Da diversi anni la nascita di nuovi bambini nella capitale sudcoreana Seul è vista come un evento quasi da celebrare, specialmente con un tasso di fecondità che era sceso sotto 0,6 figli per donna e un profondo mutamento culturale che ha visto il sorpasso delle vendite dei passeggini per animali rispetto a quelli per i figli. Ma quello che sembra un lontano scenario distopico sta diventando la realtà per numerose nazioni avanzate, compresa l’Italia, dove regioni come la Sardegna sono scese sotto il tasso di 1 figlio per donna. Pur con alcune decisive differenze legate all’area mediterranea, le dinamiche demografiche di lungo corso stanno spingendo la penisola verso uno scenario sudcoreano e determineranno drastici cambiamenti per la nostra società.
Un’Italia vecchia e paralizzata?
L’evidente fallimento delle recenti politiche familiari1 e l’assenza di un dibattito strutturato sulla crisi demografica italiana fanno presagire che nei prossimi 10 anni non si vedrà alcuna sostanziale correzione dei trend in corso, ma probabilmente un loro progressivo peggioramento. Se l’età media della popolazione è salita a 47,1 anni nel 2025, collocandoci al primo posto come Paese più anziano d’Europa, nel 2035 saremo quasi sicuramente sopra i 50 anni per via delle nascite in continuo calo: dalle 355.000 attuali alle possibili 250.000 o inferiori. Indipendentemente dalle politiche governative, la persistente trappola demografica2, la precarietà economica dei giovani lavoratori, un welfare limitato e disfunzionale, la fuga di molti professionisti all’estero, l’incremento del malessere psicologico di massa, fino alle difficoltà relazionali della generazione Z, impediranno la formazione di numerose famiglie e quindi la ripresa decisiva delle nascite.
Con una popolazione sempre più anziana e la sistematica riduzione dei giovani, l’Italia del 2035 sarà una nazione a chiazze con squilibri interni difficilmente gestibili; il nuovo triangolo industriale del Nord Italia (Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto), che tutt’ora sta assorbendo gli ultimi flussi interni provenienti dalle regioni del Sud e gran parte dei flussi migratori extra-europei diretti in Italia, rimarrà quasi sicuramente il principale polo economico, con pesanti disuguaglianze alimentate dalla gentrificazione e dalla concentrazione di ricchezza nei ceti apicali, in larga parte anziani. Alcune province, fra le tante avviate verso un probabile declino irreversibile e il sostanziale abbandono istituzionale, saranno riconvertite in lande turistiche a basso valore aggiunto con forse un parziale ripopolamento operato da forestieri occidentali e dai migranti provenienti da Africa e Asia.
Ma oltre allo sbilanciamento territoriale, la società italiana sarà costretta ad affrontare un notevole invecchiamento della forza lavoro, che rallenterà ancora di più il grado di innovazione e competitività delle imprese. Il mercato del lavoro sarà flagellato dai bassi salari, dall’incremento del mismatch operativo fra giovani assunti e dirigenti anziani, a cui si va sommare il problema di una generazione, come quella nata dagli anni ’80 in poi, che dovrà farsi carico dei genitori anziani in un contesto socio-sanitario sottoposto a fortissime pressioni.
Nel 2035 le coorti demografiche più numerose della Repubblica (fascia attuale fra i 50 e i 65 anni d’età) impatteranno notevolmente sui servizi del Sistema Sanitario Nazionale e sul sistema pensionistico-assistenziale, che teoricamente supererà il 16% del Pil e i 330 miliardi di euro di spesa pubblica. Una situazione mai osservata prima, non contemplata da un modello di sviluppo ancora tarato sulle impostazioni generali del secolo scorso. Oltre a tutto questo vi sarà anche la naturale spinta verso un “conservatorismo” culturale deteriore, improntato a rimirare un passato scomparso da tempo che deprimerà ancora di più le rimanenti forze vitali, rendendo il Paese incapace di adattarsi ai cambiamenti storici in atto. In sintesi un’Italia vecchia, frammentata, culturalmente spenta, fatta eccezione per qualche “isola” ancora funzionante, che dovrà comunque elaborare delle politiche per governare le decine di milioni di persone residenti.
L’imprevedibilità dei mutamenti globali
Se da una parte i trend attuali fanno presupporre uno scenario assai complicato e turbolento, dall’altra i rapidi cambiamenti dettati dallo sviluppo mondiale rendono assai arduo ipotizzare la reale situazione nazionale nell’anno 2035. La stessa struttura demografica italiana, considerati i potenziali genitori della Gen Z, dovrebbe teoricamente presentare nei prossimi anni un rallentamento o uno stop del calo delle nascite3. Ma su queste proiezioni pesa l’incognita dei mutamenti socio-culturali in corso e l’intrecciarsi di pericolose crisi sistemiche (ambientali, geopolitiche, economiche, etc.)
Nel caso l’Italia dovesse subire ulteriori shock esterni, un prossimo governo potrebbe essere tentato dall’incrementare drasticamente i flussi migratori per stabilizzare in qualche modo la demografia interna, accelerando le dinamiche multietniche già in corso. Il malessere psicologico di massa e la pervasiva solitudine potrebbero anche spingere le nuove generazioni a recuperare alcune aree in via di spopolamento, ricreando delle comunità abitative più coese, non più basate sui legami parentali.
Nel periodo successivo a quello ipotizzato (la decade fra il 2036 e il 2045), tutti questi trend sembrano concretamente destinati a un’ulteriore accelerazione a causa della piramide demografica rovesciata. Forse l’implementazione del combinato tecnologico “intelligenza artificiale + automazione” frenerà alcuni aspetti negativi, ma un radicale cambiamento delle istituzioni, e dei consolidati usi e costumi elaborati dal dopoguerra, appare ormai inevitabile.
Note
- Audizione dell’INPS sugli effetti della transizione demografica, 10 aprile 2025, p. 5
- La riduzione delle nuove coorti femminili finisce per innescare un’automatica spirale al ribasso, venendo a mancare le future madri per stabilizzare numericamente la popolazione
- Le ultime proiezioni demografiche ISTAT ipotizzano una stabilizzazione o un aumento delle nascite per i prossimi anni. Ma dal 2008 le suddette proiezioni sono state sistematicamente smentite dalla realtà, anche negli scenari predittivi più negativi