Com’è cambiata la partecipazione durante la pandemia? Che effetti ha avuto nella vita civile e associata? Che cosa abbiamo appreso come cittadini e parte della società civile dalla crisi pandemica?
Per rispondere a queste domande si è tenuto a Firenze lo scorso Maggio il primo ‘deliberative camp’, un esperimento di democrazia deliberativa nato all’interno del progetto ComPart – Comunicare e Partecipare nella Pandemia condotto da un team di ricercatori in sociologia e scienze politiche della Scuola Normale Superiore1.
Presso l’Isolotto, quartiere fiorentino geograficamente periferico ma da sempre centrale nell’innovazione civica e partecipativa, si sono avvicendati lo scorso 28 maggio circa 50 cittadini, membri della società civile e semplici passanti, riuniti per discutere a diversi tavoli deliberativi come la pandemia ha cambiato il modo di vivere e stare assieme.
Iscritti in forma volontaria – alcuni da settimane, rispondendo a una call, altri il giorno stesso, attirati dai tavoli sistemati in piazza – hanno discusso su come la pandemia abbia fatto ripensare la partecipazione, la comunicazione, gli spazi pubblici, le disuguaglianze, i diritti, la scienza e la sanità.
Questa nuova metodologia, ideata dai sociologi Donatella Della Porta e Andrea Felicetti2 si colloca nel solco della tradizione degli esperimenti di democrazia deliberativa, e deriva le proprie tecniche e pratiche dalle forme di partecipazione spontanea sviluppatisi negli ultimi decenni dai forum del movimento per la giustizia globale degli anni Duemila alle diverse acampadas sorte tanto dal Movimento 15 M a Madrid quanto in Occupy Wall Street a New York. Movimenti che hanno costruito nelle piazze spazi innovativi di partecipazione e discussione, che hanno trovato nuovi modi di dare voce a bisogni e aspirazioni di cittadini e attivisti con nuove forme di socialità in piazza, pratiche assembleari di presa di parola e di dibattito sulla cosa pubblica.
I deliberative camps si configurano come momenti assembleari dove la partecipazione è intesa come ‘prendere parte a dibattiti su questioni urgenti’ – come le diverse dimensioni del vivere in comune che la pandemia ha messo in discussione – e come ‘sentirsi parte’ di una comunità che condivide riflessioni sul bene pubblico, su come stare nello spazio pubblico e come gestire le diverse dimensioni della cosa pubblica.
Si collocano nella tradizione critica che in teoria democratica ha definito la necessità della deliberazione pubblica, come risposta inclusiva alla crisi della rappresentanza democratica. Se è infatti solito negli ultimi tempi definire riduzionisticamente la crisi della rappresentanza democratica come parte di un movimento regressivo visibile nel ritiro nel privato, nella disarticolazione dei corpi intermedi tra Stato e cittadino, nel crescente potere degli attori di mercato, nelle posture populiste e nelle pulsioni che escludono il confronto con il diverso, in altri casi si è riscontrato come su questioni sempre più specifiche e rilevanti la deliberazione democratica sia invece più un’esigenza naturale delle democrazie mature e del loro successo. La crescente richiesta di partecipazione e coinvolgimento, più che l’effetto di un patologico conflitto negativo è infatti il risultato dell’avanzamento dei diritti e dell’inclusione che eccedendo i tradizionali canali d’indagine e di rappresentanza istituzionali richiederebbero dunque di ridisegnare, estendendoli, i confini dell’architettura del governo democratico.
È in tale ottica che ormai da decenni in tutto il mondo si sono diffuse prassi di estensione della partecipazione democratica che hanno innovato diversi campi del policy-making. Da Porto Alegre il bilancio partecipativo è arrivato a essere sperimentato in numerosi paesi del mondo occidentale, così come consolidato appare il ricorso alle consensus conferences, alle giurie di cittadini tipiche del mondo anglo-sassone e nordeuropeo, o ai débats publics francesi. La diffusione è persino tale da sollevare dubbi sull’autenticità del ricorso a esse, su un loro abuso, su una loro realizzazione strumentale o parziale, quando non addirittura a nutrire sospetti che dietro un loro utilizzo a freddo o artificioso si nasconda una logica di governamentalità che avrebbe finalità più di controllo e consenso che di estensione partecipativa democratica.
