Il Golfo Persico tra crisi e geo-economia: energia, mercati e nuovi equilibri globali

Autore

Domenico Lombardi

Data

25 Marzo 2026

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25 Marzo 2026

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La crisi nel Golfo Persico dimostra ancora una volta quanto la stabilità delle principali regioni produttrici di energia sia strettamente legata al funzionamento dell’economia globale: le crisi regionali producono rapidamente effetti che si estendono ben oltre i confini geografici dell’area interessata.

Perché il Golfo Persico è importante per tutti

Il Golfo Persico rappresenta da decenni uno dei principali snodi strategici dell’economia mondiale. Attraverso questa regione transita una quota significativa delle forniture globali di petrolio e gas naturale, rendendo la stabilità dell’area un fattore cruciale per l’equilibrio dei mercati energetici internazionali. 

Prima ancora dell’attacco congiunto statunitense e israeliano alla Repubblica Islamica, le tensioni tra l’Iran e diversi attori regionali avevano riacceso l’attenzione della comunità internazionale su uno spazio geopolitico caratterizzato da una crescente competizione strategica, in cui sicurezza, energia e commercio globale risultano profondamente interconnessi. Le relazioni tra Iran e Israele continuano a essere segnate da forti tensioni, mentre il confronto tra Teheran e alcuni Paesi del Golfo, tra cui l’Arabia Saudita, rimane uno dei principali fattori di instabilità dell’area. A ciò si aggiungono le dinamiche legate alla sicurezza marittima e al controllo delle rotte energetiche che attraversano lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico attraverso il quale transita circa un quinto del commercio mondiale di petrolio. 

In questo scenario, il Golfo Persico continua a rappresentare un punto di convergenza degli interessi delle principali potenze globali. Gli Stati Uniti mantengono una presenza militare significativa nella regione con l’obiettivo di garantire la sicurezza delle rotte energetiche e preservare l’equilibrio strategico regionale. Allo stesso tempo, la crescente presenza economica e diplomatica della Cina riflette il crescente interesse di Pechino per la stabilità di un’area dalla quale proviene una parte rilevante delle sue importazioni energetiche. 

Anche l’Unione Europea osserva con attenzione l’evoluzione della crisi, consapevole delle possibili ripercussioni sui mercati energetici e sull’andamento dell’economia continentale. In un contesto internazionale caratterizzato da una crescente competizione tra potenze e da una maggiore vulnerabilità delle catene di approvvigionamento energetico, le dinamiche del Golfo Persico assumono una dimensione sempre più marcatamente geo-economica. Come abbiamo visto in questi primi giorni del conflitto in Iran, escalation militari o interruzioni delle rotte marittime hanno effetti immediati sui prezzi dell’energia, influenzando non solo le economie europee ma anche i principali importatori asiatici, tra cui Cina, Giappone e India. Comprendere le implicazioni economiche delle tensioni nel Golfo Persico significa dunque analizzare non soltanto le dinamiche geopolitiche regionali, ma anche i possibili effetti sistemici che tali crisi possono generare sui mercati energetici globali, sulle catene del commercio internazionale e sulla sicurezza economica delle principali economie mondiali.

Un imbuto energetico globale

Lo Stretto di Hormuz rappresenta uno dei principali choke points energetici del sistema internazionale. Secondo l’International Energy Agency e la U.S. Energy Information Administration, circa 20 milioni di barili di petrolio transitano ogni giorno attraverso questo passaggio marittimo, pari a quasi il 20% del consumo globale e a oltre un quarto del commercio mondiale di petrolio via mare. Situato tra l’Oman e l’Iran, collega il Golfo Persico di Oman e il Mar Arabico. Lo stretto è sufficientemente profondo e largo da consentire il passaggio delle più grandi petroliere del mondo, è uno dei più importanti punti di strozzatura petrolifera al mondo. Grandi volumi di petrolio scorrono attraverso lo stretto e, se dovesse essere chiuso, le alternative esistenti potrebbero spostare solo una parte dei volumi di petrolio fuori dallo stretto. 

Nel primo semestre del 2025, i flussi totali di petrolio attraverso lo stretto hanno raggiunto una media di 20,9 milioni di barili al giorno, ovvero l’equivalente di circa il 20% del consumo globale di liquidi petroliferi e di un quarto del petrolio totale scambiato via mare a livello globale. Tra il 2022 e il 2025, i volumi di petrolio greggio e condensato in transito nello Stretto di Hormuz sono diminuiti di 1,5 milioni di barili al giorno, solo parzialmente compensati da un aumento di 0,5 milioni di barili al giorno nei carichi di prodotti petroliferi. 

