La prima immagine della terra vista dallo spazio lontano
Viviamo su un pianeta bellissimo, un “piccolo punto blu a spasso nell’universo nella più vasta arena cosmica”. Con queste parole, Carl Sagan avrebbe descritto la prima immagine del nostro pianeta, inviata il 14 febbraio del 1990 dalla sonda Voyager I durante la sua odissea nello spazio. Una di quelle immagini che avrebbe fatto la Storia, e Sagan lo sapeva: proveniva infatti da sei miliardi di chilometri di distanza, ben oltre l’orbita di Nettuno. Pur di ottenere quella singola, incredibile, immagine del nostro pianeta Sagan fece pressione sulla NASA per dieci anni, perché era convinto che le persone dovessero conoscere; e che, quell’immagine, potesse raccontare all’umanità molto più di tante parole… di quanto fossimo piccoli rispetto ai grandi misteri dell’Universo, e perché occorresse allora studiare gli intimi meccanismi della Vita sulla Terra, e più in generale nello spazio.
Vita, studi e pensieri di uno scienziato planetario
Carl Edward Sagan nacque nel quartiere di Brooklyn, New York, il 9 novembre 1934, da una famiglia ebrea di origine russa. Dopo aver frequentato le scuole locali, a soli 16 anni si iscrisse all’Università di Chicago, dove si laureò in fisica, per poi conseguire il dottorato in Astrofisica nel 1960, sotto la supervisione di celebri scienziati come Gerard Kuiper. Astronomo, astrofisico, divulgatore scientifico, appassionato di cultura orientale e dell’arte in generale, lavorò prima allo Smithsonian Astrophysical Observatory, quindi fu consulente per alcune delle più importanti missioni spaziali della NASA, tra cui le celebri Mariner, Viking, Voyager e Galileo.
Il contributo che Sagan ha dato alla Scienza ha influenzato profondamente il modo in cui, ancora oggi, l’umanità vede l’universo (tra le molte intuizioni, fu il primo a proporre uno studio in base al quale le alte temperature di Venere, 500 °C, fossero il risultato di un effetto serra incontrollato, ipotesi poi confermata dalla sonda Mariner 2).
Affascinato dagli studi per la scoperta di eventuali forme di vita intelligenti extraterrestri, fu uno dei creatori del progetto SETI (Search Extra Terrestrial Intelligence). Per Sagan una delle domande più profonde dell’umanità era: “Siamo soli nell’universo?”.
Non a caso fu tra i fondatori dell’Esobiologia, la disciplina scientifica che si occupa della ricerca della vita nello spazio, dall’individuazione dei prerequisiti ai possibili ambienti per la sua evoluzione. E per questo era convinto che bisognasse sensibilizzare l’opinione pubblica all’importanza del progresso scientifico e tecnologico.
Uno dei progetti più emblematici in tal senso fu il coordinamento del programma per l’invio dei messaggi dallo spazio: le Placche Pioneer e i Dischi d’Oro delle sonde Voyager, artefatti pensati come messaggi per eventuali civiltà extraterrestri, contenenti informazioni sulla Terra e sulla specie umana.
Per Sagan infatti la civiltà umana andava riconsiderata su scala interplanetaria. Riprendendo le parole del suo discorso a seguito dell’immagine scattata dalla sonda Voyager I (vedi sotto il testo completo) si intuiscono ancora oggi i riverberi di una posizione scientifica e, allo stesso tempo, così empatica nei confronti di tutte le forme di vita. Persino aliene, per certi versi, dato che, secondo l’astrofisico noi stessi siamo “creature fatte di polvere e detriti cosmici”.
L’opera di divulgazione scientifica
Sagan era convinto che la Scienza dovesse essere alla portata di tutti. Per questo il suo lavoro di divulgatore si concentrò ben presto sullo spiegare concetti difficili in modo semplice, “dovevi toccare il cuore tanto quanto la mente”, solo così le persone li avrebbero capiti.
Nella primavera e nell’autunno del 1976, Sagan e l’amico B. Gentry Lee (allora direttore dell’analisi dati e pianificazione della missione Viking) decisero di produrre una serie TV di tredici episodi, che parlasse di Astronomia, con una prospettiva umana più ampia.
Da questa idea nacque un progetto di tre anni chiamato Cosmos. La serie TV raggiunse un pubblico globale stimato di cinquecento milioni di persone in sessanta Paesi, un risultato straordinario per un programma televisivo scientifico, rappresentando un punto di svolta per la divulgazione scientifica (in Italia, dal 1981 al 1989 Piero Angela con “Quark – Viaggi nel mondo della scienza” portò nelle case di tutti gli italiani le meraviglie e i misteri più incredibili della Scienza).
Nel 1978, con il libro “I draghi dell’Eden: considerazioni sull’evoluzione dell’intelligenza umana” grazie alla sua enorme capacità di ibridare studi in antropologia, biologia evolutiva, psicologia e informatica Sagan vinse il Premio Pulitzer per la saggistica. Nel 1980, assieme ai colleghi Louis Friedman e Bruce Murray, fondò la Planetary Society, un’organizzazione che, oggi, conta migliaia di appassionati di spazio ed esplorazione del Sistema Solare.
