Negli anni ‘60, il filosofo Cornelius Castoriadis denunciava una crisi dell’immaginario.
I sintomi sono l’inerzia dei comportamenti; l’assuefazione alla propria postura antropologica; un’accidia ‘peccaminosa’ e la negligenza al cambiamento. Le civiltà muoiono quando rimangono uguali a se stesse e non sanno più riconoscere e interpretare i segnali cangianti dei venti di un’epoca. Periscono quando i loro sapienti – siano essi sciamani, monaci, poeti o scienziati – non sono all’altezza del compito che gli pertiene o quando i loro moniti rimangono inascoltati. Decedono quando scompare il futuro come orizzonte delle attese e delle utopie e lo sguardo, nostalgico, è sempre volto all’indietro, verso un campo di esperienze sterili e memorie mortifere, o peggio, fisso sulle pareti anguste e ammuffite di un presente ipertrofico. Questo smarrimento dello spirito significa quindi una crisi dell’immaginazione storica, ossia della capacità di una collettività di collocarsi nel corso dinamico della Storia, di immaginare, per sé e per gli altri, futuri possibili e agire per la loro realizzazione.
Questa grande recita che ci avvolge, fatta di conquiste, conflitti, accelerazioni, stalli, progressi e regressioni, ha una sola costante implicita: nulla permane identico a sé stesso, nemmeno il più orgoglioso, sagace e ostinato dei popoli. E se tutto intorno a noi è cambiato, come possiamo nutrire il sogno infantile di rimanere ciò che eravamo? La scomparsa di ciò che siamo, in fondo, è un dato ineluttabile.
Dunque, ci troviamo di fronte ad una civiltà morente? Potremmo riflettere lungamente sul significato e l’uso di questo concetto. Se intendiamo ‘civiltà’ come una combinazione idealtipica di alcuni tratti antropologici essenziali, una combinazione che si realizza nel mondo in configurazioni collettive coeve ma molto eterogenee tra loro, ci sono buone ragioni per parlare di una civiltà globale contemporanea e del suo stato critico. Sono due i tratti di questa civiltà globale a cui, in fondo, nessuna collettività ha saputo sottrarsi: un preciso modello d’organizzazione politica del mondo, ossia il sistema nazionale incentrato sul culto della sovranità westfaliana, e la condivisione di un sistema di relazioni economiche dominante di tipo capitalista, con le asimmetrie, le diseguaglianze e le contraddizioni che ne sono congenite. Due volti di una civiltà universale che oggi si riscopre mortale di fronte alle grandi storture del mondo globalizzato: l’anarchia delle relazioni internazionali, uno spettro del Novecento che oggi riappare nella forma di un una guerra tra stati sovrani nel cuore d’Europa, e le trasformazioni climatiche accelerate, una dinamica di cambiamento perturbante che ci pone di fronte all’orizzonte cataclismatico di un’imminente catastrofe universale. Un’esperienza inedita sin da quando, una notte antica e nera come la pece, il Sapiens primigenio ha mosso i suoi passi nel cuore dell’Africa.
Nemmeno il più longevo degli imperi ha potuto essere eternamente identico a sé stesso e fedele alla propria postura antropologica; né il più glorioso, ricco, astuto e potente degli imperatori ha saputo vivere due o più esistenze: non Alessandro, Serse, Carlo Magno, Gengis Khan o Napoleone. Tuttavia, nell’esistenza degli individui, come in quella delle civiltà, è possibile morire di due morti diverse. C’è la morte di chi procede imperterrito su un sentiero infido che cede sull’abisso, una morte fatale che coglie impreparati; ma c’è anche la morte consapevole di chi, conoscendo la fuggevolezza della propria esistenza, redige un testamento e sceglie gli eredi cui cedere il testimone e consegnare, ritualmente, le ultime volontà. Il nostro tempo, indubbiamente, esige la scomparsa di questa forma antropologica, di questo modo di abitare il mondo che, nel quadro vigente, produce criticità irrisolvibili: da un lato, l’imprevedibilità e l’ingovernabilità di un sistema politico anarchico; dall’altro, una fame bulimica di crescita e sviluppo che non può più essere soddisfatta.
Se gli oracoli, i condottieri e i popoli del Ventunesimo secolo non sapranno cogliere i segni premonitori di questi cieli tempestosi; se non risponderanno al gracchiare incessante di stormi impazziti di uccelli del malaugurio, la civiltà globale, prima o dopo, in modo repentino o graduale, scomparirà come Atlantide: sommersa per il peso insostenibile della sua stessa esistenza.
La crisi ecologica introduce un dubbio inquietante: il mondo esige la nostra scomparsa. Ciò detto, abbiamo ancora le forze e il tempo necessari a dettare il nostro testamento, esprimere le nostre volontà e, soprattutto, scegliere i nostri eredi. Questa non è una magra consolazione, ma la nostra ambizione massima. Moriremo di questa morte attiva e consapevole solo fondando un nuovo popolo e passando il testimone a una civiltà rinnovata. La verità è che i pochi elementi che trapelano dal futuro non danno ragioni per cui rallegrarsi, e che molto è in mano a forze e spinte imponderabili. Ciononostante, al necessario pessimismo della ragione deve seguire l’ottimismo di una volontà tenace. Forse potremo rompere questo meccanismo inerziale, questa paralisi dello spirito che conduce alla catastrofe definitiva fondando un nuovo popolo, consapevole dell’insostenibilità di un sistema politico anarchico e dei limiti ecologici della crescita.
Non sarà un’avventura priva di ostacoli: per liberarci da questa paralisi dello spirito, per fondare un nuovo popolo, non basta una Costituzione – ci vuole un Esodo. Forse è giunto il tempo di abbandonare la modernità, grande culla della civiltà globale, affrontando le insidie e abbracciando le promesse di un cammino ancora vergine.