Il teatro energetico

Perché la narrativa “tagliare il petrolio a basso costo alla Cina” è marketing politico più che strategia geopolitica.

Autore

Domenicantonio De Giorgio

Data

17 Marzo 2026

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7' di lettura

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17 Marzo 2026

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Negli anni 2025 e 2026 la politica estera americana è stata raccontata al pubblico con una narrazione estremamente semplice e potente: gli Stati Uniti avrebbero finalmente colpito uno dei pilastri nascosti della potenza economica cinese, cioè l’accesso a petrolio scontato proveniente da paesi sanzionati come Iran e Venezuela. Le operazioni militari e diplomatiche — dal cambio di regime in Venezuela all’operazione militare contro l’Iran fino alla crisi diplomatica con la Groenlandia — sono state presentate come parte di una strategia coerente: la cosiddetta Energy Dominance1, ovvero l’uso della superiorità energetica americana per ridisegnare gli equilibri geopolitici globali.

La promessa implicita era chiara: togliendo alla Cina la possibilità di acquistare greggio a prezzi di saldo dai paesi sotto sanzioni occidentali, Washington avrebbe indebolito la macchina industriale di Pechino senza dover ricorrere a lunghe occupazioni militari o guerre tradizionali.

È una storia che funziona molto bene a livello politico. È semplice, intuitiva e si presta perfettamente ai titoli dei media. Il problema è che, se si analizzano i dati energetici reali, questa narrativa non regge. La quota di petrolio proveniente da paesi sanzionati che alimenta l’economia cinese è estremamente limitata: nell’ordine del 2–2,5% del consumo energetico totale del paese. Una quantità troppo piccola per rappresentare una vera vulnerabilità strategica.

In altre parole, ciò che è stato presentato come un colpo decisivo contro l’economia cinese appare, alla luce dei numeri, più come una mossa simbolica che come una strategia realmente efficace.

La “bugia a fin di bene” dell’ordine internazionale

Per capire come si sia creato il sistema che ha permesso alla Cina di comprare petrolio scontato bisogna tornare alla struttura dell’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Questo sistema si fonda su un presupposto formale2: tutti gli Stati sono sovrani e uguali, e le regole multilaterali — comprese le sanzioni — si applicano a tutti allo stesso modo.
In realtà questa è, per molti versi, una finzione funzionale, una “bugia a fin di bene”.

I paesi occidentali tendono ad applicare le sanzioni con grande disciplina, mentre altri attori geopolitici, soprattutto le grandi potenze non occidentali, possono permettersi di ignorarle o aggirarle. In questo contesto la Cina è diventata il compratore di ultima istanza per le materie prime provenienti da paesi sotto sanzioni: petrolio iraniano, venezuelano, russo o minerali provenienti da economie isolate.

Il meccanismo è semplice. Quando l’Occidente impone sanzioni, una parte del mercato mondiale smette di comprare quel prodotto. Il prezzo scende e qualcuno compra comunque. Spesso quel qualcuno è la Cina3.

Già nel 2022, subito dopo le prime sanzioni energetiche contro la Russia, era chiaro4 che il petrolio russo avrebbe iniziato a fluire verso l’Asia con forti sconti. India e Cina hanno colto l’opportunità quasi immediatamente. Il risultato è stato paradossale: l’Occidente ha sopportato i costi economici delle sanzioni, mentre l’Asia ha beneficiato dei prezzi ridotti.

Ma Pechino non si è limitata a sfruttare passivamente questa situazione. Ha costruito negli anni un’infrastruttura finanziaria e industriale progettata proprio per monetizzare queste opportunità.

Un esempio emblematico è il contratto futures sul petrolio denominato in yuan5 lanciato alla Shanghai Futures Exchange nel 2018. Le specifiche di consegna del contratto includevano tipi di greggio compatibili con le raffinerie cinesi — come Dubai, Oman o Basrah Light — mentre il petrolio shale statunitense ne era escluso. Non si trattava di un dettaglio tecnico, ma di una scelta geopolitica incorporata nelle regole del mercato.

