Sulla finanza nel mondo: dalla fiducia alla governance

La fine del Novecento ci ha consegnato un mondo dominato dalla finanza globale: ne paghiamo i costi, ne subiamo i rischi e restiamo imprigionati in un dominio che sembra non conoscere vie d’uscita

Autore

Giulio Sapelli

Data

17 Novembre 2025

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17 Novembre 2025

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Finanza

Geopolitica

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«La naturale e progressiva consunzione dei capitali agrarj, la quale trae con sé una proporzionata diminuzione di reddito, esige che l’uomo con sempre nuovi capitali soccorra alla possidenza. Il che si fa per due modi. O l’uomo mette in disparte ogni anno una porzione dei frutti della terra per riversarli sul di lei seno e darle alimento. O l’uomo deve cercar lucro, aggiungendo pregio alle materie disutii; il che egli fa sì col lavorarle, sì col trasportarle altrove per farne cambio con qualche oggetto più opportuno a’ suoi casi. Le materie su cui si esercitano queste due operazioni delle arti e del commercio, costituiscono la ricchezza mobile; mentre la terra cogli edificj e le adjacenze consacrate al suo immediato servigio costituiscono la ricchezza prediale. Prescindiamo per ora dai capitali forniti dall’industria e dal commercio; supponiamo che la terra venga alimentata soltanto dai capitali di origine agricola, ossia dai risparmj fatti dal proprietario, ossia dalla differenza tra il reddito ed il consumo. Nei modi che abbiamo enumerati, molte forze tendono a decimare il reddito della terra; e molte altre forze spingono l’uomo ad accrescere i consumi e a portare le spese a livello delle rendite ed anche a varcarlo. Quindi se si dovesse alimentare la fecondità̀ del terreno unicamente colla porzione dei frutti che fosse residua al consumo, ne accadrebbe che per difetto d’alimento la fecondità̀ delle terre verrebbe meno, e scemerebbero i redditi stessi. La diminuzione dei redditi restringerebbe sempre più̀ il residuo destinato ad alimentare la terra; quindi la diminuzione dei redditi s’andrebbe sempre più̀ aggravando. Questo è il precario e deplorabile stato dell’agricultura nei paesi meramente agricoli, cioè nei paesi senz’arti e commercio; essi non ponno sollevarsi gran fatto sulla primitiva barbarie. La Francia era in tale stato prima delle guerre d’Italia, e Machiavello chiamando barbari i Francesi di quel secolo, non serviva alla passione; diceva aspramente la verità». 

Così Carlo Cattaneo, nelle sue Interdizioni Israelitiche1, un testo che apre l’orizzonte sul reticolo politico, scientifico e religioso quando, ieri come oggi, si discute di finanza fuori dai luoghi comuni e dalla retorica a cui siamo da troppo tempo adusi. 

Tutto il pensiero economico classico, prima della controrivoluzione neoclassica e marginalista, aveva inteso la finanza come progenitrice di ricchezza, copiosa dei doni del benessere. Ben lungi dal pensarla, insomma, come speculazione o attività che s’opponesse alla circolazione delle merci, essa ne favoriva invece la circolazione e la valorizzazione, come giunse a dispiegare nella sua lucidissima capacità critica Karl Marx in Il Capitale. Era, del resto, la tesi che fece sua il pensatore oggi più attuale di tutti, quel Karl Polany in La grande trasformazione che sorprende con fuochi d’interesse che s’accendono abbaglianti, per poi spegnersi d’un tratto, ma il cui pensiero perenne brucia sotto la cenere. 

In Polanyi, infatti, la finanza è vista come parte integrante della dinamica della società e del mercato, e non come sfera separata e autonoma. Si critica, nell’opera tutta di Polany, l’idea di un mercato ‘autoregolato’ dove la finanza è una merce come tutte le altre, e si sottolinea come quest’ultima sia sempre immersa nelle relazioni sociali e politiche e le codetermini.  

Il potente strumento sociale che rese effettivo, per esempio, l’interesse per la pace nel secolo in cui nacque la modernità – e questo è il tema dei temi, considerata la sua sconvolgente e terribile attualità – fu l’Haute Finance, ossia quella finanza di relazione dinastica e non borghese, famigliare certo, ma della famiglia allargata e non di quella nucleare, la famiglia internazionale sino ai settimi cugini e non nazionale. L’Alta Finanza, i cui esponenti appartenevano alla stessa dinastia, combattevano la guerra su opposti fronti e contavano le morti dei soldati al loro comando con la stessa freddezza e partecipazione con cui discutevano negli stessi Consigli di Amministrazione. 