Ma non è forse anche questo il segnale del loro successo?
Certo, un primo aspetto di cui tener conto quando si parla di forme di deliberazione pubblica è la fiducia e la trasparenza con cui lo si disegna, condizioni tutt’altro che scontate. Non che debba essere totalmente disinteressato, in quanto il mondo è per sua natura conflittuale, arena dove interessi e valori si scontrano. Ma qualsiasi esperimento deliberativo si configura per sua natura come aperto e sperimentale come uno spazio che, prima che di decisione su una questione o problema, è di riflessione e partecipazione, di definizione o ridefinizione del problema stesso. Se si tratta di esperimento, esso sarà per principio aperto a critica. A esserlo sarà tutto il processo, a partire dalle metodologie e finalità concepite dal tecnico o ricercatore incaricato, per motivi scientifici o politici, secondo un semplice principio: su questioni che riguardano una collettività, nessun progetto disegnato nelle quiete stanze della scienza o del potere può fare a meno del confronto con il sapere aggregato di una collettività sinceramente attivatasi perché ne ha a cuore le sorti.
Su questa linea, il deliberative camp è uno strumento che mira a innescare percorsi di apprendimento collettivo. In primis, imparare a partecipare per chi decide di farlo per la prima volta. Questo implica una condizione di orizzontalità della partecipazione. Chi è attivista di lungo corso avrà sicuramente più esperienza ma troverà nel deliberative camp lo spazio per socializzarla e per condividerla con chi non è uso a occuparsi di questioni pubbliche. Al contempo lo specialista socializzerà le proprie competenze tecniche utili per affrontare questioni specifiche ma dovrà apprendere a comunicare in maniera efficace anche a chi è portatore di linguaggi diversi, profani, così sviluppando competenze comunicative essenziali per il dibattito. In ultima, questo processo di fertilizzazione reciproca potrà innescare processi di trasformazione e presa di consapevolezza anche in chi non aveva considerato l’opportunità di attivarsi sulla cosa pubblica. Per questo la partecipazione è trasformativa, può far ‘diventare parte’ di qualcosa di più ampio delle proprie relazioni private o più immediate.
Il deliberative camp offre lo spazio di incontro tra le le sfere dell’esperienza e dell’expertise, quella della percezione del problema e quella dell’ideazione delle modalità con cui affrontarlo. Le finalità dello stesso percorso possono anche essere non date a priori, rimanere aperte alla spontaneità dell’ideazione, lasciando spazio a nuovi processi di indagine e immaginazione deliberativa.
A Firenze, il deliberative camp sperimentato lo scorso maggio aveva il compito di riunire cittadini comuni per riflettere in uno spazio pubblico su come la pandemia aveva inciso e trasformato diverse dimensioni della vita civile, dagli spazi di partecipazione democratica, al rapporto con la comunicazione e la scienza, a temi specifici come i diritti, le disuguaglianze e la salute. Prevedeva anche di riuscire a elaborare alcune idee per rivedere alcune tra queste dimensioni.
Metodologicamente, ha previsto due momenti, uno mattutino e uno pomeridiano, alternando in entrambe le fasi la partecipazione e il dibattito su tavoli specifici con discussioni plenarie, approfondendo sia temi che erano stati proposti dai ricercatori sia temi emersi spontaneamente dai dibattiti e sollevati in primis dai cittadini.
La prima questione da risolvere è stata quella della selezione dei partecipanti che è avvenuta sia in forma preliminare, coinvolgendo cittadini di diversa età, provenienza territoriale e con un occhio particolare all’inclusione di minoranze di genere, etniche e religiose.
