Specchi africani

Oggi si contano quarantacinque agglomerazioni urbane in Africa: una mappa che restituisce parte del bilancio della storia urbana del continente e che nei suoi vuoti nasconde città scomparse, collassi e irreversibili declini.

Autore

Domenico Patassini

Data

28 Settembre 2023

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28 Settembre 2023

ARGOMENTO

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Aprile 2006 – Secondo i dati delle Nazioni Unite, due agglomerazioni superano i dieci milioni di abitanti: Lagos, la più popolata, e Il Cairo; Abidjan e Kinshasa registrano rispettivamente 4,5 e 6,2 milioni, una decina si attestano sui tre milioni, il resto ha dimensioni inferiori fino alla soglia di un milione di abitanti. Undici agglomerazioni sono in Africa del Nord (in Algeria, Egitto, Libia, Marocco e Tunisia), altrettante in Africa australe (sei in Sud Africa, quindi Zimbabwe, Mozambico, Madagascar e Angola), quattro nell’Africa orientale, tredici nell’Africa occidentale, il resto in quella centrale.

I tassi di crescita annua nel quinquennio 2000-05 oscillano da un minimo dello 0,49% (la città sudafricana di East Rand), al di sotto del tasso medio di crescita naturale, a un massimo di 2,85% a Niamey (Niger). Quattordici agglomerazioni crescono a un saggio superiore al 2%. Al 2000, ventiquattro agglomerazioni assorbivano (ciascuna) più del 20% della popolazione urbana del paese di appartenenza, dieci più del 40%. Ma le previsioni al 2015 sembrano ridimensionare il ruolo delle primate cities in favore delle città intermedie, dello sviluppo di attività rurali non agricole e di una crescita assoluta della popolazione rurale con inevitabili problemi di offerta di beni alimentari e servizi. 

I sistemi urbani transnazionali tra passato e  presente

I dati appena citati rappresentano in modo caricaturale la realtà urbana dell’Africa contemporanea, danno un’idea approssimata dell’entità del fenomeno,  ma aiutano a porre alcuni quesiti analitico-interpretativi e politici. 

Un primo tema riguarda i sistemi urbani transnazionali qui intesi come reti e armature di integrazione. Da tempi antichissimi la colonizzazione umana si è svolta per direttrici e rapporti a scala continentale, fattori che hanno influito sui processi endogeni di urbanizzazione e mettono in discussione le frettolose ipotesi assunte da chi separa la città pre-moderna da quella moderna, da chi considera quest’ultima esito di rapporti (subiti o cercati) con il mondo esterno. 

Secondo oramai consolidate scoperte archeologiche, la prima direttrice è costituita dalla rift valley, un taglio della crosta terrestre che forma una fascia relativamente stretta dalla regione Afar sul mar Rosso (l’etimo afar rinvia a polvere, terra, per diventare radice di Africa) alle foci del Limpopo in Mozambico. In questa regione ricca di laghi e savane, fino alle sue appendici in Africa australe, gli studi confermano l’esistenza da almeno un secolo di insediamenti importanti che hanno creato le basi preistoriche e mitiche di più recenti città interne dell’Africa orientale. Esse diventeranno l’entroterra delle più tarde città commerciali swahili lungo la costa dell’oceano indiano. 

Una seconda direttrice è costituita dal corridoio saheliano (tra 30º e 15º latitudine nord, in direzione est-ovest) che fin dal terzo millennio avanti Cristo ha contribuito a definire un’armatura di connessione fra mar Rosso e costa atlantica, ibridando popolazioni cuschite, nilotico-sahariane, omotiche, berbere, chadiane e numerose altre. In queste connessioni era certamente presente l’Egitto con gli innesti naturali del Nilo bianco in direzione sud (verso la regione dei grandi laghi) ma anche verso ovest e del Nilo blu verso il Punt, la fascia costiera compresa fra gli attuali Port Swakin e capo Guardafui, di fronte all’isola di Socotra. 

Una terza direttrice, per ragioni climatiche forse precedente il corridoio saheliano, è il sistema di assi transahariani nord-sud che hanno contribuito allo  sviluppo di centri urbani interni. 

