Il progetto dell’Unione dei mercati dei capitali: quali sfide ci attendono?
«Vi è almeno un fenomeno statunitense che l’Europa adorerebbe importare: la capacità del paese di autofinanziarsi mediante un dinamico finanziamento azionario erogato da investitori individuali e istituzionali.»1 Dietro questa affermazione del giornalista del Financial Times Patrick Jenkins si cela una delle principali sfide che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi anni: garantire l’integrazione e lo sviluppo dei Mercati dei Capitali in modo da rendere più accessibile il finanziamento alle imprese europee, specialmente visti gli ambiziosi obiettivi della transizione digitale e verde.
In tal senso, come anche sottolineato dal Rapporto Draghi sul futuro della competitività europea2, l’Europa è attualmente in ritardo rispetto agli Stati Uniti in termini di produttività. Ciò dimostra l’importanza di incrementare gli investimenti sia pubblici che privati verso settori più efficienti (come l’hi-tech) e di rimuovere le barriere ancora esistenti alla piena realizzazione di un ‘mercato paneuropeo.’3
Pertanto, un’Unione dei Mercati dei Capitali (UMC) funzionante implicherebbe per l’Europa avere un mercato integrato dei titoli finanziari in cui il prezzo di ogni asset è lo stesso in qualunque Stato membro venga venduto. Tuttavia, come suggerito da un autorevole studio del FMI del 20194, tra i principali ostacoli verso un’ulteriore integrazione dei mercati dei capitali: la mancanza di informazioni finanziarie unificate per tutti i partecipanti al mercato, la necessità di rafforzare l’integrazione della vigilanza e i regimi di insolvenza disomogenei tra gli Stati membri, che ostacolano gli investimenti transfrontalieri.
In effetti, le riforme attese per l’UMC e i loro effetti concreti nella realtà differiscono in modo significativo. Esistono aree di policy particolarmente cruciali per un’effettiva integrazione dei mercati dei capitali che tuttavia rimangono ancora poco sviluppate, ossia la finanza pensionistica, la fiscalità e il diritto fallimentare, a causa di complesse avversioni nazionali in gioco. Riguardo al diritto fallimentare, il rapporto Draghi suggerisce chiaramente la necessità per l’Europa di introdurre un quadro armonizzato per le insolvenze che sostituisca gli attuali sistemi nazionali opachi e frammentari.
Oltre alla necessaria integrazione della normativa in materia di diritto societario e di insolvenza, probabilmente uno dei principali motivi di forte attrito politico riguarda la questione della proposta di una maggiore centralizzazione della vigilanza sui mercati dei capitali nei prossimi anni. L’attuale quadro regolamentare dei mercati finanziari dell’UE è caratterizzato da una vigilanza sui mercati dei capitali interamente nelle mani di 27 diversi supervisori nazionali.
Come sottolineato dallo stesso Mario Draghi, all’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) dovrebbero essere conferiti ulteriori poteri, nel senso di trasferire l’attuale vigilanza dei mercati dei capitali dalle mani di 27 autorità nazionali di vigilanza alla stessa ESMA, che sarebbe così in grado di sorvegliare i principali operatori dei mercati dei capitali. In questo senso, portare avanti una supervisione integrata in Europa ridurrebbe la frammentazione nazionale e le differenze normative.
Un rulebook unico per il trading
Tuttavia, insieme alla proposta di supervisione centralizzata dell’ESMA, dovrebbe seguire la creazione di un rulebook, ossia un insieme di regolamentazioni per i vari aspetti relativi al trading. L’Europa dovrebbe mirare a creare un unico codice normativo, applicato da una singola autorità di vigilanza (ad esempio, l’ESMA). In tal senso, un vero Single Rulebook per i mercati dei capitali dovrebbe portare a semplificare gli investimenti transfrontalieri delle imprese finanziarie, attraverso la razionalizzazione degli obblighi di reporting e l’armonizzazione delle regole nazionali applicate ai mercati finanziari.
L’attuale mancanza di mercati dei capitali integrati in Europa aumenta inevitabilmente i costi del capitale, specialmente per le PMI e le startup europee, riducendo al contempo le opportunità di investimenti redditizi sui mercati pubblici europei.
Solo la transizione ecologica richiede investimenti annuali pari a 620 miliardi di euro fino al 2030, mentre la spesa per la trasformazione digitale ammonta a 125 miliardi di euro. Una delle principali sfide per la nuova Commissione guidata da Ursula von der Leyen consisterà nel creare mercati più trasparenti e con regole omogenee. Solo così si potrà mobilitare efficientemente il risparmio privato verso investimenti che finanzino le priorità attuali dell’UE, attirando al contempo le società di venture capital (VC) verso imprese europee in fase iniziale con alto potenziale di crescita.
Note
- P. Jenkins, How to end Europe’s backwater investment status, FinancialTimes, 1 Dicembre 2024
- https://commission.europa.eu/document/download/97e481fd-2dc3-412d-be4c-f152a8232961_en
- M. Sandbu, A Copernican revolution in EU economic thinking? FinancialTimes, 19 Dicembre 2024
- Mr.Ashok Vir Bhatia, Mitra, Ms.Srobona., Weber, A., Mr.Shekhar Aiyar, Antoun, L., Cuervo, C., Santos, 4 Mr.Andre.O. and Gudmundsson, T. (2019). A Capital Market Union for Europe. International Monetary Fund.