L’ambiguità del fattore lavoro nella ‘giusta transizione ecologica’

A livello europeo manca un solido apparato statistico sulla domanda e l’offerta di occupazioni verdi legate alla transizione ecologica.

Autore

Renata Semenza

Data

2 Ottobre 2023

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6' di lettura

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2 Ottobre 2023

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Il posto del lavoro nella transizione ecologica, i suoi risvolti occupazionali e la spinta verso l’identificazione e la formazione di nuove competenze necessarie, sono aspetti che andrebbero inquadrati con un maggior grado di precisione. 

Nella reportistica degli organismi internazionali il lavoro è sempre indicato come il pilastro centrale dello sviluppo sostenibile e della transizione verde, ma manca un’analisi mirata e sistematica del fabbisogno di specifici profili professionali indispensabili al processo di riconversione delle imprese e dei lavoratori. In secondo luogo questa reportistica lascia intendere che il lavoro per la sostenibilità ambientale sia un ‘lavoro buono’. In altre parole, si attribuisce al lavoro green una valenza socialmente rilevante attraverso un automatismo non spiegato, ‘un plus sociale’ del tutto in controtendenza rispetto alla scarsissima attenzione dedicata alla qualità e alla dignità del lavoro che si è andata consolidando nell’epoca dell’economia on-demand, del capitalismo flessibile e in quello delle piattaforme, nel grande settore dei servizi (pensiamo alla logistica), nell’agricoltura, nel terziario avanzato e professionale. Sappiamo bene quanto il lavoro si sia fortemente impoverito, sul piano delle retribuzioni e dei diritti, della sicurezza fisica ed economica. Inoltre l’inarrestabile progresso della tecnologia, che si fa sempre più capace e potente, farà la sua incursione in molte delle professioni oggi esistenti e il lavoro umano diventerà scarso. Conseguentemente in molti Paesi europei si stanno immaginando e sperimentando dei regimi di riduzione anche consistente del tempo di lavoro retribuito.

In questo articolo riprendo la questione che ho definito come ‘la retorica dei green jobs’1, frutto della  discrepanza fra l’astrazione della giusta transizione ecologica e la concretezza del lavoro.

Astrazione, perché di fronte a una crisi che per la prima volta nella storia moderna è dettata da ragioni ambientali e climatiche e non guidata da ragioni economiche e di mercato, sarebbe necessario condividere una visione. La via della transizione ecologica può essere intesa in senso essenzialmente ‘tecnico’ verso la neutralità carbonica o invece può presupporre una messa in discussione del sistema capitalistico di produzione e una radicale trasformazione economica e sociale3, facendo un’implicita critica ai verdi e all’ecologismo.

I nuovi scenari che si sono aperti, partendo da esperienze conosciute come l’ILVA di Taranto o l’industria automobilistica in Europa (che rappresenta circa il 6% del totale dell’occupazione europea), ci mostrano gli effetti diretti sulle transizioni del mercato del lavoro e il ruolo dei sindacati e delle rappresentanze aziendali che, di fronte a una sfida inedita dettata dall’interesse pubblico (il benessere dell’ambiente), possono adottare atteggiamenti di opposizione, di minimizzazione dei problemi o di supporto. Il processo di transizione, non soltanto ha e avrà dei costi sociali ed economici importanti che peseranno in modo diseguale fra Nord e Sud del mondo e internamente fra territori, settori e classi sociali, ma il suo esito è condizionato dalle modalità, dai tempi, dal grado di progressività con cui viene realizzato.

La questione dell’occupazione nella giusta transizione ecologica va intesa in un duplice senso. Da un lato, riguarda l’impatto della de-carbonizzazione sull’occupazione esistente. Le previsioni parlano di un effetto aggregato abbastanza limitato e selettivo, poiché esso pesa e peserà maggiormente su alcune specifiche categorie sociodemografiche di lavoratori (componente maschile adulta) e sarà concentrato per lo più in determinati settori e aree geografiche periferiche dove sono operative le industrie fossili. Dall’altro, ha a che fare con tutti quei cambiamenti – progressivi ma strutturali – che sono indispensabili alla fase di transizione verso la neutralità climatica. Si tratta di un importante processo di adattamento della forza lavoro, delle competenze, dei contenuti del lavoro, delle professionalità, in molti settori di attività (fra i quali la produzione industriale, l’edilizia, i trasporti, le infrastrutture, l’agricoltura, la produzione energetica), incentivato dalle misure economiche intraprese a livello europeo.  

Le dichiarazioni di intenti dei principali documenti e rapporti di fonte sovranazionale -dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 2021 delle Nazioni Unite, all’European Green Deal 2020 (EGD)- non corrispondono, come dicevamo, a un dettaglio chiaro e concreto, a una cassetta degli attrezzi che possa renderlo tale; che cosa intendano questi rapporti per ‘lavori buoni, dignitosi e sostenibili’, riferendosi alla green economy, rimane spesso in ombra.

Detto in altro modo, non esiste una teoria selettiva del mercato del lavoro verde, capace di far emergere in modo concreto il lavoro ecosostenibile come fattore chiave della giusta transizione ecologica.

Sarebbe quindi necessario, per un verso, lavorare ancora per inquadrare i temi e arrivare a una ‘ontologia’ condivisa dei lavori verdi; ciò significa identificare chiaramente il concetto di green job, attraverso le definizioni disponibili in letteratura. Infatti, lungi dall’essere una questione teorica o minore, il concetto di lavoro verde, le sue definizioni e le sue possibili classificazioni hanno effetti importanti, pratici e diretti sulla realtà. La concettualizzazione del lavoro verde fa di solito riferimento a tre significati ricorrenti:  a) lavoro per l’ambiente b) lavoro ecosostenibile c) lavoro con un contenuto green, che implica competenze idonee alla transizione ecologica.