Nel 1985 pubblicò il romanzo di fantascienza Contact, nel quale un misterioso messaggio dallo spazio che conteneva le istruzioni per costruire un mezzo di trasporto intergalattico, aprendo di fatto la strada al primo incontro con una civiltà aliena. Il libro ebbe così tanto successo da diventare un film, diretto da Robert Zemekis, e con interprete principale Jodie Foster.
L’ultimo libro pubblicato in vita da Carl Sagan, Il mondo infestato dai demoni, è invece una sorta di testamento spirituale in cui l’autore mette in guardia l’umanità dal proliferare di un nuovo scetticismo nei confronti della Scienza (la pubblicazione risale al 1995). Dopo la sua morte, per leucemia nel 1996, molti progetti si sono ispirati alla sua figura, tra questi il Carl Sagan Center, un centro di ricerca che ospita esperti e scienziati specializzati in campi diversi, accomunati dall’obiettivo di esplorare e comprendere la possibilità di vita extraterrestre. Una delle guide principali del CSC è “l’equazione di Drake”, sviluppata dall’astrofisico Frank Drake nel 1961, fornisce una stima possibile del numero di civiltà extraterrestri presenti (o meno) nella nostra galassia con cui potremmo entrare in contatto, attraverso la ricerca e l’invio di segnali nello spazio.
Di Carl Sagan ci rimangono oltre 600 pubblicazioni, oltre a una passione sempre a servizio della divulgazione scientifica. A distanza di trent’anni non possiamo che stupirci di fronte alla sua grande sensibilità per certi temi, e per aver intuito che la Scienza sarebbe stata messa sotto attacco, dai nuovi e vecchi negazionismi così come da chi propugna tesi antiscientifiche.
Il più grande lascito però di questo astrofisico è l’aver compreso quale sia il nostro posto, non solo nel mondo: viviamo su un piccolissimo granello di polvere cosmica a spasso nell’universo. La Terra ci dice Sagan, al momento, è l’unica casa che abbiamo. Siamo co-abitanti di un pianeta bellissimo, del quale dobbiamo prenderci cura, ridimensionando al contempo l’importanza che diamo alla nostra specie, e guardando con attenzione ed empatia a tutte le altre forme di vita, conosciute e (chissà) anche, per ora, sconosciute.
Nel 1994, Sagan pubblicò il libro Pale Blue Dot: A Vision of the Human Future in Space, in cui inserì la sua profonda riflessione a commento della foto scattata nel 1990 dalla sonda Voyager I:
Da questo distante punto di osservazione, la Terra può non sembrare di particolare interesse. Ma per noi, è diverso. Guardate ancora quel puntino. È qui. È casa. È noi. Su di esso, tutti coloro che amate, tutti coloro che conoscete, tutti coloro di cui avete mai sentito parlare, ogni essere umano che sia mai esistito, hanno vissuto la propria vita. L’insieme delle nostre gioie e dolori, migliaia di religioni, ideologie e dottrine economiche, così sicure di sé, ogni cacciatore e raccoglitore, ogni eroe e codardo, ogni creatore e distruttore di civiltà, ogni re e plebeo, ogni giovane coppia innamorata, ogni madre e padre, figlio speranzoso, inventore ed esploratore, ogni predicatore di moralità, ogni politico corrotto, ogni “superstar”, ogni “comandante supremo”, ogni santo e peccatore nella storia della nostra specie è vissuto lì, su un minuscolo granello di polvere sospeso in un raggio di sole. La Terra è un piccolissimo palco in una vasta arena cosmica.
Pensate ai fiumi di sangue versati da tutti quei generali e imperatori affinché, nella gloria e nel trionfo, potessero diventare per un momento padroni di una frazione di un puntino. Pensate alle crudeltà senza fine inflitte dagli abitanti di un angolo di questo pixel agli abitanti scarsamente distinguibili di qualche altro angolo, quanto frequenti le incomprensioni, quanto smaniosi di uccidersi a vicenda, quanto fervente il loro odio. Le nostre ostentazioni, la nostra immaginaria autostima, l’illusione che noi abbiamo una qualche posizione privilegiata nell’Universo, sono messe in discussione da questo punto di luce pallida. Il nostro pianeta è un granellino solitario nel grande, avvolgente buio cosmico. Nella nostra oscurità, in tutta questa vastità, non c’è alcuna indicazione che possa giungere aiuto da qualche altra parte per salvarci da noi stessi.
La Terra è l’unico mondo conosciuto che possa ospitare la vita. Non c’è altro posto, per lo meno nel futuro prossimo, dove la nostra specie possa migrare. Visitare, sì. Colonizzare, non ancora.
Che ci piaccia o meno, per il momento la Terra è dove ci giochiamo le nostre carte. È stato detto che l’astronomia è un’esperienza di umiltà e che forma il carattere. Non c’è forse migliore dimostrazione della follia delle vanità umane che questa distante immagine del nostro minuscolo mondo. Per me, sottolinea la nostra responsabilità di occuparci più gentilmente l’uno dell’altro, e di preservare e proteggere il pallido punto blu, l’unica casa che abbiamo mai conosciuto.