Ravello LAB/Colloqui Internazionali – il forum europeo di analisi, discussione e proposta sul rapporto tra cultura e sviluppo, promosso da Federculture, Centro Universitario per i Beni Culturali di Ravello e FormezItalia – si conferma ancora una volta una fabbrica di idee e prospettive sul futuro della cultura in Italia e nel Mediterraneo. L’evento ospitato dal 23 al 25 ottobre nella cittadina della Costiera Amalfitana ha raccolto voci di amministratori, direttori di festival, studiosi, imprenditori e policy maker, chiamati a riflettere su un tema tanto ampio quanto urgente: la cultura come leva di sviluppo sostenibile e coesione sociale.
Ne è emerso un racconto corale, un mosaico di esperienze e proposte che delineano una nuova geografia del pensiero culturale.
La cultura non come lusso, ma come infrastruttura civile
Il filo conduttore degli interventi è stato chiaro: la cultura non può più essere considerata un settore accessorio, ma una componente essenziale delle politiche pubbliche. «Non è un costo, ma un investimento, un bene comune che genera valore economico e sociale».
Da questa consapevolezza nasce la necessità di ripensare il rapporto tra cultura, territorio e sviluppo, spostando l’attenzione dal mero intrattenimento alla costruzione di un sistema duraturo.
La sfida, oggi, è trasformare la cultura in una vera infrastruttura civile, capace di connettere cittadini, istituzioni e imprese intorno a un progetto condiviso di qualità della vita.
E la qualità, come è emerso dal dibattito, non si misura soltanto in numeri o presenze turistiche, ma nella capacità di generare conoscenza, senso di appartenenza e rispetto reciproco.
La giornata del 24 ottobre si è dipanata tra tre grandi panel. Ecco cosa è emerso.
Panel 1) L’Italia dei piccoli borghi e delle aree interne, un patrimonio da riscoprire
Chairman: Fabio Pollice, Rettore dell’Università di Salerno
La cultura, intesa nella sua accezione più ampia come insieme di patrimonio materiale e immateriale, saperi, sensibilità, identità collettiva, partecipazione civica, educazione e creatività, rappresenta un motore fondamentale per la rigenerazione dei piccoli borghi e delle aree interne. Tale rigenerazione può essere duratura solo se la cultura viene integrata in un progetto territoriale capace di coinvolgere attivamente i residenti e, al tempo stesso, di attrarre nuovi abitanti in cerca di qualità dell’abitare, relazioni sociali solide e opportunità di crescita personale e professionale.
La rigenerazione culturale deve dunque mirare a migliorare la qualità della vita delle comunità locali, valorizzando le dinamiche relazionali proprie dei borghi, poiché esse costituiscono l’essenza della loro identità e la risorsa principale per contrastare lo spopolamento e superare le condizioni di marginalità.
Rigenerare i borghi non significa sostenere un costo per il Paese, ma cogliere un’opportunità: quella di valorizzare presìdi territoriali che contribuiscono alla salvaguardia dei valori ambientali, paesaggistici e culturali dei nostri territori.
È quindi necessario utilizzare la cultura come strumento capace di generare identità, coesione e convergenza strategica, promuovendo attraverso processi di sviluppo endogeno e sostenibile.
In questa prospettiva, le raccomandazioni si articolano in indirizzi strategici e linee d’azione finalizzate a:
- trasformare i borghi in luoghi non solo di fruizione, ma anche di produzione culturale, a beneficio di residenti e visitatori;
- creare reti e connessioni tra borghi per favorire sinergie territoriali e la diffusione di buone pratiche;
- attrarre imprese e attività innovative grazie alla collaborazione con Università e centri di ricerca;
- promuovere forme di imprenditoria sociale ispirate al modello delle cooperative di comunità, capaci di presidiare e valorizzare gli interessi del territorio.
