Tra energy dominance e dottrina Donroe

Il Venezuela come banco di prova della nuova strategia di sicurezza USA

Autore

Domenicantonio De Giorgio, Massimiliano Frenza Maxia

Data

27 Gennaio 2026

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27 Gennaio 2026

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A partire dal 3 gennaio 2026, gli sviluppi in Venezuela hanno segnato un punto di svolta nelle dinamiche geopolitiche ed energetiche globali, con l’intervento militare statunitense che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro e alla sua detenzione a New York per accuse di narco-terrorismo e traffico di stupefacenti.

Si tratta di un’operazione dal profilo di legalità quantomeno discutibile, annunciata dalla Casa Bianca come una misura necessaria per avviare una “transizione temporanea” sotto gestione americana, finalizzata a rilanciare l’industria petrolifera venezuelana e reinserirla nei circuiti energetici occidentali.

La dottrina Donroe

L’azione contro Caracas incarna, più di qualsiasi discorso ufficiale, l’evoluzione della dottrina energetica statunitense: dal paradigma della difesa degli interessi vitali a quello del dominio strategico delle risorse. Come già argomentato in una precedente analisi, la mossa di Trump si colloca nel superamento della Dottrina Carter del 1980, che identificava nel Medio Oriente il quadrante centrale per la sicurezza energetica americana, verso un approccio di energy dominance globale, reso possibile dalla rivoluzione dello shale ma integrato da una politica di presa diretta o indiretta delle risorse di quei paesi, come Venezuela e Iran, che alimentano l’apparato industriale cinese.

In questo senso, il 3 gennaio non rappresenta un episodio isolato ma la prima applicazione concreta di quella che Trump stesso ha ribattezzato “dottrina Donroe”: una reinterpretazione in chiave MAGA della Dottrina Monroe ottocentesca, adattata all’era delle competizioni strategiche globali, delle catene del valore e dei mercati energetici interdipendenti e, non secondariamente, al bisogno del presidente americano di porsi come perno del sistema mondiale.

Se la Dottrina Monroe del 1823 nasceva per tenere le potenze europee fuori dalle Americhe, la Donroe la riformula come mandato per riaffermare la supremazia statunitense sull’Emisfero Occidentale contro le potenze extra-emisferiche, in primis Cina e Russia, e per assicurare il controllo sui principali asset energetici e sulle materie prime critiche del continente.

Questa evoluzione è stata formalizzata nella National Security Strategy pubblicata a fine 2025, che introduce un vero e proprio “Trump Corollary” alla Dottrina Monroe: l’Emisfero americano deve tornare a essere una zona di esclusivo interesse strategico per Washington, in cui ai competitori esterni venga negato l’accesso alle risorse, alle infrastrutture e alle catene di approvvigionamento vitali. Nel testo della NSS si afferma esplicitamente che gli Stati Uniti reinterpreteranno e applicheranno la Dottrina Monroe per ristabilire la preminenza americana nel continente, contrastare l’influenza esterna e garantire il controllo degli asset energetici e critici.

In questo quadro, l’operazione in Venezuela segna la transizione da una logica di deterrenza a un paradigma di egemonia energetica e geoeconomica, in cui petrolio, gas e minerali diventano strumenti diretti di contenimento dell’ascesa cinese e di pressione sui partner-competitor europei.

Il paradosso dell’energy dominance: il vero interesse per Caracas e Teheran 

Ed è qui che emerge la contraddizione strutturale. L’intervento in Venezuela, infatti, smentisce paradossalmente la retorica dell’energy dominance proclamata da Trump, tema che abbiamo ampiamente trattato in una precedente analisi. Se gli Stati Uniti avessero realmente conseguito un’autosufficienza strategica, non avrebbero bisogno di occupare politicamente e militarmente uno dei maggiori bacini petroliferi del pianeta. A meno di non intendere la energy dominance in senso puramente domestico, capacità di alimentare l’economia americana, ma non in senso geopolitico perché, per condizionare Cina ed Europa serve controllare non solo il proprio petrolio, ma soprattutto quello altrui.