Per altro verso si pone anche una questione di misurazione e di classificazione dei lavori verdi in base al grado di greenness delle occupazioni e dei profili professionali nuovi o riconvertiti. Sotto questo secondo profilo, di ordine metodologico e statistico, la letteratura indica essenzialmente due approcci per il monitoraggio dell’occupazione verde. 

Il primo è l’approccio basato sulle competenze (task based approach), adottato in Europa4 seguendo il metodo proposto originariamente da Acemoglu e Autor5, che analizza nel dettaglio il contenuto del lavoro, valutando il grado di greenness di ogni compito/mansione e formula delle tassonomie. È importante segnalare che uno dei primi risultati di queste stime, chiaro e univoco, è che i lavori con un livello elevato di contenuto verde sono prevalentemente lavori a cui corrisponde un elevato livello di istruzione, di qualificazione e di specializzazione.

Il secondo approccio – di carattere macro aggregato – rimanda invece all’impatto della transizione ecologica sui lavoratori occupati e occupabili, operando attraverso delle stime quantitative sulle previsioni occupazionali: da un lato misura la domanda di rimpiazzo del lavoro esistente (cioè la perdita di posti di lavoro); dall’altro stima la domanda di lavoro nuovo (cioè la creazione di posti di lavoro). Questo approccio, rintracciabile ad esempio nei rapporti dell’Eurostat, sta mettendo chiaramente in luce che è in atto una vera e propria alterazione dell’intera struttura occupazionale.

Tuttavia, a livello europeo manca un solido apparato statistico sulla domanda e l’offerta di occupazioni verdi legate alla transizione ambientale6. I dati e le informazioni disponibili sono scarsi e soprattutto molto frammentati; spesso si tratta di indagini ad hoc, non replicabili nel tempo e di difficile comparazione internazionale.

In ogni fase di trasformazione importante, come quella che stiamo vivendo, dove la rivoluzione digitale si combina con la transizione green e la supporta, le competenze professionali tornano al centro del dibattito, assumendo il ruolo che Silvia Gherardi aveva definito come ‘passepartout simbolico’ dal quale ci si attende un effetto volano, riferito in questo caso al consolidamento di un nuovo modello di sviluppo sostenibile. 

Sulla scorta dell’esperienza degli Stati Uniti sulle politiche di sovvenzione all’occupazione verde, risulta che esse sono state finora efficaci nelle regioni più dotate di competenze verdi appropriate. Il Green Deal europeo dovrebbe rendere più significativo l’investimento in politiche di riqualificazione, tenendo presente la natura delle competenze esistenti dei lavoratori, e la distribuzione di industrie verdi in tutti i paesi dell’Unione Europea.  

Tali processi di aggiustamento del mercato del lavoro dipenderanno molto dalle capacità di reazione (e di spesa) a livello locale e regionale e dalle politiche partecipative, intese come un vero e proprio ecosistema7. Il contesto territoriale, in un’economia globale, torna ad essere protagonista fondamentale del cambiamento. 

Note

  1. R. Semenza, La retorica dei green jobs, Giornale di diritto del lavoro e di relazioni industriali, n. 175, 2022, 3
  2. , abbandonando l’anacronistica contrapposizione fra i diritti dell’ambiente (da salvaguardare) e di diritti dei lavoratori (che perdono, o rischiano di perdere il lavoro a causa della riconversione green). L’idea di una transizione ‘giusta’, originata dal sindacalismo nord-americano, prefigura appunto il superamento di questa relazione conflittuale.

    Concretezza, perché riorganizzare il modo di produrre significa condividere le misure da adottare, che includono politiche macro, settoriali e micro territoriali; obiettivi relativi alla salute e sicurezza sul lavoro, alla protezione sociale, allo sviluppo professionale; politiche attive del lavoro; reti di protezione sociale adeguate a sostenere i processi di sostituzione della manodopera e il passaggio da un’occupazione all’altra; interventi di carattere redistributivo e, sul piano del metodo, la partecipazione dei lavoratori e degli altri stakeholders coinvolti.

    Bruno Latour sosteneva che «è impossibile pensare alla natura che vogliamo senza pensare alla società che vogliamo»2B. Latour, La sfida di Gaia, Meltemi, Milano, 2020 

  3. F. Vona, Labour Markets and the Green Transition: a practitioner’s guide to the task-based approach, Publications Office of the European Union, Lussemburgo, 2021.
  4. D. Acemoglu, D.H. Autor, Skills, tasks and technologies: implications for employment and earnings, in Handbook of Labor Economics, vol. 4B, 2011; D.H. Autor The “task approach” to labor markets: an overview, National Bureau of Economic Research, Working Paper n. 18711, 2013
  5.  Un esempio virtuoso sembra essere il lavoro avviato dal CEDEFOP (The European Green Deal skills forecast scenario 2021) collegato all’esperienza pilota che ANPAL Servizi stava conducendo in tre settori (chimico, agrifood e costruzioni) in Emilia Romagna.
  6. Il Patto per il lavoro e per il clima della Regione Emilia-Romagna (2020) rappresenta un buon esempio di progetto onnicomprensivo, tempestivo e condiviso dalle parti sociali e politiche, di risposta alle sfide della transizione ecologica. 
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