La sala si oscura lentamente e per qualche secondo senti solo lo sciabordio dell’acqua. È un movimento profondo, come se sotto il palco scorresse un mare nascosto. Poi la luce apre su una scena quasi vuota, sospesa tra deserto e oceano. Gli artisti camminano su un pavimento che sembra asciutto ma soggiace qualcosa di instabile, come fosse sabbia compressa. Poi, all’improvviso, si apre una botola e uno degli acrobati scompare sotto i piedi degli altri, inghiottito da una superficie che fino a un secondo prima era semplicemente terra.
Stupore artificiale, tanto. Fascinazione per chi assiste, poca. Lo spettacolo si chiama “The Pearl” ed è stato realizzato espressamente per risiedere a Dubai così come il teatro permanente di Al Habtoor City, il quartiere centrale della città. Lo spazio è stato disegnato per ospitare una piscina da 2,7 milioni di litri d’acqua – quella che 12.000 italiani usano in un giorno – che si riempie e svuota in pochissimi secondi. Dove gli spettatori sono disposti a 270° attorno alla scena. Praticamente in verticale, uno schienale sopra l’altro, invece che uno sotto l’altro. Perché quello a cui si assiste è il teatro di Franco Dragone (mancato due anni fa, ndr), ex regista del Cirque du Soleil, nome italiano ma naturalizzato belga, a cui la città ha chiesto di realizzare qualcosa che colpisse l’immaginario dei turisti e spettatori in modo indelebile.
E in effetti accade proprio così, dentro The Pearl si viene travolti: come in una gigantesca macchina liquida, nel giro di pochi secondi l’intera scena si riempie d’acqua, il pavimento diventa una piscina profondissima. Un artista corre, poi prende ancora la rincorsa e si lancia da una torre metallica altissima. Poi cade per 25 metri in un silenzio surreale, e quando entra a testa in giù nell’acqua non si sente quasi nulla, solo un’esplosione di luce e spruzzi che illuminano tutta la sala.
È come un algoritmo di emozioni fortissime che non ti permette di prendere fiato: nessuna pausa, un Tik Tok continuo. Gli acrobati emergono, scompaiono, riappaiono da altri punti della scena come creature marine. Corde, trapezi e passerelle scendono dall’alto mentre il palco continua a trasformarsi: prima lago, poi terra, poi di nuovo acqua. È un’esibizione costruita sul ritmo dell’immersione e dell’emersione, come se il teatro respirasse. Tu, invece, no, non puoi.
Ho assistito a questo spettacolo nel 2018. In scena c’erano 65 artisti tra acrobati, tuffatori e performer aerei, provenienti da oltre 20 paesi. Le piattaforme da cui si lanciavano arrivavano fino a 25 metri di altezza. Il teatro accoglieva più di 2500 spettatori seduti su tre lati della scena, così vicini all’acqua da sentire gli spruzzi quando gli artisti si tuffavano. A pensarci ora, a tutta questa tecnica e agli investimenti messi in campo per un unico palcoscenico, vien quasi un brivido. Ma poi, in fondo, cosa sono queste se non briciole di cultura in confronto alle immense risorse messe in gioco negli ultimi 30 anni degli emiri. Dopotutto, le città stesse del Golfo Persico sono dei grandi platee a cielo aperto, con grattacieli il cui obiettivo è stato colpire l’immaginario della finanza, dell’impresa e infine dei turisti. E dunque cosa sarà mai una grandissima produzione teatrale, gigante come una delle tante fontane di Abu Dhabi certo, noccioline rispetto a quanto è stato investito nel marketing, per promuovere e rendere viva e pulsante una città desertica?
Le cose, oggi, ovviamente stanno cambiando a causa della guerra in Iran. Tuttavia The Pearl non è stato cancellato. Lo spettacolo, che è la metafora della nascita di Dubai e del suo rapporto con l’acqua, vorrebbe raccontare la storia degli umili pescatori che si tuffavano per decine di metri senza attrezzatura per cercare ostriche che contenessero perle preziose.
Quali spettatori applaudiranno di questi tempi gli artisti?
Certo non gli umili lavoratori indiani che abitano alla sua periferia, che hanno costruito i grattacieli e che sono gli unici ad aver perso la vita, in questo conflitto tra USA e Iran. Per questo oggi che le cose vanno un po’ meno bene, quelle perle e quell’acqua assumono un significato completamente differente. Oggi che alcuni impianti di desalinizzazione – necessari per produrre i 550 litri procapite quotidiani per ciascun abitante della città – sono stati colpiti. Oggi che quando si filma la guerra con il cellulare (o qualcosa che non piace agli emiri) si va diretti in galera per due anni. Oggi che sappiamo, appunto, che, dalla Palma in giù, è stata tutta una grande performance. Che gli ultimi non contano nulla e che la monarchia assoluta, è monarchia assoluta.
