Dove vanno le cose quando ci viene sonno?

Una costante attenzione alla connessione e una sottovalutazione del suo contrario.

Autore

Andreas Philippopoulos-Mihalopoulos

Data

7 Novembre 2022

AUTORE

TEMPO DI LETTURA

4' di lettura

DATA

7 Novembre 2022

ARGOMENTO

PAROLE CHIAVE


Cultura

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Bruno Latour è un connettore. Questo è chiaro. Ciò che è più difficile, tuttavia, è dire con certezza che cosa collega. C’è una vasta gamma di discipline, pratiche, discorsi, corpi, oggetti, attori – anzi reti –, che in qualche modo reclamano il loro posto nell’universo di Latour. Perché questo è un universo: si basa semplicemente sulla sua molteplicità, sulla sua continua espansione, sui suoi angoli oscuri e sulle sue stelle luminose. È anche straordinariamente acentrico. Nonostante Latour sia un riferimento, e con così tante gambe, si ha spesso l’impressione che la letteratura secondaria su di lui semplicemente prenda il volo e costruisca altri micro-universi dove lui diventa quasi assente. 

Il mio primo contatto con le sue opere è avvenuto attraverso gli scritti ecologici di Latour degli anni Novanta. Allora stavo facendo ricerche per il mio dottorato su questioni di diritto ambientale e teoria dei sistemi, quando mi sono imbattuto in quelle idee radicali sulla natura e sul ‘parlamento delle cose’. La radicalità non poteva però essere apprezzata da chi come me studiava il discorso, il pensiero astratto e la filosofia continentale.

Perché? Perché le opere introducevano una materialità spigolosa, difficile, impossibile da digerire, che non si adattava alla filosofia tedesca e francese tradizionale sulla natura e sull’umanità. Eppure, ero irresistibilmente attratto dall’approccio ‘alieno’ degli oggetti come attori. Ho iniziato a pensare in modi che andavano contro le concezioni classiche della teoria dei sistemi, dove non c’è posto per lo spazio, i corpi o gli oggetti. Questi lavori hanno costituito l’inizio del mio profondo impegno con la materialità, che continua tuttora.

Allo stesso tempo, la spigolosità aumentava per via dell’obiettivo finale di Latour di fare la differenza in termini pratici. Così, le considerazioni sulla teoria politica e sulla filosofia materiale, che si concentravano sulle cose come attori, hanno reso la lettura scomoda.

Ho sempre pensato che ci debba essere una distanza tra la teoria e la pratica profonde. In caso contrario, entrambe si sarebbero ridotte a una versione garbata del loro sé potenzialmente radicale, a un rispecchiamento deformato l’uno dell’altro, finendo inevitabilmente per resistere ad audaci voli di fantasia, siano essi utopici o iper-empirici. E poi, ecco Latour e il suo lavoro sul Conseil d’Etat, che cambia tutto e suggerisce un matrimonio perfetto tra lavoro empirico e teoria.

Tuttavia, sono ancora dubbioso al riguardo. Il suo lavoro sulla legge è tutto focalizzato sui dettagli, sulle pratiche di un’istituzione. È uno dei libri più aridi, senza immaginazione, da leggere, soprattutto a causa della sua estrema enfasi sulle minuzie di una descrizione densa. C’è del fascino, naturalmente. C’è anche un po’ di magia. Ma non sono riuscito a trovare la legge.

Come studioso di diritto critico e artista praticante, sono riuscito a liberarmi dal pensare alla legge secondo le accezioni tradizionali del diritto testuale o istituzionale. La legge di Latour è vista dall’esterno, una versione piuttosto pesante della descrizione materiale della produzione della legge. Ho sempre pensato che a Latour sfuggisse il modo in cui il diritto è trasportato nei nostri corpi, nello spazio tra di essi, nell’atmosfera. Il diritto non come testo o processo istituzionale, ma come intangibilità che, paradossalmente, è pienamente incarnata e situata. 

