Sul libro di Ettore Rocca — L’umano e l’inumano

Autore

Veronica Ronchi

Data

20 Marzo 2026

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4' di lettura

DATA

20 Marzo 2026

ARGOMENTO

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Architettura, natura e inumano: una meditazione filosofica

Il volume di Ettore Rocca, L’umano e l’inumano. La filosofia dell’architettura come filosofia della natura (Carocci, 2025, € 23,00) ha il grande merito di mettere in discussione alcune idee diffuse sullo spazio costruito. Tradizionalmente, l’architettura è considerata l’arte che manifesta con più evidenza il primato della volontà umana sulla natura: pietra, ferro e cemento come sigillo del dominio dell’uomo sul mondo. Rocca capovolge questa immagine: l’architettura è, paradossalmente, l’arte più “inumana”, la più permeabile all’alterità, la più esposta alle forze che eccedono la misura dell’umano.

Questo ribaltamento di prospettiva non è una provocazione fine a sé stessa ma si dispiega attraverso un itinerario filosofico e storico molto denso, che convoca pensatori, opere architettoniche e pratiche artistiche contemporanee in un dialogo serrato attorno a questioni irriducibili: il rapporto tra costruzione e natura, il ruolo dello spazio e della misura, la filosofia della rovina, la possibilità di immaginare nuove forme di coabitazione tra artificio umano e forze del mondo.

Il conflitto tra architettura e natura: un paradigma da decostruire

Nel dibattito contemporaneo, il rapporto tra architettura e natura è spesso descritto come antitetico. Costruire significherebbe alterare, ferire, sottrarre. Non è raro, in certi circoli di architettura critica, imbattersi nella tesi secondo cui l’atto più eticamente coerente per un architetto sarebbe oggi il silenzio della non-costruzione.

Rocca prende in esame questa sensibilità e ne analizza le implicazioni sul piano teorico. L’architettura è un intervento umano sulla realtà, ma non è solo un atto di sopraffazione. Essa nasce sempre in un confronto con qualcosa che la precede e che le si oppone: lo spazio, i materiali, il territorio, le forze naturali. Costruire significa misurarsi con ciò che non dipende dalla volontà dell’architetto, negoziare con una resistenza che precede ogni progetto. In questo senso, l’architettura rivela, più che dissimulare, la condizione di incompletezza e dipendenza che caratterizza ogni agire umano.

L’origine filosofica: il Timeo di Platone e la materia che resiste

Per illuminare questa relazione dialettica tra costruzione e resistenza del reale, Rocca torna a uno dei testi fondativi del pensiero occidentale: il Timeo di Platone. In questo dialogo cosmologico, la creazione dell’universo è descritta come un’operazione che assomiglia, nella sua struttura profonda, al lavoro di un architetto. Il demiurgo — principio ordinatore del cosmo — non genera il mondo ex nihilo, ma plasma una materia preesistente, caotica, refrattaria.

Questo dettaglio è tutt’altro che secondario: anche nella cosmogonia platonica, la creazione avviene in tensione con una resistenza. Lo spazio, la chora, è il punto di fondazione tanto della filosofia dell’architettura quanto della filosofia della natura. La materia non è cera docile nelle mani del creatore; essa possiede una propria inerzia che limita e condiziona, a sua volta, il gesto ordinatore. Rocca evidenzia che la chora, “come territorio e come spazio di ritrazione, contenimento e mancanza”, è la condizione per pensare la città. Come il demiurgo, l’architetto non impone la propria volontà al vuoto, ma la negozia con lo spazio, con i materiali, con il contesto. La costruzione non è dominio, è dialogo.

La misura e l’assenza: Alberti e la mensura Christi

Una delle sezioni più suggestive del libro è dedicata al pensiero rinascimentale e, in particolare, alla figura di Leon Battista Alberti. Nel suo magistero teorico e architettonico, Alberti assegna alla misura e alle proporzioni un valore quasi sacrale: esse sono il fondamento dell’armonia spaziale, il punto in cui la ragione umana e l’ordine del cosmo si toccano.

L’esempio che Rocca porta con acutezza è il Tempietto del Santo Sepolcro a Firenze, opera albertiana che riprende simbolicamente il Santo Sepolcro di Gerusalemme. Ma ciò che viene realmente “copiato” non è la struttura materiale dell’edificio originale: è una misura simbolica, la cosiddetta mensura Christi, ossia l’altezza tradizionalmente attribuita al corpo di Cristo.

Il paradosso che ne scaturisce è di straordinaria fecondità filosofica: quella misura rimanda a un corpo assente. Il corpo di Cristo non è più nel sepolcro. L’architettura nasce, letteralmente, da un’assenza — da un vuoto che diventa fondamento. Rocca generalizza questa intuizione: ciò che è più significativo in uno spazio non è necessariamente ciò che vi è presente, ma ciò a cui esso rimanda, ciò che evoca senza mostrare. L’architettura come soglia verso l’invisibile.