Anche i grandi fiumi, e le loro pianure, hanno favorito la formazione di insediamenti: oltre al Nilo e il peculiare modello di urbanizzazione lineare, i fiumi Niger, Congo, Omo, Awash, Wabe Shebeli, Orange, Zambesi e Limpopo hanno creato condizioni favorevoli per l’accesso a territori vastissimi. 

Se si escludono quella mediterranea e il mar Rosso, interessati da un antico sistema di relazioni con Europa, vicino Oriente e India, le fasce costiere oceaniche hanno registrato un tardivo e differenziato processo di urbanizzazione. Lungo l’Oceano Indiano si è sviluppato il grappolo delle città commerciali swahili, divenuto vero e proprio sistema con l’espansione verso sud e nello Zimbabwe. Le coste atlantiche hanno, invece, atteso la colonizzazione, ospitando città rivolte verso l’esterno, favorendo il trasferimento di antiche capitali  dell’interno in città-porto. È da questo versante che la  penetrazione interna è stata più decisa, sostenuta da  strade, ferrovie e porti; qui si sono sperimentate forme di mediazione fra interno ed esterno, le prime fratture dei circuiti ancestrali. Ma se prima della colonizzazione complessi cicli insediativi e di urbanizzazione generavano all’interno del continente città e forme di governo, la colonizzazione ha contribuito a costruire un’armatura infrastrutturale il cui scopo era «svuotare» l’interno, costringerlo al contatto univoco o a un impotente isolamento e quindi alla morte. A questo disegno, successivamente estesosi anche lungo le coste orientali, hanno contribuito contatti e relazioni che completavano una rete infrastrutturale limitata alle direttrici di sfruttamento primario.

Lo schema  non è stato  capovolto

Le politiche post-coloniali e di formazione delle nuove entità statali non sono state in grado di capovolgere lo schema, ma neppure di utilizzarlo in modo  biunivoco o per strategie di sviluppo locale. Questa incapacità è tuttora presente, come dimostra il fallimento di progetti di cooperazione commerciale, economica e politica o di grandi progetti infrastrutturali ispirati a poco plausibili scenari panafricani. Resta, tuttavia, l’interrogativo sulle possibilità di integrazione (anche  solo regionale) che il rafforzamento del sistema urbano continentale sembra richiedere. Se fino a qualche decennio fa le ipotesi di integrazione potevano interessare le regioni occidentali, mediterranea e australe, oggi sembra siano mature condizioni nuove per potenziare il sistema urbano continentale, trasformando in una grande armatura le direttrici di colonizzazione umana e di sviluppo economico storiche e preistoriche. L’armatura del continente potrebbe diventare scenario di  pace, cooperazione e sviluppo. 

Sistemi urbani nazionali e direttrici transregionali

Un secondo tema, connesso al primo, riguarda i sistemi urbani nazionali. È un tema di grande importanza perché restituisce la varietà delle forme economiche e di governo di un continente già variegato, fa capire come, a parità di condizioni ambientali, le società e le istituzioni mutino e come si formino i sistemi urbani, si presentino con le loro differenze e siano ancorati alle direttrici di cui abbiamo appena parlato. Soprattutto, si comprende come i sistemi sintetizzino un gioco complesso fra fattori endogeni ed esogeni, come restituiscano l’articolazione del sistema politico, le pluralità etniche e i conflitti che ne derivano; come derivino da successi e crisi dei sistemi colturali e di allevamento, da rapporti fra mondi rurali e urbani, da meccanismi di prelievo diretto e indiretto che i rapporti determinano. 

Non è questa la sede per discutere la geografia dei sistemi urbani nazionali, né interessano rappresentazioni statistiche di gerarchie e reti. Sembra, invece, più fertile una sorta di «dilatazione etnografica», con l’obiettivo di riconoscere come, al di là delle apparenze, delle morfologie urbane e delle omologazioni, non sia possibile inserire le città africane (neppure quelle di  fondazione) in un modello pre-costituito. 