In questa chiave, il Venezuela non è un supplemento di sicurezza energetica per gli USA, ma una leva di potere sistemico sui flussi globali, chi controlla Caracas controlla una quota rilevante del petrolio che può essere negata, deviata o negoziata con Pechino e Bruxelles. La Donroe, più che un’estensione della Monroe, è quindi una dottrina di weaponization dell’energia.

Allo stesso modo, l’attenzione che Trump sta dedicando all’Iran non è in alcun modo realmente prodotta dall’idea di favorire un regime change verso un modello democratico, pluralista o filo-occidentale. Nella logica della dottrina Donroe e dell’energy dominance geopolitica, ciò che interessa a Washington non è la natura del regime, ma la sua negoziabilità strategica.

A Trump può andare benissimo rovesciare l’attuale leadership, Khamenei e il gruppo dirigente che ha costruito un asse strutturale con Cina e Russia, ma non l’impianto di potere della Repubblica islamica. Un Iran destabilizzato, frammentato o occidentalizzato sarebbe inutile dal punto di vista strategico. Ciò che serve è un Iran stabile, centralizzato e funzionale, ma disposto a rinegoziare l’uso delle proprie risorse energetiche dentro una cornice di pressione americana su Pechino.

In altri termini, Trump non cerca una “Teheran democratica”, ma una Teheran trattabile. Un Iran che continui a essere autoritario, nazionalista e islamico, ma che accetti di vendere petrolio e gas a condizioni che riducano la leva energetica cinese e, in prospettiva, aumentino la dipendenza europea da flussi controllati o condizionabili da Washington.

È esattamente la stessa logica vista a Caracas, non la liberazione del popolo venezuelano, ma la sostituzione di Nicolás Maduro con una figura capace di generare stabilità, come Delcy Rodríguez, che gli Stati Uniti hanno elevato a interlocutore legittimo, capace negoziare accordi energetici e di riaprire ai capitali occidentali.

La posta in gioco non è quindi la democrazia, ma il petrolio come strumento di guerra geoeconomica. Venezuela e Iran sono i due grandi serbatoi extra-occidentali che alimentano la crescita cinese, neutralizzarne l’autonomia significa colpire Pechino non con sanzioni, ma con la leva più potente del XXI secolo, quella dei flussi energetici.

Il petrolio venezuelano: annunci e realtà

Sin qui la cornice strategica. Il problema è che il dato di realtà offerto dal Venezuela è molto meno lineare della narrazione trumpiana. Le evidenze tecniche e industriali raffreddano l’entusiasmo sul potenziale petrolifero immediatamente sfruttabile del paese. Gli annunci post-intervento ignorano infatti vincoli geologici, degrado infrastrutturale e colli di bottiglia logistici che rendono improbabile una rapida riconversione del Venezuela in un sostituto efficace delle importazioni attuali.

