Economia ed ecologia, radici comuni, obiettivi divergenti

Noi esseri umani possediamo due modalità comunicative grazie alle quali cerchiamo di farci comprendere dagli altri: la lingua propriamente detta e la moneta.

Autore

Giuseppe Santagostino

Data

6 Maggio 2024

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5' di lettura

DATA

6 Maggio 2024

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Società

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L’innegabile e definitiva chiarezza della seconda, che ci permette di mettere in una comunicazione transnazionale – altrimenti impossibile – mele, pere, ponti e cannoni, fronteggia la ben più complessa e articolata tribù delle lingue nazionali e locali, le quali però devono dare corpo a scambi ben più strutturati e complessi di quelli materiali regolati dalla moneta.

La Provvidenza del Tempo: un equilibrio dinamico

La necessità di delimitare i concetti al fine di renderli disponibili a tutti coloro che li usano, scopo della lingua, pone a volte delle opzioni etiche limitatrici: il concetto di equilibrio, ad esempio, ha una dichiarata valenza positiva, a partire dall’etimo che è un condensato affermativo: equus, ovvero equo e quindi giusto, e libra, bilancia e dunque altrettanto equa e giusta. Un termine, dunque, che definisce in modo positivo un percorso dinamico tra forze concorrenti.

Nessuno può dunque dubitare che l’obiettivo del nostro agire privato e pubblico sia un equilibrio, perché se anche così non fosse e ci adoperassimo intenzionalmente per generare altrui squilibri, ad esempio arricchendoci in modo smisurato, cadremmo sempre vittime di una legge universale ben condensata all’inizio del pensiero umano da Anassimandro. «Gli enti vengono ad avere la morte in ciò stesso da cui hanno la nascita, secondo la necessità: infatti essi rendono l’uno all’altro giustizia e punizione dell’ingiustizia, secondo il decreto del Tempo.»

Questa Provvidenza operata dal Tempo è essa stessa un equilibrio di tipo dinamico. Anzi, in assenza di una definizione più scientifica delle forze che operano, è la Legge di equilibrio che indica come, anche in assenza di un impulso etico individuale, le ingiustizie e gli squilibri ricevano un loro bilanciamento, secondo un determinismo simile a quello che governa gli astri.

Dall’Astronomia all’Economia 

D’altra parte proprio dall’Astronomia abbiamo iniziato a capire i meccanismi che regolano il Mondo a partire dall’apparente ingiustizia degli Inverni e delle Siccità, perché comprendere e prevenire le fasi cicliche e quelle erratiche del clima è fondamentale per adempiere all’atto di superbia di Caino, ovvero quello di coltivare la terra generando eccedenze invece che rimettersi semplicemente alla bontà del Signore, come faceva il pastore Abele, il quale per vivere doveva pur sgozzare una parte degli armenti che accudiva e faceva moltiplicare: stato marxiano di riproduzione semplice, a descrivere un ciclo economico che si ripete sempre uguale a se stesso, in opposizione allo stato di riproduzione allargata, che convoglia l’aspetto dall’accumulazione e dunque della crescita economica.

L’equilibrio dinamico rappresentato dal moto di stelle e pianeti, e soprattutto le sue ricadute positive in tema di conoscenza dei fenomeni temporali ed atmosferici in grado di condurre alla regimazione dei fiumi e all’utilizzo delle acque oltre l’andamento naturale, hanno rappresentato il modello concettuale del pensiero economico occidentale. Mentre l’idea della Provvidenza affermata da Anassimandro ha da sempre convinto gi stessi economisti dell’esistenza di una correlazione fra tutti i fatti materiali (Galiani nel ‘Della Moneta’, 1751, afferma: «chi potesse dal cielo sopra tutta la terra guardare, scoprirebbe quel cinese o giapponese sopra di cui si sarà arricchito un europeo»), dunque un insieme di forze dotate di una Legge che le regola e le conduce a quel particolare equilibrio che è la realtà, la Mano Invisibile di Adam Smith.

Nel passaggio dall’Astronomia all’Economia la cosa si complica, principalmente perché il rintracciato determinismo della prima deve necessariamente lasciar spazio, almeno nelle intenzioni, al libero arbitrio della seconda, ben lieta nel far di conto sul replicarsi conoscibile delle cose fisiche, ma solo per poterne godere indirizzandole a piacere. Non vi è solo l’atto del conoscere che modifica per se stesso le cose osservate, come immaginato dalla fisica quantistica, ma vi è l’intenzionale desiderio di modificarne il corso, esattamente come già fatto con il Tigri e l’Eufrate.

Sviluppo necessario e sviluppo auspicabile

Qui torna attuale il problema del linguaggio normativo, già evidenziato con il termine equilibrio: Economia e la sorella diversa Ecologia portano nel nome non solo le informazioni necessarie a definirne gli ambiti a volte concorrenti, ma anche due indicazioni etiche.

La comune radice oikos (casa) viene declinata dal nomos (regola) e dal logos (ragione) a indicare lo sviluppo necessario e quello auspicabile: anche qui abbiamo due nomi che sostanziano due doveri cogenti, entrambi relativi alla sostenibilità dei relativi equilibri, mentre non sempre i due percorsi si rivelano convergenti, in quanto spesso l’economia finisce per usare prodotti che l’ecologia ha impiegato migliaia d’anni a formare. Come dimostra la saggia e solitaria battaglia europea contro l’impiego intensivo dei combustibili fossili, contrapposta all’ansia di indipendenza che ha spinto gli USA a sdoganare le pratiche dissennate dello shale-oil e shale-gas, ossia l’estrazione di risorse presenti all’interno degli scisti, rocce metamorfiche caratterizzate da una disposizione regolare e facilmente sfaldabili. 

I due equilibri non sempre coincidono ma, al contrario, spesso generano mostri gravidi di conseguenze e inevitabili disequilibri sul versante opposto. Da una parte il prevalere del calcolo economico di breve periodo, fondato sull’utilizzo spesso dissennato delle risorse naturali, porta ad un depauperamento patrimoniale che ostinatamente ci rifiutiamo di contabilizzare, lasciando le perdite in carico alle generazioni che verranno. Dall’altra l’idea, anch’essa malsana, circa la bontà dello stato di natura porta alla pretesa, non solo antieconomica ma anche assurda, di escludere l’essere umano dall’interazione secolare con il mondo che lo circonda, se non nella modalità del pastore/sgozzatore Abele. Tale paradigma rimanda, ad esempio, al rimorso di coscienza che spinge gli americani a mantenere a spese della collettività la memoria dei nativi all’interno di zoo loro destinati, le riserve, senza che questo modello rappresenti di per sé un equilibrio realmente sostenibile per gli stessi nativi e per le aree da loro abitate.

Le nostre due scienze dal nome positivo puntano quindi a conseguire equilibri propri, che spesso contrastano con quelli dell’altra, quasi fossero dei tappeti dal bel disegno sulla faccia a vista ma che nascondono i propri nodi irrisolti al di sotto, unitamente alla varia polvere che vi si accumula: il bilancio comune che servirebbe a renderle coerenti necessita di una visione e di un orizzonte più ampi.

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