Il sistema economico mondiale sta mutando il suo volto e il suo meccanismo di funzionamento per effetto prima della pandemia e poi dell’aggressione russa all’Ucraina. Il capitalismo della logistica, della circolazione delle merci per mezzo di macchine-merci è, oggi più che mai, l’anello essenziale di tutta la circolazione del capitale.
Le conseguenze interrelate sono innumerevoli. Dalla moneta alla merce per tornare alla moneta, oggi la circolazione del capitale disvela l’essenzialità dell’interconnessione tecnologica e organizzativa che l’accumulazione allargata dispiega su scala planetaria.
Per taluni osservatori particolarmente acuti si tratterebbe del fatto che il sistema finanziario sta abbandonando gli interventi sullo stato patrimoniale delle aziende, capitale di rischio e prestiti, per focalizzarsi sull’estrazione di proventi agendo sul loro conto economico, intervenendo sui mercati delle commodities.
In effetti, il capitale finanziario fondato sulla collateralizzazione del debito sia pubblico sia privato (come ci ha dimostrato la crisi degli anni 2007-2008 e come se ne uscì) e sulla finanza derivata, è l’essenza del nuovo capitalismo ordo-liberista ad altissima leva e disvela come la finanza si sia spostata dagli interventi classici sul conto patrimoniale delle imprese, investimenti e prestiti, a quelli sui mercati delle commodities, che consentono di estrarre risorse direttamente dal loro conto economico e per il loro tramite dai consumatori.
Sono le stesse imprese multinazionali a disvelare la vera natura del processo in corso. Esse si sono via via trasformate in organizzazioni che agiscono sui mercati in modo profondamente nuovo rispetto al passato, come dimostra ormai storicamente l’esperienza – per esempio – della General Electric, che ha aperto la via a questa mutazione mondiale delle grandi corporation. Le grandi imprese agiscono ormai sia come attori del capitalismo industriale, producendo merci per la produzione di merci, macchine per macchine, beni di consumo per famiglie e istituzioni consumatrici, sia, ormai, come banche universali, con le loro filiali finanziarie che operano sugli oligopoli delle materie prime e sulla circolazione delle commodities.
Il capitalismo estrattivo, che si fondava sullo scambio ineguale tra centro e periferia, distorcendo le vie alla crescita di tutte le nazioni – a cui Gunnar Myrdal, quasi un secolo fa, rivolse l’attenzione, discorrendo da par suo delle ‘nazioni povere’ del mondo – muta rapidamente il suo volto. Non tanto e non solo per il mercato internet delle merci o per la globalizzazione che esisteva già prima della guerra mondiale e che si è riscostruita dopo la Seconda guerra, sia con il dominio unipolare USA sia con la creazione di potenti borghesie compradore, ossia createsi via via grazie al loro ruolo di agenti di mediazione e di vendita a bassissimo prezzo delle grandi risorse naturali, un tempo governate in modo totale dalle potenze coloniali.
La decolonizzazione mondiale è ancora in corso e questo spiega perché, dopo la crisi petrolifera che seguì all’abbandono degli accordi di Bretton Woods e alla creazione dell’OPEC negli anni Settanta del Novecento, il mondo si è ricostruito secondo la formula che ancora oggi lo governa: ossia un centro di estrazione delle risorse naturali la cui processazione produttiva avviene nei centri dell’accumulazione, salvo che in poche nazioni leader del mondo che un tempo si chiamava dei Non allineati o del Socialismo realizzato: India e Far East, Cina. L’Europa ha perduto la sua centralità e diviene sempre più una terra di mezzo tra gli USA e il nuovo mondo che ha iniziato a sorgere dopo la crisi di Suez del 1956.