Il primo dato emerso dai tavoli è stato l’importanza del potenziale della piazza, sentito come ancora più essenziale, specie dopo un periodo come quello pandemico di sospensione delle opportunità di aggregazione spaziale, dovuto alle forme di distanziamento, isolamento e alle chiusure funzionali al contenimento del contagio. Il tema della riappropriazione degli spazi pubblici è emerso però anche con una declinazione più generale, quella della demercificazione, a sottolineare il desiderio di ritornare ad abitare le piazze da cittadini e non da meri consumatori.
Il tema della demercificazione è emerso come tratto comune delle discussioni e si è articolato su diversi piani, anche quello dei beni comuni, come per esempio la salute, vista come un diritto inalienabile e non come merce, non senza una critica al mondo delle istituzioni che è parso non cogliere l’importanza di un ripensamento della centralità della salute pubblica nel post-pandemia. Nel corso del dibattito, il bisogno di uscire dal privato è stato declinato su due livelli complementari, sia come critica del ritiro nel privato come conseguenza della pandemia, sia come critica di un’antropologia politica dominante, come preminenza della logica dell’interesse privato nella definizione e soluzione delle questioni politiche. Nei diversi tavoli si è sottolineato come la pandemia non abbia ancora fatto sorgere una politica che si impegni di più a rigenerare degli spazi pubblici mettendoli a disposizione della cittadinanza, aprendoli alla partecipazione.
Sono stati citati diversi esempi di iniziative virtuose di socializzazione della conoscenza che non sono necessariamente collegate a questioni direttamente politiche, come le ‘librerie aperte’ dove i cittadini si mettono a disposizione, a seconda delle loro competenze, per dibattere di tematiche culturali e scientifiche o attorno a semplici curiosità, favorendo un arricchimento collettivo e proponendo un’idea di comunità non mediata da logiche di spettacolarizzazione o commercializzazione.
A riguardo la questione della cultura e della scienza come bene comune si è collegata anche a una percepita mancanza di un servizio pubblico di comunicazione scientifica in grado di superare la polarizzazione tra paternalismo scientifico e rifiuto della scienza. Scienziati divenuti star che sono stati travolti dalle logiche di mediatizzazione e spettacolarizzazione così come forme di rifiuto della scienza sono state identificate come due polarità di uno stesso deficit di servizio pubblico della scienza che ha caratterizzato istituzioni e media.
Nonostante la partecipazione di numerosi neofiti, di passanti incuriositi dalla presenza visiva, in piazza, di tavoli e bacheche che raccoglievano idee scritte su piccoli post e biglietti, il deliberative camp ha mostrato le potenzialità di uno strumento ancora poco sperimentato ma che può essere esteso anche su più giorni e su tematiche più complesse, anche vincolate a obiettivi di policy più specifici.
L’elemento più rilevante che risulta è che la pandemia ha paradossalmente reso ancora più evidente il bisogno di aggregazione collettiva, di socializzazione dei saperi e di partecipazione. Non resta che affinare gli strumenti per poter mettere a frutto potenzialità che altrimenti rimarrebbero inespresse in una società che presenta sfide di sempre maggiore complessità e richiede sempre maggiori apporti di conoscenza.
Note
- Il Progetto ComPart è una ricerca sociologica sulla partecipazione e la comunicazione in tempi di pandemia iniziato nell’aprile del 2020, finanziato dalla Regione Toscana e diretto dalla professoressa Donatella Della Porta presso la Scuola Normale Superiore, sede di Firenze, e che ha visto la collaborazione degli esperti di salute del Centro di Salute Globale Meyer, favorendo il dialogo interdisciplinare tra scienze sociali e mediche.
- D. Della Porta e A. Felicetti, The Deliberative Camp. In Ercan, S.A. (et al.) Research Methods in Deliberative Democracy, Oxford, Oxford University Press, 2022.