Brian May. Live Aid for the Climate: una sinfonia per la Terra

Autore

Veronica Ronchi

Data

18 Giugno 2025

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5' di lettura

DATA

18 Giugno 2025

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Fondatore dei Queen, geniale chitarrista, autore di inni immortali come We Will Rock You, Sir Brian Harold May è una figura scolpita nella leggenda musicale.

May nasce a Twickenham (un sobborgo di Londra) il 19 luglio 1947. All’età di cinque anni comincia a suonare il pianoforte, ma la sua vera passione è la chitarra. Suona prima l’ukulele-banjo o banjolele (ispirandosi allo stile di George Formby) portato in guerra da suo padre. May apprende molto velocemente i fondamenti dello strumento e ben presto passa a suonare una chitarra acustica amplificata da un pick-up da lui stesso costruito. I suoi genitori, Harold e Ruth May, non possono comprare una costosa Fender Stratocaster, così nel 1963, con l’aiuto del padre ingegnere, il sedicenne May costruisce la sua Red Special con l’utilizzo del legno di un architrave e una parte in legno del camino. Solo le meccaniche e le parti elettroniche vengono acquistate e installate esternamente. La chitarra viene ultimata nel 1965 ed è utilizzata da May ancora oggi.

Durante gli anni ’60, May dà vita a diverse band scolastiche, tra cui i 1984, un gruppo che faceva cover di brani rock e pop. Successivamente, nel 1968, fonda la band Smile con il cantante e bassista Tim Staffell e il batterista Roger Taylor. Quando Tim Staffell lascia gli Smile nel 1970, viene sostituito da Freddie Mercury, che suggerisce anche il nuovo nome per il gruppo: Queen. Con l’aggiunta del bassista John Deacon nel 1971, la formazione definitiva era pronta e iniziò il viaggio verso il successo.

C’è però un altro Brian May, meno visibile dai riflettori del palco, eppure altrettanto vibrante: quello dell’attivista, dello scienziato, dell’amante appassionato della natura.

Astrofisico di formazione, laureato a pieni voti e con un dottorato completato ben dopo la fama, May ha sempre avuto una visione del mondo che va oltre i confini dell’umano: la Terra è un corpo celeste da proteggere, una culla fragile minacciata da una civiltà sorda e cieca. Ecco allora che il musicista si fa portavoce di cause ambientaliste, fondando associazioni, partecipando a battaglie civiche, e immaginando un futuro dove musica e attivismo si stringono in un abbraccio salvifico.

Il vero punto di svolta nella sua missione ecologista arriva nei primi anni 2000, quando May fonda la Save Me Trust, un’organizzazione che si batte per la difesa della fauna selvatica britannica, in particolare contro la caccia alla volpe e l’abbattimento dei tassi. Il nome stesso dell’associazione è un richiamo al brano Save Me dei Queen, ma è anche una supplica rivolta a un’umanità distratta: «salvami», dice la natura, «non voltarti dall’altra parte».

In questo contesto, May non si limita a prestare il volto alla causa: partecipa ai cortei, scrive articoli, interviene pubblicamente contro le politiche che minacciano gli ecosistemi locali. La sua tenacia lo porta spesso a scontrarsi con governi e lobby agricole, ma non cede mai: «Abbiamo la responsabilità morale di essere la voce di chi non può parlare per sé».

Nel 2011, produce anche una versione del brano Born Free, celebre colonna sonora dell’omonimo film sulla vita di Elsa, una leonessa africana. Il videoclip — girato con immagini di animali in libertà — è un inno alla bellezza della natura selvaggia e alla necessità di proteggerla.

Brian May riesce a dare alla sua militanza ecologista un tono autorevole e informato grazie anche alla sua formazione scientifica. La sua mente analitica, formata sui misteri dell’astrofisica, gli permette di leggere dati e proiezioni con occhio critico. Capisce il linguaggio della crisi climatica e ne coglie le implicazioni più profonde. «L’effetto serra, la distruzione delle foreste, l’innalzamento degli oceani… tutto è collegato. Non possiamo più vivere come se fossimo i padroni assoluti del mondo».

Tra i suoi interventi più potenti ci sono quelli contro il cambiamento climatico. In più occasioni ha denunciato la passività dei governi e l’inerzia delle grandi industrie. Mentre altri artisti si limitano a generici appelli per ‘salvare il pianeta’, May cerca strumenti concreti: educazione, pressione politica, ma anche azioni simboliche di forte impatto.

È da questa visione che nasce una delle sue idee più ambiziose: il Live Aid for the Climate.

Nel 2019, in una delle sue apparizioni pubbliche più significative, Brian May lancia un’idea tanto semplice quanto potente: ripetere l’energia di un evento come il Live Aid del 1985 — il mega-concerto benefico che mobilitò l’intero pianeta contro la fame in Africa e in cui in Queen regalarono una performance rimasta nella storia— ma questa volta per salvare la Terra stessa. «Abbiamo bisogno di un momento globale di consapevolezza, di unità, di emozione condivisa. Un Live Aid for the Climate potrebbe scuotere le coscienze e catalizzare un cambiamento reale».

L’idea risuona come un accordo pieno su una corda vibrante. Immaginate: centinaia di artisti in tutto il mondo, collegati da eventi in diretta, che offrono la loro arte per finanziare progetti di transizione ecologica, riforestazione, energie rinnovabili. Concerti trasmessi globalmente, campagne educative parallele, appelli diretti ai leader mondiali. Un’ondata emotiva capace di ridisegnare la narrazione planetaria.

May immagina anche la presenza attiva della scienza e delle popolazioni indigene, custodi di saperi ancestrali e spesso i primi a subire gli effetti del cambiamento climatico. Un Live Aid che non sia solo spettacolo, ma coscienza. La proposta non è mai stata archiviata: è una fiaccola accesa, un’idea che aspetta il momento giusto per esplodere.

Nel frattempo, May si affida alla sua chitarra e alla sua voce per continuare a seminare speranza. Non c’è concerto dei Queen + Adam Lambert dove non spenda qualche parola sulla sostenibilità del Pianeta. «Non possiamo più restare in silenzio. La musica può cambiare il mondo se viene dal cuore e se arriva dritta all’anima».

La sua proposta di un Live Aid for the Climate è forse il simbolo più limpido di ciò che può accadere quando arte e attivismo si uniscono: una sinfonia planetaria per risvegliare l’amore verso la Terra.

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