Gli oleodotti in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iran offrono alternative allo stretto. L’oleodotto East-West di Saudi Aramco e l’oleodotto Abu Dhabi degli Emirati Arabi Uniti insieme potrebbero fornire circa 4,7 milioni di barili al giorno di capacità per bypassare lo stretto in caso di interruzione dell’approvvigionamento. Entro il 2027, gli Emirati Arabi Uniti prevedono di costruire un altro oleodotto da 1,5 milioni di barili al giorno, aggirando lo stretto, dal terminal di esportazione di Jebel Dhanna a Fujairah.

In questo contesto, anche un incremento limitato delle tensioni nel Golfo Persico tende a riflettersi rapidamente sulle quotazioni energetiche internazionali. L’elevata concentrazione delle rotte di approvvigionamento e la centralità dello Stretto di Hormuzper il commercio globale di petrolio e gas rendono infatti i mercati particolarmente sensibili ai rischi geopolitici della regione. Di conseguenza, escalation o minacce alla sicurezza della navigazione marittima possono innescare facilmente dinamiche speculative e volatilità nei prezzi dell’energia, con effetti immediati sulle economie importatrici e sulla stabilità dei mercati internazionali.

Effetti sui mercati energetici internazionali

Le analisi dell’International Energy Agency e del Fondo Monetario Internazionale, avevano ampiamente predetto cheshock nelle forniture di petrolio e gas possono tradursi rapidamente in aumenti dei prezzi dell’energia e in pressioni inflazionistiche a livello globale. Anche studi di istituti italiani come ENEA e ISPI evidenziano come la sicurezza energetica europea resti particolarmente esposta alle dinamiche geopolitiche che interessano il Medio Oriente. Le crescenti tensioni in Medio Oriente stanno già interrompendo i flussi commerciali, facendo salire i prezzi globali dell’energia e innescando volatilità nei mercati finanziari, ha avvertito il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Secondo il FMI, i primi segnali provenienti dai mercati globali indicano interruzioni dell’attività economica e delle rotte commerciali, insieme all’aumento dei prezzi del petrolio e del gas, che potrebbero potenzialmente esercitare ulteriore pressione sull’inflazione e sulla crescita economica in diverse economie. L’istituzione con sede a Washington, tuttavia, fa notare che è ancora troppo presto per determinare il pieno impatto economico delle tensioni sia sulla regione che sull’economa globale in generale. I recenti sviluppo hanno già aumentato le preoccupazioni degli investitori, con i mercati finanziari globali che stanno attraversando periodi di volatilità nel timore che una prolungata instabilità nella regione possa interrompere l’approvvigionamento energetico e i flussi commerciali. Molti economisti affermano che il Medio Oriente resta un polo cruciale per la produzione energetica globale e le rotte di trasporto, il che significa che le tensioni prolungate potrebbero influenzare i prezzi del petrolio e le tendenze dell’inflazione globale, in particolare per le economie importatrici di energia, incidendo sui costi di produzione e sul potere d’acquisto delle famiglie. 

Paesi fortemente importatori di energia come l’Italia risultano particolarmente esposti a queste dinamiche. L’economia italiana, caratterizzata da una significativa dipendenza dalle importazioni di risorse energetiche, risente in modo diretto delle oscillazioni dei mercati internazionali, con possibili ripercussioni sulla competitività del sistema produttivo e sull’andamento della crescita economica. In questo quadro, la stabilità geopolitica delle principali regioni produttrici di idrocarburi continua a rappresentare un fattore cruciale non solo per l’equilibrio dei mercati energetici globali, ma anche per la resilienza economica dei Paesi europei maggiormente dipendenti dalle importazioni di energia. 

L’impatto sulle grandi economie, caso per caso

Secondo analisi dell’ International Energy Agency e della World Bank, molte economie asiatiche — in particolare Cina, Giappone e India — dipendono in misura significativa dalle importazioni di petrolio provenienti dal Medio Oriente. Questa dipendenza rende tali Paesi particolarmente sensibili alle tensioni geopolitiche che interessano il Golfo Persico, con potenziali ripercussioni sui prezzi dell’energia e sulla stabilità economica globale.

Europa

Per quanto concerne i Paesi dell’Unione Europea, sebbene la transizione verso fonti energetiche alternative sia in pieno svolgimento, i Paesi dell’Unione Europea dipendono ancora dalle importazioni di greggio e prodotti petroliferi. Nel 2023 il petrolio rappresentava il 37,7 % del mix energetico dell’UE. Risulta dunque fondamentale mantenere scorte di emergenza da utilizzare in caso di interruzioni dell’approvvigionamento petrolifero. Il 6 maggio 2025 la Commissione Europea ha presentato una tabella di marcia per eliminare gradualmente le importazioni di gas naturale, petrolio ed energia nucleare russi dall’Unione Europea. Nel caso dell’Europa, le tensioni in Medio Oriente assumono una rilevanza particolare in termini di sicurezza energetica. Sebbene negli ultimi anni l’Unione Europea abbia avviato un processo di diversificazione delle forniture energetiche, soprattutto dopo la crisi energetica seguita al conflitto tra Russia e Ucraina, il sistema energetico europeo resta esposto alle dinamiche dei mercati globali degli idrocarburi. La stabilità delle rotte marittime e delle regioni produttrici di energia in Medio Oriente continua dunque a rappresentare un elemento cruciale per l’equilibrio dei mercati energetici e per la resilienza economica dell’Europa.