Panel 2) Produzioni culturali per le trasformazioni
Chairman: Pierpaolo Forte, docente di Diritto Amministrativo all’Università del Sannio
Il tavolo ha evidenziato profondi cambiamenti nel complesso ambito della produzione artistica e culturale. L’opera d’arte condivide con ogni prodotto umano valori di esistenza e di scambio, ma possiede una peculiarità distintiva: il valore di generatività, ossia la capacità di trasformare e rigenerare. È proprio questa funzione trasformativa a fondare la condizione giuridica fondamentale dell’autore: la libertà assoluta. Tale libertà, espressamente riconosciuta e tutelata dalla Costituzione italiana, deve essere preservata perché rappresenta un bene per la società e, più in generale, per la condizione umana e la sua naturale tensione evolutiva.
La produzione culturale, infatti, è uno dei motori principali dello sviluppo dell’essere umano e, di conseguenza, delle trasformazioni del mondo.
Accanto a ciò, emerge la grande responsabilità di chi opera in questo campo e l’importanza di alcune figure professionali — in particolare i direttori dei luoghi della cultura e i curatori — che risultano ancora poco riconosciute e difficilmente inquadrabili sul piano normativo.
Pur essendo sempre più avvertito il bisogno di formazione adeguata e di procedure trasparenti di selezione e nomina, molti direttori e curatori vivono oggi una condizione di solitudine professionale. Essi sono chiamati a svolgere un lavoro complesso di esplorazione, scelta, mediazione e visione sistemica in un contesto che sembra aver smarrito alcune dinamiche tradizionali, come il ruolo della critica, un tempo protagonista indiscussa del dibattito culturale.
Proprio per questo, la governance dei luoghi della cultura richiede un approccio particolarmente attento.
Gli indirizzi politici sono indispensabili per orientarli come istituzioni della trasformazione, ma i decisori pubblici devono essere consapevoli della natura delicata e speciale della produzione culturale. Le politiche devono essere esercitate con equilibrio, nel rispetto dell’autonomia non solo degli autori, ma anche di chi assume la responsabilità di rappresentare e mediare la presenza sociale della cultura.
Anche la valutazione degli impatti deve tener conto di questa specificità: non può ridursi a parametri quantitativi, cedendo alla ‘tirannia dei numeri’, ma deve considerare gli effetti qualitativi, relazionali e trasformativi della produzione culturale.
In un Paese come l’Italia, tra le mete turistiche più desiderate al mondo, è fondamentale evitare l’equivoco di subordinare la produzione culturale alle logiche del turismo.
La cultura è destinata innanzitutto ai territori, alle comunità e alle persone che li abitano. L’eredità culturale che oggi rende l’Italia così attrattiva è nata come espressione di contemporaneità: ogni opera, ogni bene, è stato nuovo nel momento in cui è stato creato.
Pertanto, anche oggi la produzione culturale deve mantenere un legame vitale con il proprio tempo, un tempo caratterizzato da transizioni ambientali, climatiche e tecnologiche.
L’arte, tuttavia, non conosce confini: è un fenomeno globale, e sempre più rilevante è il ruolo delle istituzioni sovranazionali e internazionali che se ne occupano. È necessario dedicare attenzione a questi contesti, poiché la cultura rappresenta una via alternativa al conflitto.
Il dialogo culturale internazionale deve essere preservato e mantenuto aperto anche in situazioni di guerra: la cultura, più di ogni altra forza, è in grado di tenere vivi i canali di comunicazione e di costruire ponti tra i popoli.
Panel 3) Le Capitali della Cultura: impatti e prospettive a dieci anni dalla loro istituzione
Chairman: Marcello Minuti, Coordinatore generale della Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali
Quest’anno la riflessione assume un valore particolarmente significativo: ricorrono infatti i vent’anni dall’istituzione della Capitale italiana della Cultura e i quarant’anni dalla proclamazione della prima Capitale europea della Cultura, Atene 1985.