Il prodigio della crescita capitalistica furono l’Haute Banque e la grande banca mista che ne derivò, dove interessi industriali, commerciali, finanziari, politici e dinastici, si amalgamavano in un mondo che ci appare oggi tanto lontano quanto rimpianto. 

Se si rilegge il capolavoro di Maurice Lévy-Leboyer (Les Banques européennes et l’industrialisation internationale dans la première moitié du XIX° siècle2), Maestro di coloro che quello  straordinario fenomeno studiarono (i migliori furono tutti francesi e questo dice tutto o, quantomeno, molto della storia del mondo), ben si comprende la «straordinaria conquista del continente da parte del fenomeno industriale; conquista rapida, assoluta, irreversibile, con conseguenze delle più disparate: conquista che, partita dalle isole britanniche, paradiso della tecnica, dalla fine del XVIII secolo ha progressivamente invaso l’intero spazio europeo, sostituendo alla civiltà del passato una civiltà completamente nuova. Senza dubbio, un tale processo non può avere un’unica spiegazione; ma è indiscutibile che la questione degli investimenti si trovi al centro di tutte le spiegazioni; era tanto più urgente in quanto l’opinione comune non attribuiva alla Banca, nella prima fase del fenomeno, il ruolo di motore.» 

Tutto si produsse in Europa nel secolo che va dal Congresso di Vienna dove si consumò la fine della Francia Napoleonica – e si ritardò l’avvento dell’Europa della borghesia tra immense sofferenza – per giungere alle soglie della Prima Guerra Mondiale. 

Quello ‘strumento’ (il ‘role moteur’) fu l’alta finanza. Essa ingenerava il suo potere grazie al fatto di essere ‘un mondo’ non governato   dagli Stati (appena nascenti o costruentisi sotto la forma del dominio imperiale e non nazionalistico), ma dalle ‘grandi famiglie’, le quali rappresentavano il principale legame tra l’organizzazione politica e l’organizzazione economica del mondo. La finanza poteva così agire come potente elemento moderatore delle propensioni di potenza degli Stati sovrani minori e di quelli che, dominando questi ultimi con geometrie variabili, esercitavano il dominio sul mondo in una scacchiera che costituiva il concerto delle grandi potenze e di cui la grande finanza fu l’elemento di centralizzazione e di pacificazione, sino a quando il principio di nazionalità sostituì quello dinastico nel governo mondiale. E allora un altro mondo s’aprì, anzi se ne aprirono altri due e non solo per la finanza: quello europeo e quello nord americano, sin dall’inizio integralmente borghese. 

Ecco perché la finanza nord americana fu profondamente diversa da quella europea.  

Ricordate come inizia il capolavoro di Alexis De Tocqueville?

«Tra le novità che attirarono la mia attenzione durante la mia permanenza negli Stati Uniti, nessuna mi ha maggiormente colpito dell’uguaglianza delle condizioni. Senza fatica constatai la prodigiosa influenza che essa esercita sull’andamento della società: essa dà allo spirito pubblico una determinata direzione, alle leggi un determinato indirizzo, ai governanti dei nuovi princìpi, ai governati abitudini particolari. 
Subito mi accorsi che questo fatto estende la sua influenza assai oltre la vita politica e le leggi, e che domina non meno la società civile che il governo. Infatti, crea opinioni, fa sorgere sentimenti, suggerisce usanze e modifica tutto ciò che non crea direttamente. 
Pertanto, più studiavo la società americana, più vedevo nell’uguaglianza delle condizioni la forza generatrice da cui pareva derivare ogni fatto particolare; e me la ritrovavo continuamente davanti come un punto centrale, in cui convergevano tutte le mie osservazioni». 

L’uguaglianza delle condizioni regge lo scambio di mercato – purché si abbia il possesso o l’uso del denaro – ed è ben diverso dalla dinastia e dalla grande famiglia secolare che era a fondamento dell’Haute Banque. Niente castelli da abbattere, nessuna rivoluzione da compiersi, ma solo una terra da conquistare fisicamente combattendo contro gli abitanti autoctoni e le grandi distanze per superare le quali occorreva un’immensa accumulazione di denaro. Cosa che poteva avvenire solo tramite un inedito strumento per l’Europa: la Borsa. Come ci insegna Max Weber, essa nasce certo nel Vecchio Continente e muove i primi passi nell’anseatiche città, ma solo negli Stati Uniti ha il suo inveramento (pensiamo a quanto furono immensi i capitali raccolti per costruire le reti ferroviarie, accumulazione che poteva avvenire solo con l’indebitamento borsistico). 

