È ben vero che agli albori della filosofia occidentale quando si andavano a cercare i costituenti del mondo, l’acqua era sempre ai primi posti, proprio a partire da Talete, che pur viaggiava con la testa fra le nuvole.
Gli elementi fisici delle filosofie presocratiche sono l’evoluzione in oggetti tangibili delle figurazioni dell’epica che condensa negli Dei le ragioni del mondo: il filosofo, il primo scienziato praticante, cerca di portare sulla Terra le ragioni del divenire, accantonando la questione generativa quando non rasentando l’ateismo come per gli atomisti, al fine di dare una spiegazione logica che metta da parte per un momento gli Oceani, i Fulmini e le Saette spedite dall’Olimpo e si fondi su ciò che è evidente a tutti, e non su quanto supposto dai Poeti.
Nessuno può negare che l’acqua sia un elemento naturalissimo risultante dalla combinazione relativamente fortuita di due elementi altrettanto naturali e di un po’ di circostanze favorevoli, e che sia alla radice del nostro vivere e del nostro essere (siamo fatti d’acqua per il 65% ma nell’infanzia e prima ancora sin dalla partenogenesi arriviamo al 75%, anche perché nell’acquosa pancia materna ripercorriamo proprio la nostra evoluzione dai pesci da cui veniamo), però una volta che abbiamo appurato l’universalità, la preesistenza e la necessità del nostro bene ‘acqua’ passando dalla inequivocabile supremazia chimico-fisica del nostro elemento, se cerchiamo di individuarla fisicamente nel nostro mondo circostante ci rifacciamo di primo acchito alle sue manifestazioni più evidenti: mari, fiumi, piogge.
Questo tipo di acqua parla però di navi, porti o reti che spiegano una buona parte di Storia, e di tetti, ovvero case, che ne raccontano un altro pezzo, ma poi a loro volta porti e tetti raccontano delle città, ovvero di quei luoghi in cui l’acqua è necessario arrivi non solo per potervi condurre navigli ma anche per coltivare i campi circostanti, dissetare gli abitanti, veicolare altrove gli escrementi, far funzionare alcune macchine necessarie come i mulini, raffreddare le lavorazioni figlie del fuoco o i magli necessari a sostituire i Vulcani nelle officine reali.
E poi gli stessi fiumi e gli stessi oceani che ci appaiono così naturali, non sono forse segnati dall’uomo che ne ha disegnato le coste portandovi strade e riempiendole di infrastrutture di ogni genere, lo stesso che ha poi limitato le piene e l’andamento erratico a suo piacere dei letti dei fiumi o sveltito i deflussi per eliminare le paludi con cui finisce ogni corso d’acqua naturale che si rispetti?
Non è più naturale nemmeno la pioggia che riceviamo sulle teste perché destinata a viaggiare in un’atmosfera su cui abbiamo messo mano in modo consistente.
Il Panta Rei eracliteo non è solo il condensato dal forte potere evocativo del flusso unidirezionale del Tempo e quindi delle nostre vite, ma è anche il marchio di fabbrica dell’Essere, in quanto il ‘Non Rei’ ovvero la palude in cui finiscono i fiumi è l’uniforme morte entropica a cui tutto tende se nessuno ci mette mano, secondo principi inerziali condivisi da tutte le Fisiche di cui ci siamo sin qui dotati.
Quindi l’acqua, elemento naturale alla base della vita, per poter essere percepita da un vivente nostro simile necessita di divenire innaturale, oggetto che sgorga dai mille rubinetti inventati dall’uomo: anche l’ovvia considerazione che l’aborigeno australiano vive con un’acqua assai prossima allo stato primordiale è osservazione banale in quanto lui è come gli evangelici uccellini del Vangelo che non seminano, non mietono, non raccolgono in granai e che il Padre Nostro celeste nutre lo stesso (Matteo 6, 26) mentre noi sempre nello stesso passo del Vangelo valiamo più di loro proprio perché seminiamo, mietiamo, raccogliamo nei granai non prima di aver costruito i canali che abbiamo portato ai campi perché il tutto fosse possibile.
Il Grande Equivoco dell’Acqua è quindi questo: l’acqua che conosciamo, usiamo e di cui noi e il mondo ha bisogno per scorrere come richiesto da Eraclito, non è l’acqua conferitaci da Dio con la creazione ma un bene fortemente (e fortunatamente) innaturale destinato a convivere con il restante ambiente, sia con quello intatto che con quello antropizzato.
Lo stesso vale per la Terra, per l’Aria e per il Fuoco, tanto per partire dalle basi presocratiche: la presenza umana, come in un assunto quantistico, modifica la natura dell’oggetto osservato ma, a differenza del quantismo che usa un’ipotesi per far di conto (dunque una cosa supposta per scopi pratici, che assomiglia più allo scioglimento alessandrino del Nodo di Gordio), noi modifichiamo realmente l’oggetto naturale che vediamo, perché altrimenti non potremmo nemmeno accorgercene, esattamente come fanno i nostri simili con l’osso nel naso senza necessità di farne scienza o filosofia mentre si abbeverano.
Dunque è di cose innaturali che si parla quando parliamo di acqua e non esiste nessuno stato primitivo a cui l’acqua dovrebbe tendere per il Bene dell’Umanità, né tantomeno è scritto che dobbiamo portarla nuovamente a quello stato per il nostro presente bene e per quello futuro dei nostri figli, mentre è scritto che di tutto ciò che scorre noi dobbiamo fare l’uso più innaturale che esista, ovvero farne economia, quella cosa che la natura di suo non fa perché il suo destino è il disordine.
Per quanto questo genere di paradosso paia contrastare con le visioni arcadiche dei ruscelletti popolati dalle Ninfe, il vero nemico da sconfiggere quando si parla di governo dell’acqua e suo uso razionale, è proprio l’Arcadia.
E sono queste Arcadie supposte che imbrigliano l’uomo nei suoi modelli usati, codificati in epoche meno popolate delle presenti nelle quali gli altri elementi ex-naturali sono sottoposti a stress crescenti e sempre più dannosi per l’equilibrio del nostro mondo (innaturale).
Lo Stato di Natura è un feticcio che viene impiegato in forma ostativa tutte le volte che si vuole modificare il corso degli eventi rispetto allo Stato delle Cose, trovando quasi sempre l’insperato aiuto degli Enti preposti anche quando le modifiche siano buone, giuste, doverose e salutari, spesso per banalissime questioni di recinti di competenze e annesse retribuzioni.
Proveremo a indicare alcuni casi in cui il feticcio naturalistico viene a far danni.