Che ruolo potrà ritagliarsi il nostro Paese in un continente in ascesa, economica e demografica, e in cui il potere militare è ancora una variabile cruciale nei rapporti? Pregi e limiti della “terza via” italiana all’Africa.
Nel lontano 1911 il Regno d’Italia diede il via alla guerra italo-turca, acquisendo nell’arco di un anno il controllo delle regioni nordafricane della Tripolitania e della Cirenaica. Esattamente un secolo dopo la guerra civile libica e l’intervento della NATO posero simbolicamente fine alla sfera d’influenza italiana in Libia, permettendo successivamente l’ingresso delle forze militari turche e russe nella regione.
Le traumatiche vicende libiche costituiscono uno dei tanti esempi del travagliato rapporto fra l’Italia e l’Africa, passato da un tardo colonialismo fallimentare a un passivo ruolo minore, privo di chiare strategie, nonostante l’enorme importanza del continente a sud del Mediterraneo. Solo negli ultimi anni si è assistito a una ripresa dei rapporti ai massimi livelli con alcune nazioni africane, ma all’interno di un contesto in rapido cambiamento che porrà sfide significative per tutto il secolo.
Un continente in ascesa
Dopo la fine della guerra fredda l’Africa era stata considerata dagli europei come un territorio perduto, dilaniato da continui conflitti armati e un persistente sottosviluppo economico. Tanto che nel 2000 l’Economist l’aveva definito un continente privo di speranze. Ma il successivo ingresso della Cina e una serie di mutamenti dettati dalla globalizzazione hanno innescato un diverso ciclo di sviluppo, con la creazione di nuovi network industriali, logistici ed economici, una nascente borghesia in alcune aree della regione e la presa di coscienza delle potenzialità continentali da parte di alcuni leader nazionali.
Soprattutto, l’Africa è tornata al centro della competizione multipolare fra le varie potenze, non solo per i suoi immensi giacimenti di materie prime, ma anche per la concreta possibilità di una prolungata crescita economica favorita dal “dividendo demografico”. L’età media è infatti inferiore ai 20 anni, con una popolazione che dovrebbe crescere fino a 2,5 miliardi di persone entro il 2050. Un fattore rilevante per i futuri equilibri planetari, specialmente in un quadro dominato dall’inverno demografico in accelerazione che sta attanagliando numerose nazioni avanzate e in particolare i Paesi europei, dove risiedono alcune delle popolazioni più anziane del globo.
I continui flussi migratori hanno posto in allarme le classi dirigenti dell’Unione Europea, ma allo stesso tempo sono stati uno dei fattori determinanti per l’elaborazione di nuove politiche di sviluppo (inserite nel progetto Global Gateway) con una serie di investimenti infrastrutturali a lungo termine.
Il progressivo ritorno in azione del vecchio continente, insieme al maldestro tentativo di preservare alcuni rapporti figli dell’epoca coloniale, si scontra però con le nuove dinamiche innescate dalle potenze regionali, in particolare quelle mediorientali (Israele, Turchia, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita), oltre che con il ruolo assertivo espresso dalle leadership russe e cinesi, interessate ad ampliare la loro sfera d’influenza a danno di quelle occidentali. Soprattutto la regione del Sahel, il Corno d’Africa e l’area connessa alla Repubblica Democratica del Congo, sono al centro di estesi conflitti dove il peso europeo è sempre più compromesso.
La nuova strategia italiana
In questo magmatico scenario l’Italia ha provato a inserirsi con una politica differente, lontana dagli interventi militari guidati dai mercenari russi o mediorientali, e dagli enormi investimenti cinesi, ricercando una terza via, basata sulle partnership locali paritarie, su nuove collaborazioni economiche con al centro il tessuto imprenditoriale delle PMI, sulla formazione di personale specializzato e lo scambio di know-how. Il tutto inserito nella cornice del Piano Mattei, grazie a una mobilitazione iniziale di 5,5 miliardi di euro fra investimenti pubblici e privati, in connubio con una strategia che è arrivata a coinvolgere 14 Paesi africani.
Ma se da una parte l’Italia è tornata ad avere un ruolo attivo in alcune zone del continente, dall’altra il Piano è ancora agli albori rispetto alle politiche esercitate da altre nazioni. Molteplici difficoltà stanno incontrando le nostre imprese nei finanziamenti e nelle pratiche burocratiche, così come risultano ancora poco chiari i risultati che potrebbero derivare da progetti come il Corridoio di Lobito o da altri investimenti nell’Africa subsahariana.
Viene inoltre da chiedersi quanto potrà “pesare” il nostro Paese in un contesto regionale dove la forza militare costituisce una variabile decisiva nei rapporti di forza fra gli attori geopolitici presenti. Gli stessi fondi per le politiche ambientali, visto l’impatto del cambiamento climatico nel Sahel e in altre aree a rischio, sono assolutamente insufficienti per garantire una protezione alla popolazione locale con efficaci misure di adattamento.
Allo stato attuale le politiche italiane risultano ancora troppo deboli e limitate, prive di una visione complessiva votata alla stabilizzazione dell’area mediterranea e alla creazione di filiere a medio raggio al riparo dalle varie crisi sistemiche. Inoltre l’attenzione del dibattito pubblico sul tema è quasi assente. Cosa assai pericolosa, visto che l’Africa giocherà un ruolo decisivo per l’Italia e il mar Mediterraneo nei prossimi decenni. Soprattutto nella seconda metà del XXI secolo, quando gli squilibri demografici e geopolitici raggiungeranno la massima ampiezza.