Per me, il testo più affascinante di Latour è stato quello sulle installazioni artistiche di Tomas Saraceno, in particolare quelle che coinvolgono corde e bolle d’aria. Ho lavorato personalmente con Saraceno ed è stato grazie a questo coinvolgimento che ho conosciuto Latour. Ciò che allora mi colpì, fu la sua estrema e costante attenzione alla connessione. Bruno sottovalutava la necessità di disconnettersi, di ritirarsi. Questo è infatti uno dei punti principali della critica degli autori della Nuova Ontologia, come Graham Harman nel suo libro su Latour, Prince of Networks. E questa è stata anche la mia impressione: come uomo, Bruno era portato alla disconnessione in modi che non corrispondevano al suo vertiginoso bisogno di connettività teorica. È davvero un problema? Beh, sì. Se mettiamo insieme realtà empirica e teoria, o, detto altrimenti vita e pensiero, e forte la tentazione di evidenziare quando autore e opera non vanno d’accordo. Ma, a prescindere dall’impressione personale, alla fine la teoria sembra sempre avere la meglio. 

E comunque, questo è ciò che gli sopravvive

Original Version

Bruno / Latour

Bruno Latour is a connector. This much is clear. What is harder, however, is to say with certainty what he connects. There is a vast array of disciplines, practices, discourses, bodies, objects, actants, indeed networks, all somehow claiming their place in Latour’s universe. Because this is a universe: it is based on is the simple fact of its multiplicity, its continuous expansion, its obscure corners and its luminous stars. It is also remarkably acentral: while Latour is a reference, and so many legs, one often gets impression that the secondary literature simply takes off and constructs other micro-universes from where Latour becomes almost absent. 

My first contact with the work has been via Latour’s ecological writing of the 90s. I was researching for my PhD at the time on questions of environmental law and systems theory, when I came upon those radical ideas about nature and the parliament of things. The radicality could not quite be appreciated by that student of discourse, abstract thinking and continental philosophy, as I used to be at the time. Why is that? Because the works were introducing an angular, difficult, impossible to digest materiality that wouldn’t fit the German and traditional French philosophy around nature and humanity. Yet, I was irresistibly attracted to the alien approach of objects as actors. I started thinking in ways that would go against classical understandings of systems theory, where there is no room for space, bodies, or objects. They constituted the beginning of my deep engagement with materiality, which continues until now.

At the same time, the angularity was always being augmented by Latour‘s ultimate mission to make a difference in practical terms. So the considerations of political theory together with material philosophy, focusing on things as actors, made for uncomfortable reading. I’ve always felt that there needed to be a distance between deep theory and deep practice. Otherwise, both get clipped down, reduced to a polite version of their potentially radical self, a warped mirroring of each other, inevitable ending up resisting daring flights of fancy whether utopian or hyper-empirical. And then, there it was, Latour and his work on the Conseil d’Etat, changing everything and suggesting this perfect marriage between empirical work and theory.

I am still doubtful about it though. His work on the law is all about the details, the practicalities of an institution. It is one of the driest books to read, mainly because of its extreme emphasis on the minutiae of thick description. There is charm in it of course. There’s even a little bit of magic. But I could not find the law. As a critical legal academic and practicing artist I have managed to liberate myself from thinking of the law in the traditional understandings of textual or institutional law. Latour’s law is seen from the outside, a rather stolid version of thick material description of the production of the law. I’ve always felt that Latour missed the way that law is carried in our bodies, in the space between bodies, in the atmosphere. Law not as text or institutional process, but as intangibility which is, paradoxically, fully embodied and emplaced. 

Perhaps the most alluring piece of writing by Latour for me has been the work he’s done on Tomas Saraceno’s art installations and especially the ones involving ropes and air bubbles. I have also personally worked with Saraceno and it was through that involvement that I encountered Latour the man. And what struck me then was this: that in his extreme and consistent focus on connection, Bruno was underplaying the need to disconnect, to withdraw. This was indeed one of the main points of the new ontology critics such as Graham Harman in his book on Latour, Prince of Networks. And this was my impression too: as a man, Bruno was given to disconnection in ways that did not correspond to his vertiginous need for theoretical connectivity. Is that really an issue? Well, yes. If we put together empirical reality and theory, or to put it differently life and thought, it is tempting to notice when author and work do not quite go together. But, whatever the personal impression, the theory always seems to win the day at the end. 

And anyway, this is what survives him. 

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