Il risultato è che, dietro la retorica della rinascita energetica, riaffiora una verità più scomoda: l’economia americana rimane strutturalmente esposta alle dinamiche dei mercati globali del petrolio, e l’operazione venezuelana non è il segno della fine di quella vulnerabilità, ma il tentativo di gestirla con strumenti di potenza imperiale. Le riserve della cintura dell’Orinoco in Venezuela sono ritenute tra le più vaste al mondo. E già qui è necessaria una prima, doverosa precisazione dal momento che l’analisi dei dati sulle favolose riserve venezuelane (riferite come le più vaste al mondo in oltre i 300 miliardi di barili) solleva dubbi1 sulla loro affidabilità, mettendo in discussione la logica economica alla base dell’intervento statunitense stesso. In particolare, emerge un rischio di riferimento circolare e non verificato nella catena di reporting delle riserve stesse. I dati relativi alla loro valorizzazione originano infatti dalla PDVSA (la compagnia petrolifera statale venezuelana) da cui vengono auto-segnalati al governo, quindi all’OPEC (organismo di cui il Venezuela è membro) senza audit indipendenti, e infine citati da banche d’affari ed istituzioni finanziarie, creando un ciclo vulnerabile a manipolazioni. Inoltre, queste riserve sono state drammaticamente gonfiate durante la presidenza di Hugo Chávez (1999-2013) per motivi politici, al fine di accrescere il prestigio nazionale, ottenere quote più elevate nell’OPEC e attirare investimenti, passando da 60-80 miliardi di barili prima del 2005 ai già citati circa 300 miliardi attraverso revisioni al rialzo senza scoperte proporzionali o prove di fattibilità economica, specialmente per il petrolio extra-pesante e costoso dell’Orinoco; mantenere tali cifre evita imbarazzi e perdite di quote, ma la loro sovrastima indebolisce il valore strategico delle riserve come giustificazione per il cambio di regime, suggerendo che l’azione possa privilegiare il controllo geopolitico rispetto a guadagni energetici verificabili.

Il greggio extra-pesante venezuelano di gravità API intorno a 8-10 gradi condivide origini geologiche con i campi vicini del blocco Stabroek in Guyana2, derivanti da rocce del periodo cretaceo come la formazione “La Luna”. Eppure, le differenze sono sostanziali: mentre l’abbondante3 petrolio guyano è leggero e dolce, con costi di estrazione tra i 25 e i 35 dollari al barile grazie a produzioni convenzionali offshore, l’Orinoco richiede tecniche avanzate come il drenaggio assistito da vapore e la diluizione con nafta4, spingendo i costi storici a 30-40 dollari al barile o oltre sotto regimi di sanzioni e inefficienze. In uno scenario privo di restrizioni e con supervisione diretta di compagnie statunitensi, questi costi potrebbero ridursi del 20-50%, avvicinandosi a circa 40 dollari al barile5 per un’estrazione economicamente valorizzabile, ma solo attraverso investimenti in infrastrutture e tecnologie che richiamano i modelli storici di sviluppo, simili a quelli adottati in Arabia Saudita con Aramco, dove il know-how americano ha trasformato nei decenni concessioni in produzioni massive. 

Gli Stati Uniti importano annualmente circa 6,5 milioni di barili al giorno, di cui il 60% dal Canada6, prevalentemente greggio pesante acido insostituibile per le raffinerie del Midwest a causa di vincoli logistici e infrastrutturali. I dati dal 2019 al 2024 (Tabella 1) mostrano una dominanza di importazioni pesanti dal Canada, che rappresentano una quota significativa del totale, mentre il greggio leggero domestico da shale non compensa pienamente queste esigenze. 

Tavola 1: Importazioni annuali negli USA di petrolio Canadese (milioni di barili al giorno), disarticolati per qualità di petrolio, per incidenza sul totale delle importazioni per tipologia di petrolio e come incidenza sul totale del greggio complessivamente importato

Aumentare la produzione venezuelana dall’attuale livello inferiore a un milione di barili al giorno per colmare questo gap appare estremamente irrealistico nel breve termine, richiedendo non solo il superamento di barriere geologiche ma anche una riconfigurazione delle catene di fornitura. Questo sottolinea la falsità7 del mito di un’indipendenza energetica assoluta: nonostante gli Stati Uniti siano diventati il principale  produttore mondiale con 13 milioni di barili di petrolio (addirittura 23 milioni barili/giorno considerando anche i gli “Oil Liquids”) e 105 miliardi di piedi cubi di gas al giorno nel 2024, rimangono esposti a fluttuazioni dei prezzi intorno ai 60 dollari al barile e alle strategie dell’OPEC+ con la Russia.