In questo contesto, il panel ha raccolto le esperienze di due Capitali europee, otto Capitali italiane, tre città finaliste e numerosi contributi di progettisti culturali ed esperti italiani ed europei. L’obiettivo comune è stato individuare strategie per rendere più duraturi gli effetti del percorso delle Capitali, affinché l’investimento culturale non si esaurisca con l’anno di designazione, ma produca risultati concreti, visibili e sostenibili nel tempo. È emersa, innanzitutto, la necessità di considerare la Capitale della Cultura non come un evento isolato, ma come un processo di trasformazione strutturale. Ciò comporta l’estensione della progettualità almeno ai due anni successivi e una riflessione approfondita sulla sostenibilità a lungo termine delle iniziative intraprese.
Un altro tema centrale riguarda l’importanza di adottare una visione trasversale nella redazione dei dossier di candidatura, in cui la cultura dialoghi in modo integrato con economia, educazione, welfare e mobilità. In questa prospettiva, è fondamentale costruire — e formalizzare all’interno del dossier — alleanze territoriali solide tra istituzioni, terzo settore e imprese, affinché la candidatura diventi un impegno realmente condiviso e partecipato.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla comunicazione. Si propone di inserire nei dossier un vero e proprio piano di comunicazione, con risorse dedicate alla valorizzazione dei risultati, al coinvolgimento attivo della cittadinanza e alla narrazione dei processi di cambiamento.
È stata inoltre sottolineata la necessità di istituire un sistema nazionale di monitoraggio e valutazione degli impatti, capace di leggere in modo coerente, comparabile e misurabile gli effetti delle esperienze delle Capitali. Parallelamente, si suggerisce di spostare il focus dei dossier dalla sola offerta culturale alla produzione culturale radicata nei territori, promuovendo processi creativi autentici e sostenibili.
Per sostenere i Comuni in questo percorso, è stato proposto di rafforzare i programmi di assistenza tecnica e accompagnamento, sul modello del Cantiere Città — il programma di capacity building promosso dal Ministero della Cultura e dalla Scuola nazionale del patrimonio e delle attività culturali a supporto delle dieci città finaliste di ogni edizione.
Un ulteriore aspetto riguarda i tempi del processo: si propone una dilatazione del calendario, che consenta la costruzione di progetti più partecipati, inclusivi e sostenibili.
Infine, è stata avanzata l’idea di creare un grande database nazionale delle candidature, un archivio pubblico che raccolga idee, progetti e buone pratiche di tutte le città che hanno partecipato alle selezioni. Questo patrimonio, reso accessibile e interrogabile attraverso sistemi di intelligenza artificiale, costituirebbe una risorsa condivisa e strategica per l’intero Paese.
Da questa visione nasce anche la proposta di un ‘Erasmus delle città culturali’, volto a favorire lo scambio di esperienze e competenze tra giovani e operatori dei diversi contesti urbani, rafforzando così il legame tra le comunità e la dimensione europea delle politiche culturali.
Verso un nuovo paradigma culturale
L’evento si è concluso con una riflessione collettiva: serve un nuovo paradigma culturale, capace di tenere insieme bellezza, giustizia sociale e sostenibilità.
Non basta fare cultura: bisogna farla in modo etico, partecipato, consapevole.
La cultura deve essere inclusiva e rigenerativa, in grado di dare risposte alle fragilità del nostro tempo – dall’emergenza climatica alle disuguaglianze, dalla crisi dei valori alla solitudine digitale.
In questo senso, la sfida che parte da Ravello LAB è quella di mettere la cultura al centro delle politiche di sviluppo, non come ornamento, ma come architrave di un modello di società più giusto e lungimirante.
Una cultura che non si limita a raccontare il mondo, ma contribuisce a trasformarlo.
Ravello Lab si conferma quindi come laboratorio di futuro, dove l’Italia può sperimentare un nuovo patto tra cultura, comunità e istituzioni.
Un patto che riconosca nella cultura non un lusso per pochi, ma un diritto di tutti e una responsabilità collettiva. «Siamo ciò che coltiviamo».
E Ravello, con la sua storia e il suo orizzonte aperto, dimostra che coltivare cultura significa coltivare futuro.