Il “non-altro” di Cusano: un’ontologia della soglia

Per approfondire questa intuizione, Rocca si volge al pensiero di Nicola Cusano, filosofo e teologo del Quattrocento, e al suo originalissimo concetto di “non-altro”. Nel pensiero ordinario, l’identità di una cosa si definisce per differenza: qualcosa è ciò che è in quanto non è qualcos’altro. Cusano, per tenere insieme l’immanenza e la trascendenza di Dio, ipotizza invece una dimensione più originaria, anteriore alla distinzione stessa tra identità e alterità. La non-alterità, appunto, come caratteristica che dice della presenza di Dio in tutte le cose e, allo stesso tempo, la sua unicità come unico che non è individuato per via di negazione. Applicata allo spazio architettonico, questa categoria viene convertita nel “non-altrove”: ogni spazio, potenzialmente, è spazio del sacro, che non è qui, ma non-altrove che qui. Si entra quindi in un territorio di soglia dove la distinzione tra natura e cultura, tra umano e non umano, non è ancora data. L’architettura può diventare il luogo in cui questa relazione originaria emerge alla visibilità: non uno spazio di contrapposizione, ma di compresenza.

La rovina come condizione originaria

Tra i momenti di maggiore intensità speculativa del libro vi è la riflessione sulla rovina. Il punto di partenza è il celebre saggio di Georg Simmel, per il quale l’architettura rappresenta la vittoria dello spirito umano sulla natura: essa organizza, contiene, disciplina le forze naturali. Ma quando l’edificio cade in rovina, la natura si riprende ciò che le era stato sottratto: le piante colonizzano le pietre, i materiali si sbriciolano, la struttura costruita dall’uomo viene lentamente reinglobata nel paesaggio.

Rocca sottolinea come il saggio di Simmel contenga già una radicalizzazione di questa idea: l’architettura non diventa rovina alla fine della sua vita, ma nasce già come rovina. Fin dall’istante della sua edificazione, essa è esposta al tempo, agli agenti atmosferici, alla trasformazione inarrestabile. La rovina non è il destino dell’architettura: ne è la condizione originaria, la sua verità più profonda. L’edificio non è mai separato dalla natura; è sempre già parte di un processo dinamico e comune.

Arte contemporanea: fantasmi, reti e foreste urbane

La meditazione teorica si arricchisce di esempi tratti dall’arte e dall’architettura contemporanee, che sembrano incarnare visivamente le tesi del libro. Spicca tra tutti il lavoro di Edoardo Tresoldi, artista che realizza strutture architettoniche in rete metallica: edifici scomparsi o immaginari che ritornano come apparizioni, architetture-fantasma che non dissimulano la propria incompletezza, che appaiono già come rovine ancora prima di essere nate.

Questi interventi mettono in scena con efficacia visiva la dimensione temporale e fragile dell’architettura: gli edifici non come strutture permanenti, ma come tracce di una storia in perpetua trasformazione. Analoga logica anima i progetti di riforestazione urbana che cercano di reintegrare la natura all’interno del tessuto metropolitano, ridisegnando il confine tra città costruita e ambiente naturale come una linea permeabile piuttosto che un muro.

Verso una nuova filosofia della natura

Il libro di Rocca si inscrive in un dibattito più vasto: la necessità di ripensare il concetto stesso di natura nella filosofia contemporanea. Per secoli, la natura è stata consegnata alle scienze naturali come oggetto inerte di studio, mentre la filosofia si è raccolta sull’esperienza umana come su un’isola protetta. Questa separazione è oggi, secondo Rocca, insostenibile. Comprendere il rapporto tra architettura e natura richiede una nuova filosofia della natura: una filosofia capace di integrare la dimensione scientifica, quella artistica e quella speculativa in un discorso unitario. L’architettura può assolvere un ruolo decisivo in questo processo, perché è il luogo privilegiato in cui l’incontro tra umano e non umano si fa concreto.

Costruire come gesto filosofico

La prospettiva che Rocca restituisce all’architettura una profondità che il dibattito contemporaneo rischia spesso di smarrire. Invece di intenderla semplicemente come strumento di dominio o, all’opposto, come fonte di colpa ecologica, l’architettura emerge come campo di tensione tra umano e inumano, come il luogo in cui la condizione dell’uomo nel mondo si rivela in tutta la sua complessità.

Attraverso il dialogo con la filosofia antica, il pensiero rinascimentale e l’arte del nostro tempo, Rocca mostra come costruire non sia mai soltanto un atto tecnico. È un gesto filosofico: una presa di posizione sul mondo, un modo di abitare la soglia tra ciò che l’uomo fa e ciò che lo supera.

L’architettura, lungi dall’essere un simbolo di supremazia umana, può diventare — e forse deve diventare — uno spazio di ascolto, di dialogo e di confronto tra chi vi opera.

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