L’intervento su Maduro del 3 Gennaio 2026 i cui esiti sul terreno sono ancora del tutto incerti8 riflette una strategia di pressione per accedere a risorse esterne, essenziale per completare il dominio energetico, ma evidenzia anche le alleanze tra stati ostili che hanno complicato tale obiettivo. Ad esempio, il sostegno iraniano alle raffinerie venezuelane tra il 2022 e il 2023, inclusi aiuti per ristrutturazioni in cambio di debiti stimati in 2 miliardi di dollari, rappresenta un esempio di cooperazione contro le restrizioni statunitensi, simile ai percorsi alternativi per il petrolio venezuelano diretti in Cina attraverso intermediari come la Malesia9 per aggirare le sanzioni elevate contro Caracas, che ha gestito flussi superiori alla propria produzione domestica. Tali dinamiche, accentuate da approcci oscillanti delle amministrazioni statunitensi, inclusi i tentativi di riavvicinamento con regimi autoritari e con lo stesso Maduro da parte dell’amministrazione Biden10 dopo l’invasione russa dell’Ucraina, rivelano fragilità strutturali: l’Europa dipende dal gas liquefatto americano11, mentre Cina12 e Russia controbilanciano attraverso accordi bilaterali in valuta locale e minacce di forniture a basso costo.

In definitiva, il cambiamento in Venezuela rafforza la spinta verso un dominio energetico coercitivo, ma le sfide geologiche dell’Orinoco, unite a dipendenze da importazioni pesanti e a reti di alleanze globali, impongono una prospettiva cauta. Senza risorse esterne ottenute con forza, la strategia di potenza energetica statunitense strategia rimane incompleta, in un contesto dove l’energia funge da leva geopolitica piuttosto che da garanzia di autonomia.

Note

  1. Venezuela’s Oil Reserves Are Probably Vastly Overstated”, Forbes, 1 Luglio 2016
  2. Guyana su cui peraltro lo stesso Maduro aveva in tempi recenti puntato il proprio demagogico faro, https://x.com/degiorgiod/status/1731384655360778724?s=20
  3. https://x.com/degiorgiod/status/1774074553443959101?s=20
  4. Non è un caso che significativi schemi di “baratto” siano stati in essere per decenni tra Rogue States come Venezuela ed Iran proprio per consentire al primo di approvvigionarsi dal secondo di diluenti ed elementi tecnici, generando per il secondo crediti commerciali per miliardi di dollari la cui esigibilità oggi risulta quanto meno precaria, innescando quindi una negativa reazione a catena sul regime fondamentalista degli ayatollah (https://x.com/ncitayim/status/2007552471812759808?s=20).
  5. https://x.com/degiorgiod/status/2007767057396564169?s=20
  6. https://x.com/degiorgiod/status/2008111345548296502?s=20
  7. Gli Stati Uniti sono impermeabili all’embargo sul petrolio russo”, 18 Maggio 2022, Rivista Energia
  8. https://x.com/degiorgiod/status/2007548290909516019?s=20
  9. https://x.com/degiorgiod/status/1814756347151278305?s=20
  10. Nel Marzo 2022 l’amministrazione Biden ha concesso alla statunitense Chevron una licenza speciale per proseguire nell’estrazione di greggio sul territorio venezuelano da indirizzare appunto verso gli USA(https://x.com/degiorgiod/status/1710635992879681981/photo/1) nel momento di massima pressione sanzionatoria dell’amministrazione democratica (https://x.com/degiorgiod/status/1710635992879681981?s=20) nei confronti di Mosca, impegnata nell’invasione armata dell’Ucraina.
  11. https://x.com/degiorgiod/status/1997029914701140438?s=20
  12. La Cina consuma circa 16milioni di barili di petrolio al giorno, importandone circa il 70% (~11milioni di barili/giorno). Le esportazioni venezuelane ad essa dirette sotto i consueti schemi di “Oil-for-Loans” hanno mediamente assommato negli ultimi cinque anni a circa il 2% del totale, o circa ~250mila barili/giorno nel 2024.
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