A questa infrastruttura finanziaria si è aggiunta una rete logistica opaca fatta di raffinerie indipendenti (“teapots”) e flotte di petroliere ombra che permettono di rietichettare o rimescolare le origini del petrolio. Un esempio evidente è il caso della Malesia, che in alcuni momenti è risultata improvvisamente tra i principali “esportatori” di greggio verso la Cina — pur non producendo quantità sufficienti a giustificare tali volumi.

I numeri che ridimensionano la narrativa

Anche se si accetta l’idea che interrompere le forniture scontate possa danneggiare la Cina, i numeri mostrano che l’impatto reale sarebbe limitato.

Il petrolio rappresenta circa il 18–20% del consumo energetico totale cinese, mentre il carbone continua a costituire oltre la metà del mix energetico. Negli ultimi anni, inoltre, le energie rinnovabili stanno crescendo molto rapidamente, coprendo gran parte dell’aumento della domanda di elettricità.

Nel 2025 la Cina ha importato circa 11,5 milioni di barili di petrolio al giorno. Di questi, tra 1,4 e 1,6 milioni provenivano dall’Iran e tra 0,4 e 0,6 milioni dal Venezuela. Anche sommando queste due fonti, il totale rappresenta solo una parte delle importazioni complessive e una frazione ancora più piccola del fabbisogno energetico totale del paese.

Se si considera l’intero consumo energetico cinese, il contributo di questi barili sanzionati scende appunto a circa 2–2,5%.

Ma c’è un ulteriore elemento che ridimensiona l’impatto: gran parte di questo petrolio non viene utilizzato direttamente nell’economia domestica cinese. Spesso viene raffinato e trasformato in prodotti petroliferi destinati all’esportazione — benzina, diesel o carburante per aerei. In questo modo la Cina sfrutta lo sconto sul greggio per ottenere margini industriali più elevati nel commercio internazionale di prodotti raffinati.

Il petrolio sanzionato è quindi più una opportunità commerciale che un pilastro energetico dell’economia cinese.

È chiaro ovviamente anche a noi che non già la rimozione dello “sconto” sul petrolio (e diluenti) provenienti dall’Iran bensì il quasi totale blocco6 al traffico commerciale nel braccio di mare dello stretto di Hormuz indotto dall’operazione israelo-statunitense Epic Fury dal 28 Febbraio 2026 rappresenti un problema di scala radicalmente maggiore, tanto per la Cina7 che per l’intero scacchiere del Lontano Oriente, vitalmente agganciato alle forniture energetiche provenienti dai Paesi che si affacciano sul Golfo Persico.

Le vere basi della potenza industriale cinese

Se il petrolio scontato non è il cuore della potenza economica cinese, allora quali sono i suoi veri pilastri?

Il primo è la delocalizzazione industriale8 occidentale degli ultimi quarant’anni. Aziende europee e americane hanno trasferito in Cina non solo la produzione ma anche tecnologia, competenze e intere catene di approvvigionamento. Questo trasferimento ha creato un ecosistema industriale che continua a generare vantaggi competitivi cumulativi.

Il secondo pilastro è la politica industriale finanziata dal debito9. Il debito totale del settore non finanziario cinese10 ha raggiunto livelli intorno al 265–300% del PIL. Questo sistema di credito diretto dallo Stato ha permesso di creare enormi capacità produttive in settori strategici come pannelli solari, batterie, veicoli elettrici, acciaio e cantieristica navale.

Il terzo pilastro è l’energia domestica a basso costo, soprattutto il carbone11. Con oltre il 60% del mix energetico basato su questa fonte, la Cina può sostenere un sistema industriale energivoro a costi relativamente contenuti. Parallelamente sta costruendo la più grande capacità rinnovabile del mondo, rafforzando ulteriormente la sicurezza energetica del paese.