Ora questo mondo è stato colpito quasi contemporaneamente da due fattori esogeni alla circolazione del capitale propriamente inteso. Una pandemia che ha interrotto non solo la circolazione del capitale industriale (crisi della logistica) facendo aumentare i prezzi dei noli marittimi e di tutte le aree di governo dell’intermodalità trasportistica. E ora l’aggressione russa all’Ucraina: le sanzioni imposte alla Russia da USA-UE fanno aumentare il prezzo dei beni fossili già colpiti dalla carenza di investimenti finanziari per le aspettative di mercato rispetto alle fonti cinetiche e caloriche necessarie alla produzione elettrica ed energetica in generale. Di qui un colossale aumento dei prezzi in un capitalismo ineguale all’interno stesso del dominio oligopolistico centrale. Questo per la volontà USA di sostituire parte della circolazione delle merci fossili per uso energetico possedute dalla Russia e dirette nell’UE, unitamente all’acciaio di cui essa è, insieme a petrolio e gas, il maggior esportatore mondiale.
La situazione richiede dunque un nuovo modo di vedere il mondo, per comprenderne le trasformazioni e per capirne l’economia: l’indispensabile ritorno al vecchio ma sempre utilissimo modello interpretativo dei grandi classici di quella ‘inferma scienza’. Invece è ormai diffusa la quasi stucchevole affermazione per cui dalla crisi economica mondiale in corso stia emergendo una nuova formazione economico-sociale capitalista.
In questo in verità non vi è nulla di nuovo, gli andamenti delle forze produttive sono sempre intimamente legati alle forme della produzione e quindi ai rapporti sociali. Anzi molto spesso nella storia capitalistica questi ultimi hanno avuto un ruolo determinante nel preformare le stesse forze produttive che ben poco hanno di meccanico e deterministico.
Il sismografo più sensibile e rilevante che segnala i mutamenti tra forme dell’accumulazione e rapporti sociali di produzione è il lavoro. Parlo naturalmente del lavoro vivo, incorporato in quel reticolo di rapporti contrattuali che rinserrano la forza-lavoro, ossia quella parte del tempo di lavoro che configura il rapporto capitalistico. In esso, per fortuna, a essere venduto o sottoposto al lavoro comandato, non è tutto il lavoro della persona lavoratrice, com’è nei rapporti di schiavitù, ma solo il tempo durante il quale la persona è sottoposta ai rapporti sociali di lavoro.
Per capire cosa è cambiato in questi ultimi anni bisogna risalire non alla crisi in corso ma alle sue origini. Si tratta di vari fenomeni solo apparentemente distinti ma l’un l’altro legati. Il punto di partenza risale al crollo del sistema di Bretton Woods tra il 1971 e il 1973, quando il dollaro smise di essere moneta di riferimento e ci si avventurò in un sistema mondiale di alti tassi di interesse e di profonda volatilità dei rapporti tra le valute. L’eccesso di liquidità che si creò, grazie all’intensificazione dei rapporti oligopolistici sul fronte del commercio mondiale delle materie prime, generò un profondo spostamento tra il valore della produzione e del pluslavoro che ne derivava e il valore della circolazione monetaria che iniziò a valorizzarsi a tassi molto più forti di crescita di quanto non fosse in passato di per sé stessa e con sé stessa.
La circolarità denaro-merce-denaro, dove il denaro finale era naturalmente superiore a quello iniziale e si realizzava nella produzione come plusvalore. Al suo fianco il denaro diveniva merce di sé stesso attraverso una grande trasformazione dei meccanismi e delle regole di scambio (derivati et similia, scambiati in shadow banks e in shadow pools) per creare ulteriori masse di denaro da valorizzare a loro volta. Contestualmente il managerial capitalism, dove la proprietà era divisa dal controllo e il manager dominava l’azionista, veniva via via sostituito dall’owner capitalism dove nominalmente l’azionista domina il manager, mentre in realtà è quest’ultimo a dominare l’azionista stesso, come dimostrano le stock option e le vertiginose ascese di stipendi variabili dei top-manager. Mentre si celebra lo share holder value si festeggia anche il predominio dei manager superpagati secondo algoritmi sconosciuti tanto agli azionisti quanto ai capitalisti.
