Per una scuola che guarda avanti

Autore

Marco De Rossi, Andrea Migliorini

Data

5 Settembre 2022

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5' di lettura

DATA

5 Settembre 2022

ARGOMENTO

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Nel dibattito degli ultimi due anni, di scuola si è parlato e scritto spesso. Ancora più spesso ci è capitato di leggere o sentire l’espressione didattica a distanza contrapposta a quella di didattica in presenza – come se quest’opposizione fosse uno stato di fatto, naturale. Ma siamo davvero sicuri che sia una dicotomia sostanziale e non soltanto formale? 

Partiamo dai numeri

Commentando i dati dello report pubblicato da Indire nel Dicembre del 2020, Christian Raimo sottolinea soprattutto una cosa: che sebbene durante l’emergenza pandemica le condizioni della scuola siano cambiate radicalmente, le metodologie didattiche sono rimaste le stesse. Prendiamo il dato che riguarda le scuole superiori. Il 73% dei docenti afferma di aver riproposto a distanza lo stesso metodo di didattica (frontale) utilizzato in classe. Il docente che spiega agli alunni i contenuti della lezione. Gli alunni che prendono appunti e poi vengono testati su quanto hanno imparato. Non c’è da stupirsi che questo metodo – nel contesto emergenziale – si sia rivelato ancora meno efficace del solito. Utilizzare però i dati delle recenti prove Invalsi (dove il 44% e il 51% degli studenti liceali non ha raggiunto i risultati minimi rispettivamente nelle prove di italiano e matematica) come argomento per screditare la didattica a distanza è abbastanza ambiguo. Se non contraddittorio – considerando che, innanzitutto, in questi mesi i ragazzi hanno perso molte ore di lezione e che, inoltre, già nel 2019 il 42% degli studenti prossimi all’esame di Maturità mostrava ampie lacune.

Questo dato, piuttosto, sposa un’altra tesi: ossia, che è la didattica frontale, in presenza o a distanza, a non essere efficace. In questo senso, basta dare uno sguardo ai tassi di dispersione scolastica in Italia (causata anche da altri fattori, è vero, ma che già prima della pandemia riguardava il 15% degli studenti) oppure ai risultati dei test PISA pubblicati nel 2018, in cui gli studenti italiani si erano classificati al 34esimo posto su 35 fra i paesi OCSE.

Didattica a distanza vs didattica in presenza

Creare due poli opposti, quindi – didattica a distanza vs didattica in presenza – è una mossa comoda soltanto a livello retorico. Si ha così l’impressione di combattere contro una pars destruens, quando in realtà nessuno supporta la didattica a distanza in sé: è lecito supportare, invece, una didattica più inclusiva e partecipativa – che gli strumenti digitali possono favorire. 

Insomma, il limite che emerge dopo due anni di pandemia non riguarda la didattica digitale. Che, anzi, poteva darci una mano. Riguarda invece la mancanza di formazione dei docenti, l’assenza di altre metodologie didattiche, la distanza (quella vera) tra il sistema scolastico e le necessità degli studenti. 

Un’occasione persa?

A questo punto è forse giusto porsi una domanda che aleggia su tutti noi: la didattica a distanza è stata un’occasione persa? Forse sì, ma attenzione: quella che si è persa non è solo la possibilità di utilizzare nuovi strumenti. Abbiamo perso altresì l’opportunità di sfruttare i linguaggi digitali per sperimentare forme di insegnamento diverse dalla didattica frontale. Proprio come si legge nel Manifesto delle Avanguardie Educative pubblicato da Indire (nel 2014 – e a molti di noi sembrerà ancora avanguardistico). Già, avevamo l’occasione di superare quella che Tullio de Mauro definiva «la sacra trinità della scuola»: ascolto, studio e interrogazione. Avremmo potuto sfruttare questi mesi per sperimentare nuove modalità di insegnamento, responsabilizzando gli studenti e stimolandone la partecipazione attiva. E invece…

A misura di studente

Il punto 4 del PNRR stanzia molte risorse per gli studenti e l’istruzione. E forse è arrivato il momento di mettere davvero gli studenti al centro della scuola. Farlo, però, non solo a parole, ma con metodologie didattiche che guardino in avanti. Alle competenze e alle abilità richieste da un mondo sempre più in movimento. Eppure per molti parlare di scuola significa guardare all’indietro. La soluzione è stata ritornare in classe, punto. Come se niente fosse. Come se questi due anni non ci avessero mostrato le lacune strutturali della scuola italiana. E se la soluzione non fosse dietro di noi, ma davanti?

«Why don’t students like school» si chiedeva lo psicologo Daniel Willingham in un celebre volume di qualche anno fa. Considerando che secondo lo studio (del 2011) di HBSC circa il 70% degli studenti e delle studentesse ha una percezione negativa dell’istruzione italiana, forse dovremmo tornare a chiedercelo: perché agli studenti non piace la scuola (che sia in presenza o a distanza)? Come risposta ci viene in mente un’altra domanda, che ha un suono radicale, anche se oggi, nel 2022, non dovrebbe averlo: e se provassimo a pensare alla scuola partendo dagli studenti e dal mondo che li aspetta, mettendo loro al centro della didattica?

Ne parleremo nella prossima puntata…

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