L’automedicazione negli animali è spesso difficile da documentare a causa delle difficoltà di previsione, ma in generale esistono prove diffuse di comportamenti come l’ingestione di intere foglie, la masticazione del midollo amaro e lo sfregamento del pelo nelle grandi scimmie africane, negli oranghi, nei gibboni dalle mani bianche e in diverse altre specie di scimmie in Africa, America centrale e meridionale e Madagascar. Per quanto ne sappiamo, esiste però una sola segnalazione di medicazione vera e propria delle ferite negli animali, in particolare negli scimpanzé.
Recentemente alcuni studiosi hanno osservato un orango di Sumatra maschio (Pongo abelii ) che ha riportato una ferita al viso. Tre giorni dopo la ferita, ha strappato selettivamente delle foglie di una liana dal nome comune Akar Kuning (Fibraurea tinctoria ), le ha masticate e poi ha applicato ripetutamente il succo risultante sulla ferita al viso. Come ultimo passaggio, ha coperto completamente la ferita con le foglie masticate. Presente nelle foreste tropicali del Sud-est asiatico, questa e altre specie di liana correlate sono note per i loro effetti analgesici, antipiretici e diuretici e sono utilizzate nella medicina tradizionale per trattare diverse malattie, come dissenteria, diabete e malaria.
Precedenti analisi di composti chimici vegetali mostrano la presenza di furanoditerpenoidi e alcaloidi protoberberinici, noti per le loro proprietà antibatteriche, antinfiammatorie, antimicotiche, antiossidanti e altre attività biologiche rilevanti per la guarigione delle ferite. Questo comportamento, potenzialmente innovativo, rappresenta il primo caso sistematicamente documentato di trattamento attivo delle ferite con una specie vegetale nota per contenere sostanze biologicamente attive da un animale selvatico e fornisce nuove informazioni sulle origini della cura delle ferite nell’uomo.
Per approfondire: Nature