Fumio Yamamoto, nel romanzo I dilemmi delle donne che lavorano (Planaria, titolo originale – Neri Pozza, 2025, € 18,00 ), offre un affresco intimo e spietato delle tensioni interiori che animano le donne giapponesi contemporanee, sospese tra desiderio di emancipazione e richiami alla tradizione. Pubblicato per la prima volta nel 2000 e vincitore del Premio Naoki, il libro intreccia cinque storie femminili – Haruka, Izumi, Katō, Mito e Sumie – che incarnano altrettanti volti del femminile nella società del Giappone post-industriale.

Il racconto d’apertura, Planaria, è forse il più emblematico. Haruka, giovane donna sopravvissuta a un tumore al seno, racconta di come la malattia sia diventata parte integrante della sua identità. In una delle scene iniziali, tra amici e alcol, afferma provocatoriamente:
«Se rinasco, voglio rinascere planaria».
La planaria, piccolo organismo capace di rigenerarsi se tagliato, diventa simbolo di resilienza ma anche di alienazione. Haruka, ‘guarita ma non sana’, cerca di rigenerarsi in una società che però non sa come trattare chi si discosta dalla norma. Il fidanzato, incapace di tollerare il suo dolore, le dice:
«Devi smetterla di tirare fuori la tua malattia. Se continui così, non ti resterà nemmeno un amico».
In queste parole si riflette una delle contraddizioni più sottili della società giapponese: la pressione alla tatemae (facciata sociale), l’obbligo di apparire sereni e integri anche dopo un trauma. La sincerità emotiva è percepita come inappropriata, e Haruka ne paga il prezzo.
Il tema del corpo femminile come territorio di conflitto attraversa tutto il libro. Haruka, come molte protagoniste di Yamamoto, vive il corpo come un campo di battaglia: malato, mutilato, medicalizzato, ma anche giudicato dagli altri. Quando ricorda il proprio passato di ragazza obesa, scrive:
«Le ciccione sono bersaglio dei bulli. Lo capii quando misi piede per la prima volta all’asilo».
La violenza estetica che subisce si estende poi alla sfera lavorativa e sentimentale: una continua richiesta di adeguamento alle aspettative sociali. In questo, il romanzo dialoga con la cultura giapponese del dopoguerra, dove la donna ‘che lavora’ resta una figura liminale — libera ma sospetta, produttiva ma mai davvero emancipata. Il titolo stesso, I dilemmi delle donne che lavorano, evoca la tensione tra shokugyō fujin (donna professionista) e ryōsai kenbo (buona moglie, saggia madre), le due identità che la società patriarcale impone.
Nel romanzo emerge anche una forma sottile di sorellanza femminile. Quando Haruka incontra Nagase, una donna conosciuta in ospedale che la aiuta a ritrovare un impiego, nasce un legame fatto di discrezione e reciproco riconoscimento. In un Giappone dove le relazioni sociali si basano sulla distanza e sulla formalità, quella solidarietà assume un valore quasi rivoluzionario: un modo per ritessere la propria umanità fuori dalle maglie del sistema lavorativo e familiare.
Yamamoto racconta senza moralismi, con un linguaggio asciutto e spesso ironico, il malessere del Giappone contemporaneo. Le protagoniste, pur appartenendo a classi e generazioni diverse, condividono la stessa solitudine. Sono figure ‘post-bubble’, cresciute in un Paese segnato dalla crisi economica e dal declino del modello familiare tradizionale. La loro lotta quotidiana, tra lavoro precario, relazioni tossiche e autoesigenze impossibili, riflette una società in cui la libertà femminile è concessa solo entro limiti invisibili.
Yamamoto demolisce il mito dell’efficienza e dell’abnegazione giapponese, mostrando il lato umano di chi ‘non ce la fa’. Haruka confessa infatti:
«La vita in sé lo era pesante, ma lo sarebbe stato anche darmi la morte. […] Ero stufa marcia di essere così incoerente».
Questa frase, che unisce ironia e disperazione, riassume l’anima del romanzo: la difficoltà di scegliere tra sopravvivere e vivere davvero.
Nei personaggi di Yamamoto risuona la tensione tipica della modernità giapponese: l’oscillazione fra individuo e collettività, obbedienza e libertà. La malattia, il lavoro, la sessualità diventano strumenti narrativi per denunciare l’ipocrisia di una società ancora profondamente patriarcale. Il linguaggio medico, la rigidità delle convenzioni sociali e il culto dell’apparenza sono tutte metafore di una cultura che fatica a concepire la fragilità.
Allo stesso tempo, Yamamoto recupera elementi estetici della sensibilità giapponese: la mono no aware (consapevolezza malinconica dell’impermanenza), il pudore dei sentimenti, la ricerca di armonia attraverso la sofferenza. Quando Haruka osserva la bellezza effimera di una donna incontrata in ospedale, dice:
«Spesso, guardando donne belle mi sentivo terribilmente inferiore, ma per qualche motivo nei suoi confronti provavo un’ammirazione sincera e mi dicevo che sarei stata felice se fossi nata come lei».
In questo sguardo convivono invidia, desiderio e compassione – il nucleo emotivo del romanzo.
I dilemmi delle donne che lavorano scava nella psicologia femminile con lucidità e pietà insieme. Fumio Yamamoto mette in scena un mondo dove la guarigione è sempre incompleta, la libertà sempre condizionata, ma dove persiste una forza vitale che somiglia proprio alla rigenerazione della planaria. Le sue protagoniste non vincono, ma resistono – e in questo risiede la loro dignità.
Con la sua scrittura sobria e tagliente, Yamamoto restituisce voce a chi nella società giapponese viene spesso silenziato. Il romanzo si colloca così tra le opere più rappresentative del femminismo giapponese contemporaneo, accanto ad autrici come Banana Yoshimoto e Yū Miri, offrendo un ritratto autentico e universale delle donne che, in ogni latitudine, cercano di rinascere ogni giorno.