Cina

Le principali economie asiatiche risultano particolarmente esposte alle tensioni geopolitiche che interessano il Golfo Persico. Secondo l’analisi del Center on Global Energy Policy della Columbia University, circa il 42% delle importazioni petrolifere della Cina proviene dal Medio Oriente, mentre gran parte delle economie dell’Asia orientale dipende in misura significativa dalle forniture energetiche della regione. Più in generale, l’Asia importa circa il 60% del proprio petrolio dal Medio Oriente, rendendo la stabilità delle rotte energetiche un elemento cruciale per la sicurezza economica della regione. Le riserve di petrolio della Cina dovrebbero consentirle di superare un’interruzione di diversi mesi delle importazioni di petrolio del Medio Oriente. É probabile che le raffinerie cinesi acquistino petrolio iraniano e russo in depositi galleggianti in Asia e petrolio iraniano in depositi doganali in Cina per assicurarsi l’accesso alle forniture. La Cina ha meno flessibilità per gestire un’interruzione delle importazioni di GNL dal Qatar ed è probabile che dia priorità alla riduzione dei consumi piuttosto che pagare prezzi più alti, soprattutto nel breve periodo. L’attacco Usa-Israele dello scorso 28 febbraio e gli attacchi di rappresaglia dell’Iran contro le infrastrutture energetiche e la basi statunitensi nella regione, nonché la chiusura dello Stretto di Hormuz e il successivo blocco delle esportazioni di gas naturale liquefatto dal Qatar, hanno tutti un impatto diretto sulla Cina. Tuttavia, la Cina ha diverse opzioni per gestire le interruzioni delle sue importazioni di energia dal Medio Oriente nel breve termine ed è probabile che consideri il conflitto come l’ultimo sconvolgimento geopolitico che sostiene i suo sforzi per una graduale transizione dai combustibili fossili.

Asia

Le tensioni in Medio Oriente dovute al conflitto in corso in Medio Oriente dovute al conflitto in corso tra Israele e Stati Uniti e l’Iran hanno fatto sorgere il timore che lo Stretto di Hormuz, una rotta marittima fondamentale, possa essere chiuso, minacciando le forniture di petrolio greggio e GNL per i Paesi asiatici, inclusi Giappone ed India. L’Asia dipende fortemente dalle forniture energetiche provenienti dal Medio Oriente, il che rende la regione particolarmente esposta se il conflitto in espansione innescato dagli attacchi israeliani e statunitensi all’Iran dovesse causare interruzioni prolungate nei flussi di petrolio e gas. A gennaio, ad esempio, la quota di greggio mediorientale nelle importazioni totali di petrolio dell’India è salita al 55%. Si tratta del livello più alto dalla fine del 2022, che si traduce approssimativamente in una fornitura di circa 2, 74 milioni di barili al giorno. L’aumento è avvenuto quando le raffinerie indiane hanno ridotto i loro acquisti di petrolio greggio russo. Il mese scorso, il Ministro del petrolio indiano Hardeep Singh Puri, ha affermato che l’India dispone di una capacità di stoccaggio sufficiente per greggio e prodotti petroliferi raffinati, comprese le scorte gestite dalle aziende e quelle detenute nelle riserve strategiche, per soddisfare la domanda per circa 74 giorni. Secondo i dati di Kpler, l’India è il quarto importatore mondiale di GNL e rifornisce quasi due terzi del suo fabbisogno di GNL da Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman.

