Resistere nelle Città di pianura di Francesco Sossai tra strade immaginarie e stagnazione reale

Autore

Edward Cruickshank, Enrico Turco

Data

19 Dicembre 2025

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4' di lettura

DATA

19 Dicembre 2025

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Cinema

Società

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[Gli autori dell’articolo suggeriscono di leggerlo con Workaholica di Krano in sottofondo. Volume medio, passo da statale provinciale].

In una villa nobiliare, un dipinto della scuola del Veronese raffigura un paesaggio immaginifico in cui le Dolomiti sembrano toccare direttamente la laguna di Venezia, «senza tutte quelle città di pianura in mezzo». È così che Francesco Sossai, regista bellunese, rivede oggi la sua regione, il Veneto: non più una terra ma un territorio, plasmato da decenni di sviluppo industriale e ostentato produttivismo. Una superficie sfruttabile, disseminata di capannoni e infrastrutture che collegano un punto all’altro, cancellando tutto ciò che incontrano lungo il percorso.

Tra questi spazi sospesi si muovono i protagonisti de Le città di pianura, Doriano e Carlobianchi, due sessantenni amici di vecchia data che trascorrono le giornate ubriacandosi e ricordando i bei tempi andati. Vagando da un bar all’altro, queste due rivisitazioni del Gatto e la Volpe dall’accento veneto incontrano il loro Pinocchio della Gen Z, Giulio, un giovane studente di architettura a Venezia, di origini meridionali, timido e imbrigliato che, inizialmente recalcitrante, finisce per lasciarsi trascinare dai due buontemponi. 

A seguito di varie peregrinazioni, li ritroviamo seduti ad un tavolo, tra bicchieri mezzi vuoti e una fetta di salame, l’ultima, che nessuno pare voler mangiare. Nella teoria economica del consumatore, ricorda Carlobianchi, questa empasse si spiega bene con il concetto dell’utilità marginale decrescente, secondo cui ogni unità aggiuntiva di consumo accresce l’utilità in misura minore della precedente. Eppure, si affretta a correggerlo Doriano, c’è qualcosa che alla teoria economica sfugge: l’ultimo, appunto. 

C’è sempre un ‘ancora’ che si mangia l’equilibrio: l’ultima fetta di salame, l’ultimo goto (per i non veneti, un bicchiere di vino), l’ultimo piccolo eccesso che tenta di colmare un vuoto più grande. ‘Andare a bersi l’ultima’ assume così un duplice significato: da un lato, rimanda a quell’iper-consumismo tipico della società contemporanea, che in Veneto prende spesso la forma dell’alcolismo; dall’altro, diventa per i tre protagonisti un motto quotidiano, una metafora della resistenza di fronte al vuoto e allo smarrimento lasciati dalla fine delle ideologie, dal crollo delle dominanti collettive (religione e politica) e dalla stagnazione successiva alla crisi del 2007. 

Venuta meno la promessa di una crescita illimitata e l’illusione un benessere diffuso, si affermano così parole nuove – come delocalizzazione e supply chain – e una vecchia: precarietà. Il film ci porta per le strade provinciali del nord-est, tra campanili e rotatorie, mentre le facciate delle case mostrano i segni di un sistema predatorio che ha generato disuguaglianze feroci, desertificazione e un diffuso senso di stanchezza e sfiducia. Carlobianchi e Doriano, però, oscillano tra la nostalgia per un passato che non tornerà e un sano, irriducibile attaccamento alla vita, che finisce per contagiare anche Julio. «Non c’è mai un’altra volta» gli ripetono. C’è questa: l’unica e l’ultima. La loro ostinazione assume la forma di una reazione anti-apocalittica che riporta il collasso a misura umana. «DURI SEMPRE!», si ripetono, anche se forse non ci credono fino in fondo.Sossai ci lascia con un paradosso: si può essere «troppo grandi per crescere»? E noi, in questo contesto, che cosa cerchiamo davvero quando diciamo di volere di più? Il regista pone queste domande con una modestia feroce, senza fare proclami, mostrando la tensione tra movimento e direzione, e segnalando il rischio di ripercorrere sempre gli stessi tracciati, scambiandoli per futuro, come l’immaginaria Lisbona–Treviso–Budapest che attraversa il film. Il Veneto, come gran parte dell’Italia, sembra desiderare cambiamento ma resta bloccato in modelli che hanno esaurito da tempo la loro carica generativa.

Le città di pianura ci costringe così a guardare negli occhi un Paese dove l’incapacità di immaginare alternative accomuna biografie individuali, territori e politica, un Paese che non riesce più a raccontarsi un domani diverso – e che forse, proprio per questo, continua a bersi l’ultima.

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