È frequente rilevare come l’«effetto» città in un territorio sia relativo al suo grado di urbanizzazione: un piccolo centro urbano in una regione poco urbanizzata può produrre lo stesso effetto sulla popolazione di un grande centro in una regione più urbanizzata. Una concezione patrimoniale dello stato può richiedere meccanismi di prelievo del surplus agricolo compensati da servizi e livelli di autonomia locale che favoriscono la concentrazione di potere, di funzioni e popolazione nella primate city frenando l’urbanizzazione. Circuiti diversi possono convivere (locale in forma moderna o tradizionale, internazionale legato a commercio, servizi, cooperazione, guerra o diplomazia) e caratterizzare parti specifiche del sistema urbano, con diversi gradienti di apertura e chiusura, di integrazione o competizione. In certi contesti, possono sopravvivere fattori simbolici che rinviano alla mobilità di antichi luoghi religiosi o della regalità. In questi luoghi religione, regalità e territorio si identificano, possono produrre differenze strutturali fra capitali e centri dispersi della fede o della regalità, favorire la personalizzazione delle strutture di governo o il ritorno ciclico a luoghi senza centro, a forme di acentricità politica. In alcuni casi si vive un vero e proprio ritorno al passato, alle origini mitiche spesso invocate nei riti, nella pratica quotidiana, ma anche nelle parole dei luoghi. 

In altri casi può essere ancora vivo il ricordo di un disastroso declino, in monumenti disponibili all’occhio del pellegrino o del turista, il ricordo di una rapida de-urbanizzazione, i segni lasciati da capitali erranti nei sistemi di gestione fondiaria e non solo in ciò che resta della presenza fisica di un potere civile o religioso rifugiatosi altrove. Ma nello studio dei sistemi urbani nazionali sarebbe anche utile correggere alcune interpretazioni. 

Con l’occhio dell’africano: guardare e pensare

Lo sfruttamento delle grandi rotte commerciali all’interno, per il commercio itinerante e di tratta, la penetrazione dell’Islam sono spesso considerati i principali fattori di formazione della città pre-coloniale. È vero solo in parte; ma non è questo il punto. Limitarsi alla dizione pre-coloniale significa vincolare ogni interpretazione alla geopolitica moderna, negando all’Africa ciò di cui Joseph Ki-Zerbo più di trent’anni fa ci ricordava. Nella prima storia dell’Africa scritta da un africano, Ki-Zerbo (che inseriva il sottotitolo «Un continente fra la preistoria e il futuro») si augurava che il suo lavoro fosse utile a «chi pensa che le radici africane spieghino molte cose nei fiori meravigliosi o appassiti, nei frutti succulenti o amari dell’Africa contemporanea». Nella prefazione a La civiltà africana Basil David son dice: «Ho tentato di fare tre cose. Prima di tutto, presentare un sommario di quel che oggi si conosce su idee e sistemi sociali, religioni, valori morali, credenze magiche, arti e metafisica di tutta una serie di popoli africani, soprattutto dell’Africa tropicale. Poi, esaminare i modi in cui si sono sviluppate e trasformate dal lontano passato a oggi. Infine, inserire questi aspetti della civiltà africana nella loro prospettiva odierna come parti coerenti di un tutto vitale». E allora, che cosa significa pre-coloniale se non negare quelle forze endogene che consentirebbero di capire la stessa eredità coloniale con l’occhio dell’africano e non di chi se n’è dovuto andare? Ma questo è un altro tema: la discontinua tradizione urbana che per molteplici ragioni presenta ricche varianti regionali nel rapporto fra fattore urbano e crescita della società politica. In questo la città coloniale ha giocato un ruolo travolgente, ma molto meno  autonomo di quanto si pensi. Essa è creazione estranea, ma vi è un rapporto con la tradizione precedente e presente. Ad esempio: dove la città africana non era semplice articolazione di potere, ma centro di relazioni economiche forti, il modello coloniale non si è imposto, non ha influito su declino o sviluppo. La distruttività dell’impatto coloniale è stata tanto maggiore quanto più deboli erano le formazioni politiche tradizionali. E non esiste un modello unico di città coloniale, né un modello «tradizionale» africano. 

Alcune città sono cresciute attorno a nuclei tradizionali, altre si sono semplicemente affiancate o sono state da questi circondate. Alcune si presentavano  come riconversioni di antichi centri amministrativi e commerciali in sedi amministrative e di governo, altre diventarono città-porto, città-satellite su snodi  commerciali importanti o nei pressi di enormi bacini minerari. Ma sono poche le capitali di regni africani che si trasformano in capitali coloniali, che si limitano a rispondere a esigenze esterne, che accettano una logica esterna e un atteggiamento vicario.

