Pochissimi leader internazionali saprebbero descrivere nel dettaglio le decisioni prese al secondo round della COP 16 sulla biodiversità, che si è concluso a Roma il 27 febbraio. L’attenzione mediatica per il meeting multilaterale è stata ridotta ai minimi termini, in un periodo di declinante interesse per la crisi climatica-ambientale. Gli eventi geopolitici degli ultimi anni e la vittoria di Donald Trump hanno indebolito l’impegno profuso verso i piani ‘verdi’, con gravi conseguenze per la tutela della biodiversità.
Per lungo tempo la maggior parte delle iniziative sono state focalizzate sull’aumento delle temperature globali, sui tentativi di riduzione delle emissioni e le relative soluzioni green-tech. Mentre gli altri aspetti della crisi ambientale, dalla rapida alterazione degli habitat naturali all’inquinamento chimico, sono rimasti in secondo piano.
Oltre i limiti di sicurezza planetari
Questa curiosa ‘rimozione‘ dal dibattito pubblico di certe dinamiche planetarie riflette non solo la difficoltà a risolvere le esternalità negative del nostro modello di sviluppo, ma anche il timore ad affrontare gli aspetti oscuri del sistema industriale-tecnologico. Fra questi desta particolare preoccupazione proprio l’inquinamento da sostanze chimiche, che ha raggiunto livelli elevati in diverse aree del mondo e le cui nefaste conseguenze si riverbereranno sulle future generazioni.
L’industrialismo degli ultimi tre secoli ha consentito il grande sviluppo del settore chimico, che ha portato enormi benefici per la nostra specie. Ma ha comportato, allo stesso tempo, una vasta alterazione degli ecosistemi, dovuta al massiccio rilascio di agenti inquinanti. Si stima che l’umanità abbia sintetizzato più di 350.000 sostanze chimiche diverse e che ogni anno vengano prodotti migliaia di nuovi composti dalle nazioni industrializzate.
La grande accelerazione economica dalla fine della Seconda guerra mondiale ha determinato un aumento esponenziale di questa produzione, fino a oltrepassare negli ultimi anni uno dei cosiddetti limiti di sicurezza planetari (planetary boundaries). Si è passati così dal candido beneficio dei prodotti chimici, che usiamo nella vita di tutti i giorni, all’oscura e silenziosa minaccia che sta minando la vita di decine di milioni di persone: materie plastiche negli oceani, sul monte Everest o nelle placente. Sostanze chimiche persistenti e quasi impossibili da eliminare (PFAS) che stanno causando una serie di alterazioni nel nostro cervello. Componenti chimiche rilasciate nel suolo, nell’aria, nell’acqua, come i pesticidi, che colpiscono tutto il ciclo alimentare con conseguenze tuttora ignote sul lungo termine.
Le soluzioni adottate: poche e insufficienti
Un inquinamento planetario, sfaccettato, silenzioso, subdolo, che per troppo tempo ha suscitato scarsi allarmi e poche azioni concrete. Molti forse ricorderanno il disastro chimico di Bhopal, la grande battaglia contro l’insetticida DDT o l’impegno profuso ad eliminare i gas clorofluorocarburi (CFC) per ridurre il Buco nell’ozono. Eventi particolari, con al centro alcune sostanze specifiche, che hanno attivato azioni collettive e lo sviluppo di una legislazione ambientale atta a contenere i danni.
Ma nel caso dell’inquinamento chimico su scala globale non vi è stata la stessa celerità e impegno collettivo. Solo nel 2022 si è arrivati ad adottare il Kunming-Montreal Global Biodiversity Framework, che fra i vari target prevede la riduzione del rischio complessivo derivante da pesticidi e sostanze chimiche entro il 2030. Obiettivo al centro di estenuanti trattative, mentre i fondi per agire sul piano economico-industriale sono tuttora insufficienti. Pure l’adozione del trattato globale sulla plastica è rimasta per il momento lettera morta a causa dei veti incrociati, nonostante la produzione sia destinata ad aumentare del 70% entro il 2040.
I grandi vertici multilaterali, così come le politiche ambientali promesse dai vari Stati, si infrangono costantemente contro le logiche produttivistiche-commerciali del nostro modello di sviluppo. Non è un caso che il riscaldamento globale abbia suscitato molta più attenzione rispetto ad altre questioni ambientali.
Occhio non vede, percezione collettiva non duole
Le soluzioni proposte dai vertici internazionali (energie rinnovabili, elettrificazione, geoingegneria) rientrano nei paradigmi del Sistema, dove la crescita fossile verrà sostituita teoricamente da quella ‘verde’. Invece per quanto riguarda l’inquinamento chimico i sostituti tecnologici, dalle bioplastiche ad altri componenti, non sono così funzionali e rapidi da attuare. Inoltre, su questa gravissima questione pesa il problema della sfuggente percezione, ancora più evanescente rispetto a quella relativa alla crisi climatica.
L’agente chimico non è osservabile quasi mai in maniera chiara e diretta. La plastica che usiamo in casa non viene ritenuta una minaccia e le micro-plastiche che ritornano nel nostro stomaco, attraverso i prodotti ittici, non le notiamo a occhio nudo. I pericolosi effetti dell’inquinamento chimico si dispiegano su un lungo arco temporale e non sono sentiti in maniera diretta come un’alluvione o una desertificazione. Coloro che muoiono per le malattie causate dai prodotti chimici rientrano nelle fredde statistiche, ma non nella percezione collettiva della società.
Questa combinazione di fattori spiega la generale inazione di fronte alla minaccia planetaria delle sostanze chimiche. La quale dispiegherà i suoi effetti più negativi sulle generazioni Z, alpha e beta. Un oscuro lascito dello sviluppo moderno.