Che cosa c’entra questo con il lavoro? C’entra, eccome. L’inizio di questa intersezione tra owner capitalism, dominato dai manager stockoptionisti, e lo sviluppo delle forze produttive ha la sua acme nel lungo ciclo ininterrotto di crescita dell’economia statunitense, ciclo che durò dalla fine degli anni Ottanta fino alla prima metà del primo decennio del secondo millennio. Alla base di questo lungo ciclo, in cui pareva che il capitalismo non avesse più crisi, stava l’intersezione dell’owner capitalism con l’ICT, ossia con quel nuovo ciclo Kondatrieff, di grappoli di innovazione nel campo delle telecomunicazioni, della valorizzazione sul piano spaziale dell’elettromagnetismo e insieme della miniaturizzazione tipica delle terre rare.
La produttività del lavoro crebbe a dismisura. Questo per due fattori: il primo fu l’abbassamento dei costi di transazione – tempo e spazio tendevano ai costi zero. Il secondo elemento fu l’aumento della produttività del lavoro, che non a caso avvenne nei sistemi sociali in grado di sviluppare quote crescenti di plusvalore, contestualmente alla creazione di enormi masse di domanda interna. La domanda pareva diventare l’elemento essenziale, non solo nei mercati dove questo processo ebbe inizio, in primis il mondo anglosassone a common law, ma anche in misura minore nell’Europa continentale (a sistema giuridico romano-germanico).
I mercati dovevano essere creati in quelli che un tempo si chiamavano Paesi in via di sviluppo e che ora si chiamano BRICS. Naturalmente, come oggi sappiamo, questi mercati che generarono l’illusione che tutte le economie cosiddette avanzate potessero essere fondate su modelli export-lead, non si svilupparono come previsto. E così inizia, dapprima nascostamente, una gigantesca crisi di sovra-capacità produttiva. La prova di ciò non sta tanto e soltanto negli enormi stoccaggi di merci invendute, ma soprattutto nella colossale riduzione della forza lavoro occupata su scala mondiale e soprattutto in quelle grandi corporation che erano state all’origine del lungo ciclo della new economy e della diffusione dell’ICT.
Naturalmente da circa trent’anni, non a caso, la dimensione media su scala mondiale si va riducendo e questo per la crescente produttività del lavoro creata non grazie alla lunghezza del tempo di lavoro, ma all’intensificazione della produttività tecnologica tutta labour-saving. La creazione del cosiddetto nuovo proletariato asiatico è una realtà che coinvolge centinaia di milioni di nuovi proletari, ma non deve trarci in inganno.
Si tratta di un fenomeno temporaneo, che non durerà più di un cinquantennio, ossia il battito di un ciglio nella storia. E questo perché il nuovo proletariato di cui parliamo sarà molto presto investito (in realtà lo è già) della legge gerschenkroniana del vantaggio dell’arretratezza, ossia del fatto che in India, in Cina, in Malesia, in Birmania, a Singapore, in Perù ecc, non si passano tutte le fasi della crescita tecnologica ma si saltano tali fasi e ci si aggrappa, nella produzione di plusvalore, all’ultima disponibile. Ciò significa che esistono ancora immense sacche di plusvalore relativo, ossia creato non dalla tecnologia ma dalla durata della giornata di lavoro e dai bassi salari. Fenomeno che accompagna sempre l’accumulazione capitalistica e che riappare oggi, sfatando ogni determinismo tecnologico, proprio nel vecchio continente, sotto il tallone dell’ordoliberalismo teutonico, che risponde alla caduta del tasso di profitto con l’abbassamento dei salari e con la deflazione, generando in tal modo sempre nuove crisi da sottoconsumo come sono oggi quelle in corso in Europa.