Questioni aperte

Un dato è interessante. La città coloniale poteva avere o non avere un suo entroterra economico, tradizionale o moderno; essa dipendeva soprattutto dal  modello di colonizzazione: l’amministrazione indiretta inglese, l’assimilazione francese, l’occupazione tedesca, l’integrazione e l’ibridazione italiana. E i modelli di colonizzazione generavano modelli di città, assetti urbanistici che progettavano la segregazione ricorrendo  alla contrapposizione di valori simbolici, alla sindrome sanitaria o alla disponibilità di un infinito esercito di  braccia contadine; applicavano principi di amministrazione dualisti (paralleli) o gerarchici, affiancavano alla disomogeneità della comunità europea coloniale quella della società colonizzata. Da ciò derivavano diverse forme di commistione e aggregazione urbana  che, per le società locali, non significavano automatica rinuncia ai legami ancestrali nel nuovo contesto. La  simbologia espressiva della danza kalela, studiata da  J. Clyde Mitchell (The kalela dance: aspects of social  relationships among urban Africans in Northern Rhodesia, Manchester, Manchester University Press, 1956)  nelle città del copperbelt e citata da molti autori, ne è un esempio stupendo. Quella danza riassumeva in pochi movimenti rapporti complessi fra strategie di dominio, sopravvivenza e resistenza.

Fine dell’opposizione città-campagna o nuovi termini della questione?

Un consueto tema di riflessione (il conclusivo in questa sede) è costituito dai rapporti fra mondi urbani e rurali, fra città e campagna, rapporti su cui si sta giocando il critico bilancio popolazione-risorse alimentari non soltanto in Africa, ma nell’intero pianeta. Non bastano più le attenzioni ai minuti termini di scambio urbano-rurali che ci portano a scoprire anche nelle aree  più remote panieri di consumo alimentare (e non) con elevato gradiente urbano; né basta riflettere sulle città rurali dell’Africa sub-Sahariana, sulle reti di mercato, sui flussi circolari disegnati dai legami degli immigrati con le comunità d’origine, con la terra, in un racconto continuo e affascinate. Non c’è dubbio che il mondo  non urbano sia importante, ma si tratta di capire che cosa esso sia veramente, quanto sia ancora non urbano, quanto la città africana sia unico diffusore di modernità; oppure se invasive ICT (Information Communication Technologies) non stiano modificando radicalmente i modi di vita, il senso dei luoghi, la natura stessa dei termini di scambio. I rapporti fra gradazioni urbane e rurali sono influenzati dall’introduzione di prodotti genetici e da politiche di World Trade Organization (WTO). Commentando le politiche dell’organizzazione Joseph Stigliz dice: «Oggi i paesi in via di sviluppo devono affrontare seriamente i dettagli di ciò che viene offerto. I benefici, in termini di maggior accesso ai mercati internazionali, saranno superiori ai costi relativi al soddisfacimento delle condizioni imposte dai paesi ricchi?». Da come si risponde al quesito dipenderà la sorte di molti paesi africani e delle loro città. Ma la risposta dipenderà anche dalla fiducia che l’Africa riuscirà ad avere in se stessa e dalla capacità di rifiutare l’aiuto, quando occorra. Jean Baudrillard, con il suo realismo pessimista, ci ricorda: «I popoli non sanno quello che vogliono. Pertanto è inutile e pericoloso domandarglielo; tanto vale parlare a nome loro, è questa la democrazia. Ma ciò che essi assolutamente non vogliono è che dall’alto gli si rifili qualunque cosa, anche se ‘è per il loro bene’». 

Questo, mi sembra, insegnino molte città africane, «magazzini di storia», ma anche specchi che riflettono, che non consentono di vedere dentro se non dopo defatiganti prove e rinunce.


Fonte/Testo originale: Domenico Patassini ‘Specchi africani’ – pubblicato su Equilibri, Fascicolo 1, aprile 2006, Il Mulino.

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