Nulla si inventa, e così come Dubai è stata la copia ricca di Miami, lo spettacolo The Pearl, ho pensato, potesse assomigliare alla brutta copia – ops! alla ricca copia, ma senza significato sottostante – di Vollmond, la performance forse più coreografica di Pina Bausch che fu rappresentata nel 2006, al teatro dell’Opera di Wuppertal, sede storica della compagnia Tanztheater Wuppertal fondata e diretta da lei stessa. Era a Roma nel 2006, all’Auditorium, e conoscendo una ballerina della compagnia, Julie Stanzack, riuscii a infilarmi in una poltroncina laterale. Sapevo sarebbe stato incredibile, avevo visto gli scatti di scena, avevo letto le recensioni. Sapevo che sarebbe stato uno spettacolo sul caos umano, ma mai avrei immaginato quell’ enorme roccia grigia che dominava il centro della scena, alta diversi metri, inquietante. Un asteroide, come se fosse appena caduto da una montagna dentro un ruscello. Un monolite, alla Stanley Kubrick in 2001, Odissea nello spazio. Una presenza dissonante.
Poi i ballerini. Incomprensibili come scimmie. Attraversavano la scena, filiformi ma pesanti, schizzando ovunque come animali. Ma già qui, Vollmond, dimostrava la sua profondità, le sue radici torturate, perché la trama non era muscolare – ginnastica – ma acustica.
La prima cosa che colpiva erano i rumori prodotti dai movimenti umani con e nell’acqua. Tanti schianti liquidi che rimbalzavano sulle pareti della sala, i corpi umani diventavano così rumorosi da rendersi, quasi, preistorici. Una donna correva verso la roccia, scivolava, cadeva. Un uomo la sollevava ma invece di aiutarla sembrava trascinarla. In Vollmond è la guerra dei sessi e degli umani, dove i corpi si inseguono, si urtano, si sfidano come se la scena fosse un territorio conteso. Alcuni danzatori salgono sulla roccia e poi scendono di colpo correndo nel lago artificiale, spruzzando acqua ovunque come in una tempesta improvvisa.
E poi ancora, un uomo corre a tutta velocità e si lancia in una lunga scivolata sul pavimento allagato. L’acqua esplode in un arco luminoso sotto i riflettori. È un gesto che sembra liberatorio ma anche violento, quasi una collisione con il mondo. Poco dopo due performer si rincorrono e finiscono per affrontarsi nell’acqua come in una lotta infantile e feroce allo stesso tempo. La coreografia è elegante ma inelegante perché c’è attrito, peso, resistenza, resilienza.
E c’è tutto questo perché c’è contenuto, in Vollmond. C’è sofferenza. C’è devastazione umana. La scena più famosa arriva quando uno dei danzatori comincia a correre in cerchio spruzzando acqua verso gli altri come se stesse scatenando una pioggia. I corpi diventano improvvisamente euforici, quasi deliranti. Alcuni ridono, altri gridano, altri ancora cadono e restano sdraiati nell’acqua guardando il cielo. È un momento ambiguo perché sembra una festa pagana, ma sembra anche caos postmoderno. Negli occhi rimangono le movenze dell’acqua così come le forme delle ferite di un percorso difficile. L’intero spettacolo è attraversato da questa oscillazione tra gioia e aggressività. I corpi si abbracciano e subito dopo si respingono. Si inseguono come bambini ma con una tensione adulta, quasi pericolosa. L’acqua trasforma ogni gesto in qualcosa di imprevedibile: si scivola, si cade, si perde l’equilibrio. Nessuno ha davvero il controllo e questo inquieta, ma al tempo stesso, è uno spettacolo che somiglia tanto alla vita.
A Dubai, l’acqua, assomigliava ad uno strumento di performance ginnica. Con Pina Baush l’acqua diventa uno strumento di misurazione delle relazioni umane. Ovvero, della distanza tra gli esseri umani. Forse, un po’, quello che avrebbe dovuto essere il primo grande spettacolo prodotto con l’acqua. Realizzato per il Bellagio Hotel di Las Vegas come performance residente, “O” costò – nei lontani anni Novanta – circa 250 milioni di euro. Per realizzarlo fu costruito uno dei più grandi palcoscenici acquatici del mondo: cinque milioni di litri d’acqua che si alzano e si abbassano come un mare artificiale. Las Vegas come Dubai: città nate da una stessa grammatica del potere, quella della moltiplicazione del denaro e del petrolio, che si trasforma in un immaginario globale. Lavorano(utilizzano) con l’acqua perché in fondo, l’acqua è simbolo potente, prima di tutto, di vita, giocando sull’esplosività dello stupore, l’effetto marketing stordente della pubblicità, il doping dei sensi. L’esatto contrario, se vogliamo, rispetto al significante dell’acqua per Pina Bausch. Non un effetto scenico ma una materia emotiva. Nei suoi allestimenti l’acqua entrava sulla scena per rendere visibili i corpi: ogni passo, caduta o corsa lasciava una traccia, uno schizzo, un suono. L’acqua diventava il modo più diretto per mostrare ciò che nella danza normalmente resta invisibile: la fragilità, l’impulso, la vita che attraversa i corpi.