell’economia come foreste, falde acquifere e terreni. Ma dobbiamo anche ridefinire cosa si intende per «sicurezza». Le minacce reali oggi non sono le superpotenze armate, ma la scarsità d’acqua o di cibo, il cambiamento climatico e la crescita demografica, solo per fare alcuni esempi. Purtroppo questo non è sufficiente: bisogna anche riallocare le risorse per far fronte alla ridefinizione del concetto di sicurezza. Si dice che manca la disponibilità economica, ma non è così. La questione non è se possiamo permettercelo, ma se esiste l’effettiva volontà di muoversi in questa direzione. 

È più importante agire su scala globale, per esempio con i negoziati sul cambiamento climatico, oppure investire energie nelle iniziative condotte a livello locale? 

I fatti più importanti accaduti a livello mondiale negli ultimi anni sono stati realizzati indipendentemente dalla comunità internazionale. Per esempio, negli Stati Uniti il più emozionante sviluppo in campo ambientale è stato il successo del movimento anti-carbone: è impossibile oggi avere una nuova licenza per un impianto e presto si potranno chiudere quelli già esistenti. Il fatto più interessante di questa campagna è che è stata coordinata e portata avanti dal Sierra Club, una delle più antiche organizzazioni ambientaliste americane, insieme a centinaia di piccoli gruppi locali che si  sono attivati politicamente. Queste iniziative non hanno nulla a che fare con i governi, né con i negoziati sul clima. Non ho troppa fiducia nelle Nazioni Unite e nella capacità di questo ente di muoversi rapidamente ed efficacemente su questo genere di problemi. Così come credo che neanche il G20 sarà efficace. I trattati internazionali sono diventati obsoleti: ci vogliono anni per negoziare, e ancora più tempo per ratificare. Allora potrebbe essere troppo tardi. Penso quindi che l’azione non sarà a livello governativo, ma verrà dagli attivisti, dai cittadini, dai «visionari». 

Oggi ci sono 250 milioni di donne che vorrebbero mettere su famiglia, ma non hanno accesso ai servizi di assistenza alla pianificazione familiare.  Abbiamo bisogno di soluzioni immediate per rendere disponibili alle donne che ne fanno richiesta, ma che non hanno mezzi per pagarli, servizi gratuiti  di prevenzione e di assistenza per la salute della donna e di consulenza sulla contraccezione. 

Con questo non intendo che la crescita demografica debba essere «controllata» nel senso letterale del termine. Mi riferisco piuttosto a un controllo «indiretto». Sono convinto che non arriveremo ai 10 miliardi di persone nel 2050. Il punto è capire se questo accadrà perché vi sarà un passaggio verso famiglie meno numerose o perché non sarà materialmente possibile sfamare tutte queste persone. Per stabilizzare l’aumento della popolazione bisogna sradicare la povertà: le due cose sono strettamente collegate. Quando si agevola il passaggio verso famiglie meno numerose diventa più facile sradicare la povertà, e viceversa. Questi due fenomeni – stabilizzare la popolazione e sradicare la povertà – costituiscono una relazione virtuosa in quanto i due elementi si sostengono a vicenda.


Fonte/Testo originale: Lester R. Brown ‘Come nutrire nove miliardi di abitanti?’ – pubblicato su Equilibri, Fascicolo 2, agosto 2011, Il Mulino.

Note

  1.  Si tratta della capacità di un ambiente e delle sue risorse di sostenere un certo numero di individui. La nozione deriva dall’idea che solo un numero definito di individui può vivere in un certo ambiente, con risorse limitate a disposizione.
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