Si apriva così una dialettica, o un confronto, anche aspro se si vuole, tra un capitalismo irrorato, da un lato, dal sangue – ossia dall’ereditarietà e dalla successione biologica – e un capitalismo che si fondava e si fonda sul denaro raccolto tra milioni di attori chiamati azionisti, i quali danno immediatamente vita a una finanza che non può che essere profondamente diversa da quella europea prima descritto.  

Oggi il mondo è molto cambiato perché di fatto la finanza nord americana, dapprima tramite la sua avanguardia britannica (ecco l’anglosfera che ha vinto due guerre mondiali), ha dominato e domina il mondo.  E alla fiducia famigliare o familistica si è sostituita la corporate governance, tanto delle banche centrali ‘autorità indipendenti’, quanto delle banche tout court. Queste ultime sono tutte ‘banche miste’ perché si è superata la divisione secolare tra banche commerciali e banche d’affari, con le conseguenze che sono dinanzi ai nostri occhi, con il ricorrere delle crisi a più o meno alta intensità. 

La stessa cosa vale per quelle società che non sono ‘banche’, ma ‘imprese finanziarie’, dirette alla raccolta e alla valorizzazione dei patrimoni di qualsivoglia origine…ed è qui, forse, la sola eredità che oggi rimane della Haute Banque… 

Se la ‘base aurea’ e il ‘costituzionalismo della common law’ erano gli strumenti che facevano ascoltare la voce della City di Londra in molte delle nazioni che avevano adottato questi simboli di adesione al nuovo ordine internazionale, oggi è il prolungamento nella finanza e con la finanza -della potenza della nazione -che si fa sentire il potere di controllo della finanza USA sul mondo. Un mondo in cui il dollaro è la sola moneta di rifermento che governa il commercio mondiale.  

Un mondo, dunque, quello della finanza, che sarebbe stato tutto racchiuso nell’omologazione se non fosse per la permanenza nell’economia mondiale di  beni che si definiscono ‘pubblici’ non per la forma proprietaria statale, ma perché tale forma, non diretta al profitto individuale dei medesimi, è essenzialmente cooperativa, ovvero implica proprietà di piccoli e grandi gruppi sociali e ne consente l’uso a tutti coloro che vogliono accedervi, seguendo regole che ne assicurano l’infinita riproducibilità.  

Si pensi, per ben intendere quello che voglio significare, a quella poligamia delle forme dello scambio e insieme della proprietà, descritta nella Caritas in Veritate  (cooperativa, not for profit, capitalistica). Immediatamente, in questo fiorire di forme di condivisione nella sfera economica, si nota l’assenza sia della proprietà collettiva di stampo mutualistico sia della negazione del profitto come indicatore della proprietà privata delle forme regolatrici e di misurazione della performance dell’impresa, come accade appunto nel not for profit e nella banca cooperativa, presente in forme diversissime, certo, ma in tutto il mondo, sino a costituire con il micro credito, l’elemento consustanziale alla marcia verso migliori e sostenibili livelli di vita di milioni e milioni di persone soprattutto nell’Indo pacifico e in Africa. Ma sino a ora, nel nostro discorrere stiamo parlando delle nuvole e non delle piogge e degli uragani che da esse possono scatenarsi. Come ci ricordava Alain Greimas nel suo Conditions d’une semiotique naturel: «dobbiamo postulare l’esistenza della possibilità di una semiotica del mondo naturale e concepire la relazione tra segni e sistemi linguistici, da un lato, e i sistemi di significato del mondo naturale, dell’altro3».                                                                                                                                                                                                                                                                                               

Il che è come dire che tanto tuonò che alla fine piovve. Ed è pur vero, come ci ricordò il mai abbastanza compianto Giuseppe Berta nel suo indimenticabile lavoro L’ascesa della finanza internazionale, che se:

«il predominio 
industriale-manifatturiero britannico, nonostante qualche inevitabile cedimento, 
sintomo di un incipiente declino relativo, e l’assenza di un’alternativa credibile dopo la 
sconfitta francese nella guerra franco-prussiana…[consentiva] i meccanismi 
di autoregolazione che gli ambienti della City di Londra seppero mettere in atto, raggiungendo 
livelli estremamente elevati, capaci anche di porre in essere strumenti di controllo e 
di intervento nei riguardi dei membri stessi della piazza finanziaria, specie quando taluni 
comportamenti rischiavano di essere pregiudizievoli per la stabilità dell’intero sistema
4»

Nella finanza dinastica, che chiameremo ’britannica e dominante’, operavano già le regole di auto-sopravvivenza che saranno poi tipiche degli ‘intermediari finanziari’ della finanza attuale e che se potessero essere distesamente applicate limiterebbero di molto le ricorrenti crisi finanziarie a cui siamo mondialmente adusi. 