Il Giappone, invece, importa quasi il 95% del suo greggio in Medio Oriente, con circa il 70% di queste spedizioni che transitano attraverso lo Stretto di Hormuz. A gennaio, il Giappone ha importato 2,8 milioni di barili di greggio al giorno, di cui 1,6 milioni dall’Arabia Saudita, oltre a forniture aggiuntive da Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar. Il Paese dispone di di riserve di greggio di emergenza sufficienti a coprire 254 giorni di consumo. Secondo importatore mondiale di GNL, il Giappone si rifornisce di circa il 40% del suo GNL dall’Australia, per un totale di 25,8 milioni di tonnellate lo scorso anno. Le spedizioni di GNL da produttori mediorientali come Qatar, Oman ed Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato l’11% delle importazioni totali. In conclusione, il Giappone commercia oltre 40 milioni di tonnellate di gas naturale liquefatto all’anno e ha la capacità di destinare parti di tali volumi all’uso interno in caso di emergenza. Le principali economie asiatiche risultano particolarmente esposte alle tensioni geopolitiche che interessano il Golfo Persico. Secondo analisi del Center on Global Energy Policy della Columbia University, circa il 42% delle importazioni petrolifere della Cina proviene dal Medio Oriente, mentre gran parte delle economie dell’Asia orientale dipende in misura significativa dalle forniture energetiche della regione. Più in generale, l’Asia importa circa il 60% del proprio petrolio dal Medio Oriente, rendendo la stabilità delle rotte energetiche un elemento cruciale per la sicurezza economica della regione.

Comercio globale sotto stress

Come evidenziato da analisi dell’UNCTAD e del Fondo Monetario Internazionale, le principali rotte marittime rappresentano infrastrutture critiche per il commercio globale. Attraverso lo Stretto di Hormuz transita circa l’11% del commercio marittimo mondiale e oltre un terzo delle esportazioni globali di petrolio via mare. Eventuali interruzioni di questo corridoio logistico possono quindi generare ritardi nelle catene di approvvigionamento, aumento dei costi di trasporto e volatilità nei mercati internazionali. Negli ultimi mesi il commercio globale è stato ostacolato dalle interruzioni di una rotta marittima critica. Gli attacchi alle navi nell’area del Mar Rosso hanno ridotto il traffico marittimo attraverso il Canale di Suez, la rotta marittima più breve tra Asia ed Europa, attraverso la quale normalmente transita circa il 15% del volume del commercio marittimo globale. 

Un’importante conseguenza di queste interruzioni del trasporto marittimo è che le statistiche ufficiali sulle importazioni (ed esportazioni) registrate, basate su registri doganali, potrebbero essere influenzate dall’impatto temporaneo delle deviazioni di rotta delle navi. Ciò renderà più difficile valutare l’andamento del commercio globale e delle attività economica nei prossimi mesi. Ad esempio, i report sul commercio di gennaio in molti Paesi di Africa, Medio Oriente ed Europa hanno mostrato un rallentamento della crescita delle importazioni che normalmente vengono consegnate solo nel mese di febbraio. 

In questo contesto, le tensioni nel Golfo Persico non incidono soltanto sui mercati energetici, ma possono avere ripercussioni più ampie sull’intero sistema del commercio internazionale. L’eventuale interruzione o rallentamento delle principali rotte marittime che collegano il Medio Oriente ai mercati europei e asiatici rischierebbe infatti di compromettere la regolarità dei flussi commerciali e di aumentare significativamente i costi logistici. Le catene globali di approvvigionamento, già messe sotto pressione negli ultimi anni da shock geopolitici e crisi economiche, potrebbero subire nuovi ritardi e discontinuità, con effetti diretti sui tempi di consegna, sui costi di produzione e sulla stabilità dei mercati. In un sistema economico sempre più interconnesso, la sicurezza delle rotte energetiche e commerciali assume dunque un ruolo centrale non solo per la stabilità dei mercati delle materie prime, ma anche per la resilienza delle supply chains globali e per il funzionamento complessivo dell’economia mondiale.

Nel medio e lungo periodo, la crisi evidenzia inoltre la crescente dimensione geo-economica delle competizioni internazionali. In questo scenario, le principali economie mondiali stanno progressivamente rafforzando strategie di diversificazione energetica e di riduzione della dipendenza dalle aree più instabili dal punto di vista geopolitico. L’Unione Europea, ad esempio, ha intensificato negli ultimi anni gli sforzi per diversificare le fonti di approvvigionamento energetico e accelerare la transizione verso fonti rinnovabili, mentre economie asiatiche come la Cina e il Giappone stanno investendo in nuove infrastrutture energetiche e in accordi di lungo periodo con diversi fornitori per ridurre la vulnerabilità alle crisi regionali. Nonostante questi tentativi di diversificazione, tuttavia, il Golfo Persico continuerà verosimilmente a rappresentare ancora per molti anni uno dei principali centri di gravità del sistema energetico internazionale.

In definitiva, la crisi nel Golfo Persico evidenzia come le dinamiche geopolitiche e quelle economiche siano oggi sempre più interconnesse. Comprendere questa dimensione geo-economica delle relazioni internazionali rappresenta dunque una condizione indispensabile per analizzare le trasformazioni dell’economia globale e per elaborare strategie efficaci in grado di garantire stabilità e sicurezza energetica nel lungo periodo.

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