In questo contesto il petrolio — e ancor più quello proveniente da paesi sanzionati — è solo un elemento marginale.

La promessa mancata della “Energy Dominance”

La strategia dell’Energy Dominance avrebbe potuto seguire una strada diversa. Gli Stati Uniti hanno effettivamente acquisito negli ultimi anni una straordinaria capacità energetica grazie alla rivoluzione dello shale12: la produzione petrolifera è passata da circa 5,5 milioni di barili al giorno a oltre 13 milioni, mentre quella di gas naturale è cresciuta in modo simile.

Questa abbondanza avrebbe potuto essere usata come leva diplomatica: fornire energia agli alleati, stabilizzare i mercati e ridurre l’influenza di fornitori ostili.

Tuttavia la realtà del sistema energetico americano è più complessa. Gli Stati Uniti sono grandi esportatori di prodotti petroliferi raffinati, ma continuano a importare13 alcuni tipi di greggio — in particolare quelli pesanti e ad alto contenuto di zolfo14 che molte raffinerie americane sono progettate per lavorare.

In altre parole, l’indipendenza energetica americana è reale ma parziale. La struttura del commercio petrolifero globale resta altamente interconnessa.

Conclusione: teatro geopolitico e costi reali

La narrativa secondo cui colpire Iran e Venezuela significherebbe privare la Cina di una fonte cruciale di energia è, in larga misura, una semplificazione politica.

Il petrolio sanzionato rappresenta solo una piccola frazione del sistema energetico cinese. Anche eliminandolo completamente, l’impatto sull’economia di Pechino sarebbe limitato.

Nel frattempo le operazioni militari e diplomatiche associate a questa strategia hanno comportato costi reali: tensioni con gli alleati, aumento dei rischi geopolitici e spese finanziarie significative.

La realtà è che le fondamenta della potenza economica cinese — debito industriale, catene di approvvigionamento globali, energia domestica e pianificazione statale — restano sostanzialmente intatte.

Il rischio, quindi, è che una strategia costruita su una narrativa politicamente efficace ma empiricamente fragile produca soprattutto teatro geopolitico, senza incidere davvero sugli equilibri strutturali del potere globale.

La durata e l’intensità degli effetti della guerra armata apertasi con l’operazione Epic Fury tra un Iran che fronteggia il proprio rischio esistenziale in uno scacchiere mediorientale sempre più ebolliente renderanno gli esiti di questo quadro ancora più drammatici.

Note

  1. Al riguardo: Dal ‘vital interest’ alla ‘energy dominance’, D. De Giorgio, M. Frenza Maxia, 23 Settembre 2025, “Equilibri Magazine”, link
  2. Post su X di D. De Giorgio, 3 gennaio 2026
  3. Post su X di D. De Giorgio, 14 agosto 2024
  4. Post su X di D. De Giorgio, 15 marzo 2022
  5. D. De Giorgio, Cosa dice al mondo la nascita del derivato cinese sul petrolio, 28 Marzo 2018, “Forbes Italia”, link.
  6. Passage through the strait of Hormuz during war will be under Iran’s control, Revolutionary Guards say, 5 marzo 2026, “in-cyprus”, link
  7. J. Saul e M. Rashad, China in talks with Iran to allow safe oil and gas passage through Hormuz, sources say, 5 marzo 2026, “Reuters”, link
  8. Post su X di D. De Giorgio, 19 settembre 2022
  9. Post su X di D. De Giorgio, 18 dicembre 2025
  10. Post su X di A. Demarais, 22 ottobre 2024
  11. Energy consumption by source, China, “Our World in Data”, link
  12. Post su X di D. De Giorgio, 9 dicembre 2023
  13. Post su X di D. De Giorgio, 5 gennaio 2026
  14. D. De Giorgio, A. Paltrinieri, Gli Stati Uniti sono impermeabili all’embargo sul petrolio russo?, 18 Maggio 2022, “Rivista Energia Blog”, link
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