Quello che fa la differenza – diversamente da quanto accadeva ai tempi della Haute Finance dove tutto si fondava sulle relazioni di fiducia interpersonali, garantite dalla riprovazione morale – sono oggi le tecnologie e le capabilities estremamente diffuse che consentirebbero di impedire le crisi, se al fianco di esse non fossero prevalse via via pratiche molto pericolose per il risparmio privato quanto rischiosamente profittevoli per i gestori delle popolazioni organizzative privatistiche che governano la circolazione delle monete simboliche.  

Si tratta financo di monete non riconosciute dalle stesse banche centrali, ossia le cosiddette criptovalute, e di monete statuali diverse da quella dominante, il dollaro statunitense, che sostituì l’oro come fondamento degli scambi dopo gli accordi (imposti dagli USA) di Bretton Woods che seguirono alla sconfitta nord americana in Vietnam nel 1975. 

Un grande sommovimento di nuvole cariche di tuoni e lampi e piogge allora invisibili nel cielo, insomma, e che fu annunciato con una straordinaria operazione di comunicazione non della finanza mondiale – che ne era la vera protagonista dietro il palcoscenico – ma per voce degli esponenti delle classi politiche autorappresentantisi come munifici ‘potenti della terra’, piuttosto che come ‘potenti della finanza’.  

Si trattò del fatidico incontro che si svolse nel Salone dei Cinquecento a Firenze il 21 novembre 1999. Si riunirono gli allora Primi Ministri delle nazioni dominanti – sotto l’egemonia anglosferica – per celebrare ‘Il riformismo nel XXI secolo’ (questo il titolo dell’evento che portò in Palazzo Vecchio i presidenti degli Stati Uniti Bill Clinton, del Brasile  Enrique Cardoso e i quattro capi di governo europei Lionel Jospin, Tony Blair, Gerard Schroeder e Massimo D’Alema, con il nuovo Segretario Generale del Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea, Javier Solana). Si celebrava, insomma, quello che si sarebbe chiamata con una inaudita fortuna comunicativa ‘la globalizzazione’, ossia un mondo fondato sulla pervasività dominate della finanza nell’inveramento di un mercato che ora si voleva, appunto, ‘mondializzato’.  

La novità rispetto a quanto abbiamo sin qui detto era l’attuazione assai rapida di un enorme complesso di norme legislative e regolamentari statuali e non statuali dirette a controllare l’attività di tutti gli intermediari finanziari: era la cosiddetta governance, che avrebbe d’ora innanzi dominato la finanza di tutto il mondo. Qualcosa di sconvolgente che via via tutti accettarono senza fiatare.

Gli attori di questo nuovo mondo sarebbero stati proprio quei manager che realizzavano la cosiddetta ‘teoria dell’agenzia’, chiudendo la funzione di utilità tra proprietà e controllo in forma non più asimmetrica (così sostenevano i fautori delle nuove teorie neoclassiche) grazie al fatto che la loro remunerazione sarebbe avvenuta d’ora innanzi con le stock option, ossia come accadeva e accade con gli azionisti, ossia con le share. Nel caso dei manager risultavano così autoprodotte da sé medesimi: la sanzione morale veniva sostituita dagli incentivi, con tutte le conseguenze opportunistiche che ciò comportò e comporta sempre, come è tipico della fine del mondo regolato dalla fiducia e dalla sanzione non legislativa, ma morale. 

Ed è ciò che è successo, con la sostituzione del managerial capitalism con l’owner capitalism abolendo così la divisione tra proprietà e controllo e concedendo ai manager il potenziale potere illimitato che a loro dona un’asimmetria informativa che diviene sempre più grande.  

Il ‘classico’ laissez faire di Bastiat et compagnon lasciava il posto a un mondo pieno di rischi e di contrasti che nessuno aveva previsto nell’euforia borsistica e matematizzante che allora tutto pervadeva: un mondo che è quello in cui siamo immersi e in cui cerchiamo a fatica di essere, tutti noi, anche protagonisti. 

Note

  1. C. Cattaneo, Interdizioni israelitiche, Einaudi, Torno, 1987.
  2. M. Lévy-Leboyer, Le banque européennes et l’industrialisation internationale dans la première moitié du XIX° siècle, PUF, Paris, 1964.
  3. A. Greimas, Conditions d’une sémiotique du monde naturel, in “Languages”, n. 10, 1968.
  4. G. Berta, L’ascesa della finanza internazionale, Feltrinelli, Milano, 2013.
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