Uno studio internazionale, pubblicato su BioRxIv, ha mappato per la prima volta il genoma dello squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus), il vertebrato più longevo al mondo, per comprenderne meglio i meccanismi molecolari che rendono possibile la sua straordinaria longevità.
«Esplorare le basi genetiche dell’enorme diversità della durata della vita nelle varie specie offre una prospettiva completamente nuova per indagare i meccanismi che consentono una longevità eccezionale» afferma Alessandro Cellerino, neurobiologo presso il FLI e la Scuola Normale Superiore (SNS) di Pisa. Solo pochi animali complessi possono vivere più a lungo degli esseri umani: un esempio sono le tartarughe giganti, come Jonathan, un esemplare di 191 anni attualmente residente a Sant’Elena. Questo record però è niente a confronto dello squalo della Groenlandia, che può raggiungere i 400 anni di vita.
Il sequenziamento dell’intero genoma del Somniosus microcephalus è stata un’operazione piuttosto complessa: con 6,5 miliardi di coppie di basi, infatti, il codice genetico dello squalo della Groenlandia è lungo il doppio di quello di un essere umano ed è il più grande tra le sequenze del genoma degli squali fino ad oggi conosciute. Oltre il 70% di tale genoma comprende elementi ripetitivi e spesso autoreplicanti, detti anche ‘egoisti’ perché non portano informazione e possono distruggere l’integrità di geni essenziali; nel caso dello squalo della Groenlandia, tuttavia, l’elevato contenuto di ripetizioni non sembra limitarne la durata di vita: al contrario, i ricercatori ritengono che l’espansione di tali elementi possa addirittura contribuire alla longevità di questa specie.
È stata poi individuata un’alterazione specifica nella proteina p53, nota anche come ‘guardiana del genoma’, che agisce come uno snodo fondamentale che coordina la risposta ai danni al DNA negli esseri umani e in molte altre specie. «Questa proteina è mutata in circa la metà di tutti i tumori umani ed è il più importante soppressore tumorale che conosciamo. Pertanto, è un gene essenziale per la longevità», afferma Steve Hoffmann, biologo computazionale del Fritz Lipmann Institute on Aging, «tuttavia, sono necessari ulteriori studi per dimostrare in che misura i cambiamenti della sequenza aminoacidica osservati nei geni critici favoriscano la loro funzione protettiva contribuendo all’eccezionale longevità di questi affascinanti animali».
Per approfondire: CNR